Bob Shaw - Sfida al cielo

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Un pianeta su cui si è sviluppata una società avventurosa ma arretrata, spinta da una grande sete di conoscenza ma dotata di una tecnologia elementare e proprio per questo ancora più eroica. Un ambiente duro e ostile da cui si può evadere solo fuggendo verso l’ignoto, nello spazio: sono le premesse da cui parte Bob Shaw per costruire un romanzo di avventure i cui protagonisti sono astronauti che volano su navi di legno ed esploratori dell’ignoto disposti a muoversi fra i mondi con poco più di una caravella. In condizioni simili non c’è da stupirsi che i pericoli del viaggio si moltiplichino per mille e le incognite dell’arrivo siano ancora più tremende. Ma cosa ha da perdere chi non ha nulla da perdere? Non è esagerato dire che in questa saga di un futuro “diverso” Shaw sia riuscito a darci tutti gli elementi di un originale racconto epico.

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Il panorama delle altre navi aveva offerto a Toller uno degli spettacoli più memorabili della sua vita, quando il gruppo aveva oltrepassato il punto medio ed era venuto il momento di capovolgerle. Sebbene avesse già vissuto quell’esperienza, trovò qualcosa di maestoso e di indicibilmente bello nella vista dei pianeti gemelli che si spostavano in opposte direzioni, Sopramondo che. spuntava brillando dopo essere sparito sotto il pallone e sotto il cielo, e Mondo all’altro capo di un’asta invisibile, che emergeva dal bordo della navicella.

E all’emozione della metà del viaggio, si aggiunse una nuova dimensione di meraviglia. I palloni che indietreggiavano e ondeggiavano sembravano gettare un ponte tra i due pianeti, un ponte di dischi sempre più piccoli, fino a diventare punti luminosi. Molte navi dalla parte di Sopramondo avevano ritardato il capovolgimento, e si vedevano dal di sotto, con le loro navicelle, i punti d’attacco, e gli scarichi del reattore, chiarissimi in ogni più piccolo dettaglio.

Come se non fosse stato abbastanza per riempire gli occhi e la mente, nell’infinito blu scuro disseminato di mulinelli e nastri e punti di luce congelata, altre tre navi del volo reale stavano effettuando contemporaneamente la manovra di capovolgimento. Le aeree strutture, così fragili da sgretolarsi a una brezza appena forte, rimanevano magicamente immuni alla distorsione che le torceva mentre si mettevano l’universo sulla testa, proclamando che quella era davvero la zona dello straordinario. I loro piloti, informi figure infagottate, sarebbero potuti essere benissimo alieni dalle facoltà inaccessibili ai comuni mortali.

Non tutte le cose che Toller vide durante la traversata avevano quella grandiosità, ma s’impressero nella sua memoria con la stessa forza. C’era il viso di Gesalla, con i vari stati d’animo e nei suoi diversi aspetti, incerta ma trionfante mentre vinceva la caparbietà del fuoco della cambusa, pallida e riflessiva dopo ore di caduta nella zona a gravità zero; i ptertha nella scia della nave che scoppiavano uno ad uno, dopo un giorno di ascensione; lo sguardo dei bambini, colmo di stupore e delizia quando i loro respiri erano diventati visibili nel gelo circostante, e i loro giochi durante il breve periodo in cui potevano sospendere nell’aria perline e ninnoli per schizzare visi semplificati e costruire strutture tridimensionali.

E c’erano state altre cose, fuori della nave, che raccontavano di tragedie e di tipi di morte che fino allora erano appartenute ai reami dell’incubo.

Il volo reale aveva preso il via quando l’evacuazione della Caserma era già cominciata da un pezzo, e Toller sapeva che nel frattempo una nuvola rettilinea di navi era arrivata ormai a un giorno dal punto medio, forse anche più in là, ad un’altezza di un centinaio di miglia circa sopra di loro. Anche se non fossero state nascoste dalla vastità del pallone, molte di loro sarebbero state comunque invisibili per la distanza, ma lui aveva avuto prove conturbanti della loro esistenza. La prova era una pioggia spasmodica e terribile, una pioggia di gocce solide che variavano di misura, da intere astronavi a corpi umani.

Nella lunga giornata della caduta, ne aveva viste tre precipitare giù, accartocciate con le navicelle che si dibattevano lentamente nelle rovine dei loro palloni. Toller immaginava che nelle ultime ore della fuga da Ro-Atabri ogni traccia di ordine fosse scomparsa, e che nel caos qualche nave fosse stata presa da piloti inesperti o magari anche da ribelli senza nessuna cognizione di volo. Sembrava addirittura che alcune di esse avessero oltrepassato il punto medio senza capovolgersi, perché la loro velocità aumentava con il crescere dell’attrazione di Sopramondo finché le tremende tensioni sui leggeri involucri non staccavano un pezzo dall’altro.

Una volta aveva visto una navicella precipitare senza pallone, mantenendo il suo assetto grazie alle funi intrecciate e ai montanti di accelerazione; dentro, in fila davanti alle ringhiere, c’era una dozzina di. soldati che osservavano in silenzio il volo tranquillo della nave reale, il loro ultimo precario legame con l’umanità e con la vita.

Ma per la maggior parte gli oggetti che cadevano erano più piccoli: utensili da cucina, scatole decorate, sacchi di provviste, forme limane e animali, prove di incidenti più o meno catastrofici decine di miglia più in alto nell’ammasso ondeggiante di navi.

Non molto dopo il punto medio, quando l’attrazione di Sopramondo era ancora debole e le velocità basse, un giovane era caduto passando rasente alla loro nave, così vicino che Toller aveva potuto distinguere i suoi lineamenti.

Forse per una bravata, o per un disperato desiderio di un’ultima comunione con un altro essere umano, il giovane l’aveva chiamato, con fare divertito, e aveva agitato una mano. Toller non aveva risposto in alcun modo, sentendo che farlo sarebbe stato come prendere parte a una qualche macabra parodia di scherzo, ed era rimasto pietrificato alla ringhiera, inorridito eppure incapace di distogliere gli occhi da lui, per i lunghi minuti che gli ci vollero per rimpicciolire fino a scomparire alla vista.

Qualche ora più tardi, quando intorno tutto era buio e lui non riusciva a dormire, Toller aveva continuato a pensare all’uomo che precipitava, che in quel momento doveva essere mille miglia più avanti della flotta di migrazione, e si chiedeva come e se si stesse preparando per l’impatto finale…

Confortato dalla presenza di Setwan che sonnecchiava sulle sue ginocchia, Toller governava il bruciatore come un automa, regolando inconsciamente il ritmo delle fiammate con i battiti del suo cuore. Quando la luce del giorno improvvisamente tornò, strizzò gli occhi varie volte e vide immediatamente che qualcosa non andava. Solo due navi del volo reale erano al suo stello livello, invece di tre.

L’astronave mancante era quella del Re.

Non c’era niente di realmente strano in questo; Kedalse era un pilota fin troppo cauto, che preferiva rallentare la discesa durante la notte per tenere le altre navi un po’ sotto di lui e poterne più facilmente controllare la posizione, ma questa volta non si vedeva, neppure negli strati superiori del cielo.

Toller sollevò in fretta Setwan e lo aveva appena portato nello scompartimento passeggeri con la sua famiglia, quando sentì le grida frenetiche di Zavotle e di Amber. Guardò verso di loro e vide che stavano indicando qualcosa sopra la sua nave, e proprio in quel momento una zaffata di gas caldo uscì eruttando dalla bocca del pallone, provocando il piagnucolio spaventato di uno dei bambini. Toller guardò la sfera brillante che lo sovrastava e il suo cuore si fermò quando vide in trasparenza, praticamente incastrata nel pallone, l’impronta quadrata di una navicella, che distorceva le geometrie a ragnatela dei nastri di carico.

La nave del Re era direttamente sopra di lui e si era appoggiata violentemente sul pallone.

Toller poté distinguere bene la sagoma circolare del diffusore del reattore dell’altra nave che si conficcava nella corona dell’involucro, danneggiando il pannello di sgonfiamento. Un coro di scricchiolii salì dal sartiame e dai montanti di accelerazione, e la deformazione della stoffa del pallone espulse altro gas soffocante nella navetta.

— Kedalse! — gridò, sperando di farsi sentire. — Alza la tua nave! Alza la tua nave!

Le deboli voci di Zavotle e di Amber si unirono alla sua, e un eliografo cominciò a lampeggiare da una delle due navicelle, ma da sopra non venne alcuna risposta. La nave del Re continuava a schiacciare il pallone sovraccarico, minacciando di farlo scoppiare o di sgonfiarlo.

Toller diede uno sguardo impotente a Gesalla e Chakkel, che si erano precipitati fuori e lo stavano fissando terrorizzati a bocca aperta. La migliore spiegazione che gli veniva in mente era che il pilota del Re fosse stato colto da un malore e si trovasse ai controlli svenuto o morto. Se era così, qualcun altro poteva accendere il bruciatore e separare i due aerostati, ma bisognava farlo molto in fretta. E c’era anche la possibilità, e la bocca di Toller s’inaridì al solo pensiero, che il bruciatore in qualche modo si fosse rotto e non potesse essere acceso.

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