— Ma a che cosa servono queste ramificazioni che sembrano insetti? Agiscono sugli atomi e sulle molecole, tuttavia… Perché? Sembra un’attività tediosa e improduttiva…
— Al contrario — rispose stancamente Nebogipfel. — Se si può operare al livello più fondamentale della materia, e se si dispone di tempo e di pazienza sufficienti, si può ottenere qualunque cosa. — Di nuovo, mi guardò. — Per esempio, senza la tecnica molecolare dei Costruttori, tu ed io non saremmo sopravvissuti alla prima esposizione al gelo della Terra Bianca.
— Che cosa intendi dire?
— Sei stato operato “chirurgicamente” a livello molecolare, dove il congelamento aveva inflitto i suoi danni…
In maniera orrendamente dettagliata, Nebogipfel spiegò che il congelamento aveva spaccato le pareti delle mie stesse cellule, nonché delle sue, e che nessuna tecnica chirurgica della mia epoca avrebbe mai potuto salvarmi. Invece, le micromacchine si erano staccate dal Costruttore e avevano viaggiato all’interno del mio organismo, riparando a livello molecolare le cellule danneggiate. Per dirlo in maniera spicciola, dopo avere attraversato il mio corpo, ne erano uscite per riunirsi al Costruttore.
In sostanza, ero stato ricostruito dall’interno da un esercito di brulicanti formiche metalliche, e così pure Nebogipfel.
Un gelo più intenso di quello che mi aveva accolto nella Terra Bianca mi fece rabbrividire. Quasi involontariamente, mi grattai le braccia come per purgarmi dell’infezione tecnica. — Ma una tale invasione è mostruosa — protestai. — Al pensiero di quelle minuscole macchine alacri che mi attraversano il corpo…
— Se ben capisco, avresti preferito i rozzi bisturi invasivi dei chirurghi della tua epoca…
— Forse no, ma…
— Ti rammento che tu, per contro, non sei stato capace neppure di aggiustarmi una frattura senza rendermi zoppo.
— Ma è diverso: non sono un medico!
— Immagini forse che questo essere lo sia? Comunque, se avresti preferito morire, si può senza dubbio rimediare…
— Naturalmente no! — Continuai a grattarmi, sapendo che sarebbe trascorso parecchio tempo prima che mi sentissi a mio agio nel corpo ricostruito. Tuttavia, trovai una goccia di conforto: — Almeno, i microarti del Costruttore sono soltanto macchine…
— Cosa vuoi dire?
— Non sono vive! Se lo fossero…
Liberatosi dallo strumento ottico, Nebogipfel si volse a fronteggiarmi, con l’orbita vuota scintillante di ciglia metalliche: — Sbagli. Queste strutture sono vive.
— Cosa?!
— Lo sono, secondo ogni definizione ragionevole del termine. Possono riprodursi. Possono modificare localmente la struttura ambientale. Possono subire trasformazioni interne indipendentemente dagli stimoli esterni. Dispongono di una memoria a cui possono accedere a volontà. E queste sono tutte caratteristiche della vita e dell’intelligenza. I Costruttori sono vivi e coscienti. Sono tanto coscienti quanto te o me: anzi, lo sono maggiormente.
— Ma è impossibile — obiettai, confuso. — Questa è una macchina — aggiunsi, indicando il Costruttore. — È artificiale.
— Non è la prima volta che dimostri di avere un’immaginazione limitata — ribatté severamente Nebogipfel. — Perché mai si dovrebbero imporre i limiti della struttura umana a un essere meccanico? Con la vita delle macchine…
— Vita?!
— Con la vita delle macchine, si è liberi di esplorare altre morfologie, altre forme.
Guardai il Costruttore, inarcando un sopracciglio: — La morfologia della siepe di ligustro, per esempio!
— Inoltre, lui ha potuto riparare te. Ciò ti rende forse meno vivo?
La discussione stava diventando di gran lunga troppo metafisica per me. Cominciai a camminare intorno al Costruttore; — Ma se è vivo e consapevole… È forse una singola persona, oppure è diverse persone? Ha un nome? Ha un’anima?
Di nuovo, Nebogipfel si volse al Costruttore, lasciandosi inserire lo strumento ottico: — Un’anima? Questo è un tuo discendente, come lo sono io, seppure in un corso della storia diverso. Ho un’anima, io? E tu? — Ciò detto, mi ignorò, riprendendo a scrutare nel cuore del Costruttore.
Più tardi, Nebogipfel si unì a me in quella che avevo definito la Stanza da Biliardo.
Mentre Nebogipfel mangiava un piatto di cibo simile a formaggio, sedetti piuttosto mestamente sul bordo del biliardo, a far correre l’unica boccia, che aveva la tendenza a comportarsi in maniera alquanto peculiare. Miravo alla buca che avevo di fronte, spesso la centravo, e quindi dovevo poi girare intorno al biliardo per recuperare la boccia dalla reticella in cui era caduta. Talvolta, invece, si udiva una specie di schiocco al centro della superficie vuota, la boccia eseguiva di scatto una strana rotazione, troppo rapidamente perché l’occhio potesse percepirla, e poi proseguiva fino a destinazione, come avveniva di solito, oppure, in alcuni casi, subiva una deviazione accentuata. Una volta, persino, mi ritornò in mano.
— Hai visto, Nebogipfel? — chiesi. — È stranissimo. Il piano sembra sgombro, eppure, una volta su due, la boccia incontra un ostacolo. — Effettuai alcune dimostrazioni a beneficio del Morlock, il quale mi osservò distrattamente. — Be’, se non altro, sono contento di non giocare una partita. Conosco almeno un paio di persone che sarebbero capaci di venire alle mani, per disguidi del genere. — Stanco di giocherellare oziosamente, posai la boccia al centro del biliardo. — Mi chiedo per quale ragione i Costruttori abbiano collocato qui questo tavolo. Voglio dire, è l’unico nostro vero mobile, a meno che tu voglia contare anche il Costruttore che sta di là… Mi domando se sia destinato allo snooker, oppure al gioco normale…
Divertito, Nebogipfel domandò: — Fa differenza?
— Direi! Nonostante la sua popolarità, lo snooker è un gioco rudimentale. È un bel passatempo per gli ufficiali annoiati di stanza in India, che lo hanno inventato, ma a mio modesto parere non ha nulla in comune con la scienza del biliardo…
In quel momento, sotto i miei occhi, una seconda boccia schizzò fuori da una buca e rotolò verso la prima boccia, ferma al centro del biliardo.
Mi curvai ad osservare: — Che cosa diavolo sta succedendo?
Intanto che la seconda boccia rotolava lentamente, potei osservarla nei dettagli: aveva esattamente gli stessi graffi, in particolare una scalfittura unica e inconfondibile, che la mia boccia, non più liscia e bianca, si era procurata nel corso dei numerosi esperimenti a cui l’avevo sottoposta.
Finalmente, la seconda boccia urtò la prima con un solido clunk, poi si fermò, mentre l’altra iniziava a correre sul biliardo.
— Sai una cosa? — commentai. — Se non sapessi che è impossibile, giurerei che questa boccia spuntata dal nulla è la stessa con cui giocavo prima. — Mentre indicavo la lunga scalfittura peculiare che avevo individuato, Nebogipfel si avvicinò. — Vedi? Riconoscerei questo graffio anche al buio. Queste due bocce sono gemelle: assolutamente identiche.
— Forse — replicò calmo Nebogipfel — sono la stessa boccia.
Nel frattempo, la prima boccia urtò un bordo imbottito e rimbalzò, poi, a causa della geometria irregolare del biliardo, corse verso la buca da cui era spuntata la seconda boccia.
— Com’è possibile? Voglio dire, una macchina del tempo potrebbe trasportare nello stesso spazio due versioni del medesimo oggetto: basta pensare a me e a Mosè! Però qui non vedo nessun apparecchio temporale. E poi, a che cosa servirebbe?
Seppure rallentando sempre più, la prima boccia scivolò nella buca e scomparve.
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