Quando Nebogipfel si volse verso di me, scoprii che non aveva più l’occhio cieco: l’orbita era stata scarnificata, allargata, approfondita, e luccicava tutta di umido metallo formicolante.
3
Il costruttore universale
A differenza di me, Nebogipfel non aveva ottenuto soltanto una cella misera, bensì un autentico appartamento, composto di quattro stanze coniche, ciascuna delle dimensioni della mia, tutte fornite delle porte e delle finestre che i nostri ospiti non avevano ritenuto di dover concedere a me: era evidente che avevano maggiore considerazione per l’intelletto del Morlock che per il mio.
Nell’appartamento, come nella mia cella, l’arredamento era pressoché inesistente, ma per Nebogipfel questo non era un incomodo, perché i Morlock avevano necessità molto semplici. Comunque, in una stanza trovai un oggetto bizzarro: un tavolo quadrangolare, quasi rettangolare, di tre metri e mezzo per un metro e ottanta, con un morbido rivestimento arancione. Distribuite lungo i bordi imbottiti, aveva alcune buche bordate di una sostanza dura, verde e brillante. Sul piano stava una boccia bianca di un materiale denso. Quando la spinsi, la boccia corse con un’accelerazione notevole, poiché il rivestimento non era di panno, e rimbalzò contro i bordi con una serie di bei tonfi solidi.
Mi sforzai di capire quale potesse essere la funzione di quel tavolo, ma infine fui costretto ad arrendermi: come risulta evidente dalla mia stessa descrizione, non era nulla più che un biliardo. Pensai che potesse trattarsi di un’altra eco distorta del diciannovesimo secolo, ma in tal caso si sarebbe trattato di una scelta assai stravagante. In ogni modo, con una sola boccia e senza stecche, non mi avrebbe potuto procurare un gran divertimento.
Sconcertato, lasciai perdere il biliardo per esaminare le porte e le finestre. Le porte, che si aprivano e si chiudevano per mezzo di semplici maniglie, conducevano alle altre stanze dell’appartamento, oppure alla mia cella: nessuna si apriva sul mondo esterno. I pannelli che coprivano le finestre trasparenti, invece, potevano essere sollevati. Così, per la prima volta, mi fu possibile osservare il nuovo 1891: la Terra Bianca.
Scoprii di trovarmi a parecchie centinaia di metri dal suolo, in cima a un immensa torre cilindrica. Tutto ciò che vidi rafforzò la prima impressione che avevo avuto allorché avevo guardato dalla scialuppa temporale, poco prima di essere sopraffatto dal freddo: il mondo era ammantato di ghiacci perenni. Sotto il cielo colore dell’acciaio, il suolo gelato era grigio-bianco come osso nudo, del tutto privo dell’attraente sfumatura azzurra che si scorge talvolta sui campi innevati. Mi fu del tutto chiara la condizione di stabilità spaventevole descritta da Nebogipfel: la luce scintillava ferocemente sul manto di ghiaccio sfregiato che avvolgeva la Terra, e il biancore del carapace planetario respingeva il calore solare nella sentina dello spazio. Il mondo disgraziato era destinato a giacere per l’eternità in fondo all’abisso di ghiaccio della stabilità climatica: la stabilità definitiva della morte.
Sparsi qua e là sulla distesa gelata vidi alcuni Costruttori, tutti identici a quello che si trovava nell’appartamento di Nebogipfel, ciascuno solo e immobile come un monumento mal costruito: una chiazza di acciaio grigio sul ghiaccio bianco come avorio. Non ne vidi mai muovere nessuno! Sembrava che semplicemente apparissero, forse materializzandosi dall’atmosfera. Soltanto in seguito scoprii che tale ipotesi non si discostava troppo dal vero.
Sebbene defunto, il mondo non era privo di tracce d’attività intelligente. Il paesaggio era trafitto da giganteschi edifici simili a quello in cui ci trovavamo, di semplice forma geometrica: cilindri, coni, cubi. Dall’altezza a cui mi trovavo, ne vidi a meridione e a occidente, sparsi fino a Battersea, Fulham, Mitcham, e oltre: a quanto potei giudicare, distavano mediamente un miglio l’uno dall’altro. Nell’insieme, la distesa ghiacciata, i Costruttori muti, gli edifici anonimi e sparpagliati, componevano una Londra tetra, desolata e inumana.
Quando tornai nella stanza adiacente alla mia cella, Nebogipfel stava ancora dinanzi al Costruttore. Dalla faccia argentea, che scintillava e s’increspava come la superficie di un lago inclinato in cui nuotassero pesci metallici, spuntò un tubo sfavillante dello stesso materiale, del diametro di alcuni centimetri, che si protese verso il volto in attesa del Morlock.
Era lo strumento ottico che avevo visto poco prima: in un istante, si adattò al cranio di Nebogipfel.
Girai intorno al Costruttore, per osservarlo meglio. Come ho detto, aveva l’aspetto di un mucchio di scorie fuse. Era animato e mobile, giacché lo avevo visto (o avevo veduto un suo simile), strisciare sul mio corpo. Eppure non riuscivo a immaginare neppure lontanamente quale fosse la sua funzione. La superficie era tutta coperta di ciglia metalliche ondeggianti, simili a limatura di ferro, che avevano tutto l’aspetto di essere attive e intelligenti. Nell’osservare la faccia pullulante, ebbi la sensazione esasperante che, per quanto mi sforzassi, la sua complessità microscopica sfuggisse ai miei occhi ormai vecchi. Il suo brulicare meccanico, che pure aveva qualcosa di vivo, risultava affascinante e, al tempo stesso, ripugnante. Non tentai di toccarla, perché non riuscivo a sopportare neppure l’idea che quelle ciglia formicolanti sfiorassero la mia pelle. Inoltre, non disponevo di strumenti per esaminarla, e tantomeno per studiarne la struttura.
L’attività particolarmente intensa lungo i bordi inferiori del Costruttore attirò la mia attenzione. Accosciandomi per osservare meglio, scoprii che minuscole colonie di ciglia metalliche, ciascuna delle quali era grande come una formica o persino più piccola, si staccavano perennemente dal corpo. Di solito sembravano dissolversi al contatto con il pavimento, indubbiamente perché si suddividevano in componenti microscopici che non potevo vedere. Talvolta, però, si allontanavano percorrendo il pavimento come formiche, verso destinazioni ignote. Allo stesso modo, altre colonie di ciglia spuntavano dal pavimento, si arrampicavano sul Costruttore, e vi si fondevano, diventandone parte integrante.
— È un fenomeno sbalorditivo — commentai. — Però non è difficile capirlo. I componenti si attaccano al Costruttore, oppure se ne staccano. Sì allontanano strisciando sul pavimento, o magari volano via, per quanto ne so. Se sono difettosi muoiono, per così dire, oppure si uniscono alla carcassa scintillante di qualche altro Costruttore sfortunato. Dannazione! Il pianeta dev’essere coperto da uno strato sottile di ciglia staccate, che brulicano dappertutto! Fra un certo periodo di tempo, magari un secolo, non rimarrà nulla del corpo originale di questo mostro che vediamo qui: tutti i suoi pezzi, analoghi ai capelli, ai denti, agli occhi, se ne saranno andati a far visita ai suoi vicini!
— Non è una condizione unica — rispose Nebogipfel. — Anche nel tuo corpo, e nel mio, le cellule muoiono e si riformano continuamente.
— Forse. Ma anche così… Come può essere considerato questo Costruttore? È forse un individuo? Insomma, se compro un pennello, poi sostituisco il manico, e poi ancora le setole, posso forse dire che mi è rimasto lo stesso pennello?
Il Morlock rivolse l’occhio rosso-grigio al Costruttore, quindi, mentre il tubo metallico gli affondava nell’occhio con un rumore liquido, replicò: — Il Costruttore non è una macchina singola, come un veicolo a motore. È composto di molti milioni di micromacchine, che potresti considerare equivalenti agli arti. Sono disposte in maniera gerarchica, a partire da un corpo centrale, lungo numerosissime ramificazioni, come in un albero. I ramoscelli più piccoli, alla periferia, operano a livello molecolare o atomico: non puoi vederli.
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