Rammentai ciò che mi aveva spiegato Barnes Wallis a proposito dell’organizzazione parlamentare del 1938, in cui l’opposizione era stata sostanzialmente bandita quale attività criminale, in quanto distoglieva le energie dall’unico approccio corretto alle cose, la cui validità evidente non aveva bisogno di dimostrazione. Invece, se ciò che Nebogipfel diceva era esatto, non poteva esistere nessuna risposta universalmente corretta a nessun tipo di quesito: come avevano imparato i Costruttori, la molteplicità dei punti di vista era necessaria nell’universo in cui ci trovavamo.
Pazientemente, Nebogipfel masticò il suo cibo simile al formaggio, poi inserì di nuovo il piatto nel corpo del Costruttore, che lo riassorbì. Nell’osservarlo, pensai che fosse confortante, per il Morlock, quel processo di produzione tanto simile a quello del Pavimento della Sfera.
Trascorsi molte ore, sia in solitudine sia in compagnia di Nebogipfel, alle finestre dell’appartamento.
Non vidi alcuna traccia di vita animale o vegetale sulla superficie della Terra Bianca. A quanto potevo capire, eravamo isolati nella nostra piccola bolla di luce e di calore in cima alla torre immensa, che non abbandonammo mai per tutta la durata della nostra permanenza in quel mondo.
Di notte, solitamente, il cielo era limpido, con una lieve brina di cirri ad alta quota, nell’atmosfera esaurita e letale. Ma nonostante questa limpidezza, e non riuscivo a capire perché, non si vedevano stelle, o meglio, se ne vedevano pochissime, rispetto alla moltitudine che un tempo aveva sfolgorato nel firmamento terrestre. Lo avevo notato subito, al momento del nostro arrivo, però avevo pensato che si trattasse dell’effetto del freddo, o del mio smarrimento. Tuttavia m’inquietò averne la conferma quando ero in pieno possesso delle mie facoltà, non più minacciato dal congelamento: fu forse il fenomeno più strano di quel mondo.
La luna, paziente compagna, girava ancora intorno alla Terra, attraversando le sue fasi con regolarità immemorabile, ma le sue pianure antiche erano rimaste verdi. La luce che essa diffondeva sul paesaggio della Terra Bianca non era più fredda e argentea, bensì verdeggiante di un’eco gentile delle vegetazione che aveva allietato il pianeta prima che soccombesse al ghiaccio inesorabile.
Rividi lo scintillio perenne, come di una stella prigioniera, della regione più orientale della luna. Inizialmente avevo ipotizzato che fosse il riflesso del sole su un lago lunare, però era tanto costante che finii col convincermi che non fosse affatto casuale. Congetturai che si trattasse di un oggetto artificiale: uno specchio, magari installato sulla cima di qualche montagna lunare, in maniera tale da riflettere perennemente la luce sulla Terra. Forse era stato collocato lassù all’epoca in cui la degradazione atmosferica della Terra, pur non essendo ancora tale da indurre l’umanità all’esilio, era stata abbastanza grave da provocare il crollo delle civiltà sopravvissute.
Immaginai che gli abitanti della luna, discendenti dell’umanità, ossia i Seleniti, come li si sarebbe potuti chiamare, avessero assistito al progredire degli incendi immani che avevano devastato la superficie terrestre, e avessero capito che gli umani superstiti erano ricaduti nella barbarie, stavano regredendo a una condizione prerazionale, e vivevano come selvaggi, o forse persino come animali. Era possibile che anche i Seleniti avessero subito le conseguenze di tale regressione: forse la loro società era dipesa dalle risorse del pianeta madre.
Quantunque addolorati per i loro parenti terrestri, i Seleniti non erano stati in grado di raggiungerli, e così avevano fatto ricorso a un metodo di segnalazione: avevano costruito lo specchio immenso, che doveva essere largo almeno mezzo miglio, affinché fosse visibile dalla terra.
Forse avevano avuto intenzioni più ambiziose di quella di lanciare messaggi di sostegno dal cielo. Ad esempio, potevano avere fatto ricorso a qualcosa di simile alla telegrafia ottica per trasmettere informazioni agricole o tecniche: magari, il segreto perduto della macchina a vapore. Comunque, potevano avere concepito qualcosa di più utile di semplici auguri o incoraggiamenti.
Alla lunga, però, tutto si era rivelato inutile: la morsa della glaciazione si era stretta intorno al pianeta, l’umanità si era estinta poco a poco, e lo specchio gigantesco era stato abbandonato.
Queste, in ogni modo, furono soltanto le speculazioni a cui mi abbandonai guardando dalle finestre della torre. Non ebbi modo di verificarle, perché Nebogipfel non era in grado di apprendere nei dettagli la storia della Nuova Umanità. A prescindere da tutto ciò, lo scintillio dell’isolato specchio lunare divenne per me il simbolo, straordinariamente eloquente, del crollo dell’umanità.
La caratteristica più singolare del firmamento notturno, tuttavia, non era la luna, e non lo era neppure l’assenza delle stelle. Lo era invece quella sorta di ragnatela, grande dodici volte la luna, che avevo notato subito dopo il nostro arrivo. Era un disco sospeso nello spazio interplanetario, del diametro di parecchie miglia, simile a una ragnatela scintillante di gocce di rugiada rotolanti, percorsa da centinaia di ragni che strisciavano sui fili, in maniera lenta ma percettibile, evidentemente impegnati a irrobustirla e ad ampliarla.
Le prime ore del mattino, intorno alle tre, erano quelle in cui il disco di ragnatela era visibile più distintamente: allora potevo distinguere i fili luminosi, tenui, sottili e spettrali, che dall’altro emisfero salivano nell’atmosfera sino al disco medesimo.
Ne discussi con Nebogipfel: — È assolutamente straordinario… Pare che quei raggi costituiscano una sorta di struttura luminosa che assicura il disco alla Terra: sembra una vela che, gonfiata da un vento spettrale, spinge il pianeta attraverso lo spazio.
— Il tuo linguaggio è pittoresco — rispose Nebogipfel — però coglie qualcosa dello spirito dell’impresa.
— Che cosa vuoi dire?
— Che è davvero una vela. Tuttavia, non spinge la Terra: piuttosto, è quest’ultima a produrre il vento che gonfia la vela.
Quella nave spaziale di nuovo genere, spiegò Nebogipfel, veniva costruita nello spazio perché era troppo fragile per poter essere lanciata dalla Terra. La vela era costituita essenzialmente da uno specchio, e il “vento” che la gonfiava era luce: le particelle luminose che cadevano sulla superficie dello specchio, infatti, producevano una forza propulsiva, allo stesso modo in cui le molecole d’aria creavano la brezza.
— Il “vento” deriva da raggi di luce coerente, generati da proiettori grandi come città — proseguì Nebogipfel. — I “fili” che uniscono il pianeta alla vela sono appunto questi raggi. La pressione della luce è piccola ma persistente, nonché di efficacia straordinaria nel trasmettere il moto, soprattutto quando ci si avvicina alla velocità della luce.
Immaginai che i Costruttori non avrebbero viaggiato come i passeggeri degli aeromobili della mia epoca, bensì si sarebbero smembrati, in maniera tale che i loro componenti potessero unirsi alla nave. Giunti a destinazione, si sarebbero riassemblati individualmente, assumendo la forma più adatta al mondo da visitare.
— Quale credi che sia la destinazione della nave spaziale? La luna, un pianeta, oppure…?
Con voce assolutamente neutra, Nebogipfel rispose: — Le stelle.
6
Il generatore di molteplicità
Durante gli esperimenti compiuti da Nebogipfel con il biliardo, si verificò più volte al centro del piano lo schiocco che avevo già notato, e in alcuni casi altre bocce, ossia altre copie dell’originale, apparvero dal nulla interferendo con la traiettoria. Talvolta la boccia, dopo la collisione, proseguì nel proprio tragitto senza deviazioni; talaltra deviò; e in un paio di occasioni si ripeté ciò che ho già descritto, cioè una boccia ferma fu spostata senza l’intervento mio o di Nebogipfel.
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