Per vari secondi Daeman, stordito, non pensò a difendersi, non capì neanche dove si trovasse. Ma Calibano non sfruttò quei secondi, era troppo impegnato ad agitare le braccia e a ululare e a piegarsi in due, sollevando le ginocchia squamose nel tentativo di accucciarsi e ingobbirsi. Proprio quando la vista di Daeman cominciò a schiarirsi, il mostro tornò sul terrazzo, afferrò la ringhiera e si lanciò per superare i cinque metri che lo separavano da Daeman. Le lunghe braccia e gli artigli erano già quasi pronti a ghermirlo.
Daeman tastò alla cieca fra sedie e tavoli intorno a sé, ritrovò il tubo di ferro, lo alzò a due mani e colpì selvaggiamente di lato la testa di Calibano. Il rumore del colpo fu molto soddisfacente. La testa di Calibano si spostò di lato e le braccia e il tronco andarono a sbattere contro Daeman, ma quest’ultimo spinse da parte la belva (ora cominciava a sentire che il braccio destro si intorpidiva), lasciò cadere il tubo, balzò verso la ringhiera del terrazzo e con un calcio si diede la spinta verso l’apertura semipermeabile nove metri più in alto.
Troppo lentamente.
Più avvezzo alla bassa gravità, alimentato da un odio ora al di là di misura umana, Calibano usò mani piedi, gambe e momento cinematico per rimbalzare dalla parete del terrazzo, afferrare con le dita palmate la ringhiera, accucciarsi, scattare e superare Daeman a mezz’aria nella corsa al pannello segnato, più in alto.
Vedendo che non ce l’avrebbe fatta, Daeman afferrò una trave maestra che sporgeva cinque metri sotto il pannello e si arrestò. Calibano atterrò sull’aggetto e allargò le braccia per bloccare l’accesso al riquadro bianco. Daeman non aveva modo di girare intorno alle braccia spalancate, di oltrepassare gli artigli pronti ad agguantarlo. Sentì all’improvviso il dolore del braccio azzannato e forato giungergli al cervello e al tronco come una scarica elettrica, poi avvertì il crescente intorpidimento come un preavviso della debolezza e dello shock che sarebbero presto seguiti.
Calibano gettò indietro la testa, ruggì di nuovo, mostrò i denti e cantilenò: «Ciò che odio, Lui consacra… ciò che mangio, Lui esalta! Non più compagno per te… carne in più per me!». Era pronto a balzare verso Daeman non appena questi si fosse girato per fuggire.
Vedendo le cicatrici vive sul petto di Calibano, Daeman si ritrovò a sorridere torvamente. "Savi l’ha ferito" pensò. "Non è morta senza lottare. E io neppure."
Anziché girarsi e fuggire, si tirò su in orizzontale sulla trave maestra, si accoccolò, raccolse le forze che gli restavano nelle gambe, abbassò la testa e si lanciò dritto contro il petto di Calibano.
Impiegò due o tre secondi ad attraversare lo spazio che li separava. Per un istante il mostro parve troppo sorpreso per reagire. In teoria il cibo non si comportava con quell’impertinenza, in teoria la preda non andava alla carica. Poi Calibano si rese conto che il pranzo veniva a lui e in pratica gli portava la tanto desiderata termotuta; allora mostrò tutti i denti in un sorriso che si mutò m ringhio. Lanciò braccia e gambe intorno all’umano in arrivo, in una stretta che, Daeman lo sapeva, non avrebbe allentato finché non lo avesse ucciso e iniziato a divorare.
Attraversarono insieme la membrana, Daeman con la sensazione di strappare una tenda di velo appiccicoso, Calibano urlando nell’aria sottile un secondo e nel gelido silenzio il secondo seguente. Insieme rotolarono nello spazio esterno e Daeman strinse Calibano con la stessa forza con cui era stretto da lui, premendo la mano sinistra contro il mento del mostro nel tentativo di tenere lontano i denti per gli otto o dieci secondi che riteneva sarebbero bastati.
La termotuta reagì immediatamente al vuoto, si serrò saldamente sulle carni di Daeman, si restrinse fino a comportarsi come una tuta a pressione, chiudendo anche i varchi molecolari che avrebbero lasciato uscire nello spazio aria o sangue o calore. La maschera osmotica gonfiò il visore trasparente e commutò al cento per cento la purificazione del respiro riciclato dell’uomo. Tubuli refrigeranti nella termotuta lasciarono che il naturale sudore di Daeman scorresse rapidamente in canali, raffreddando il lato rivolto al sole mentre il calore corporeo veniva trasferito alla parte del corpo nell’ombra a duecento gradi sotto zero. Tutto avvenne in una frazione di secondo e Daeman nemmeno se ne accorse. Era troppo impegnato a spingere indietro la mascella di Calibano e in alto il suo muso, per tenere i denti lontano dalla propria gola e dalla spalla.
Calibano era troppo forte. Scosse la testa, la sottrasse alla spinta sempre più debole di Daeman e spalancò le fauci per urlare di trionfo, prima di azzannare la gola della preda.
L’aria si precipitò fuori dal torace e dalla bocca di Calibano come acqua da una zucca sfondata. La saliva si ghiacciò appena schizzata nel vuoto. Calibano si premette le orecchie, ma con un attimo di ritardo: i timpani gli esplosero e globuli di sangue schizzarono nello spazio. Meno di un secondo più tardi, i globuli cominciarono a bollire nel vuoto, al pari del sangue nelle vene.
Gli occhi di Calibano presero a gonfiarsi e altro sangue schizzò dai condotti lacrimali. Il muso si mosse su e giù mentre la bocca si apriva come quella di un pesce, sibilando in silenzio nel vuoto, ansimando per aspirare aria senza trovarla. La parte esterna degli occhi sporgenti cominciò a congelare e a diventare opaca.
Daeman intanto si era liberato; ruzzolò sul terrazzo esterno (rischiò di galleggiare via, impotente, nello spazio, ma riuscì ad afferrare la ringhiera) e si tirò su, una mano dopo l’altra, fino al ben noto sonie legato alla piastra metallica. Non voleva correre. Non voleva girare la schiena a Calibano. Voleva stare lì e uccidere con le sue mani il mostro che ancora si dibatteva.
Ma ora una di quelle mani non funzionava più. Quando si diede la spinta per superare gli ultimi tre metri fino al basso veicolo, Daeman scoprì che il braccio destro gli penzolava, inerte, lungo il fianco. "Harman" pensò. "Hannah."
Un essere umano privo di protezione nel vuoto spaziale sarebbe già morto (pur sapendo ben poco di qualsiasi cosa, Daeman lo intuiva con chiarezza) ma Calibano non era umano. Sputando sangue e aria congelata come un’orribile cometa che facesse evaporare la sua stessa bollente materia di superficie nell’avvicinarsi al Sole, Calibano rotolò, agitò le braccia, trovò appiglio nella griglia metallica del terrazzo, si diede la spinta e attraversò di nuovo la parete semipermeabile, ritrovando l’aria e un relativo calore.
Daeman era troppo impegnato per guardare. Disteso bocconi sui cuscini del posto di guida, usò la sinistra per tirarsi addosso la rete di cinture di sicurezza; poi si girò verso il piano metallico dove si sarebbe dovuto trovare il pannello di comando virtuale. Vide che era spento.
"Come lo accendo?" si chiese. "Cosa faccio, se non ci riesco? Savi come lo accendeva?"
Aveva la mente vuota. Il campo visivo gli si restrinse, mentre puntini neri gli danzavano davanti agli occhi. In iperventilazione, prossimo a perdere i sensi, cercò, frenetico, di richiamare alla mente l’immagine di Savi che pilotava il sonie, che accendeva il pannello di comando. Non riusciva a ricordare.
«Calma. Sta’ calmo. Sta’ calmo.» La voce era la sua, eppure gli era al tempo stesso estranea: una voce più vecchia, ferma, divertita. «Procedi con calma.»
Daeman obbedì, si costrinse innanzitutto a respirare a ritmi umani, poi a rallentare il battito cardiaco, poi a concentrare la vista e la mente.
«Savi non usava comandi a voce?» Non avrebbe funzionato, lì nello spazio. Niente aria, niente suoni. L’aveva detto Savi. O forse Harman. In quei giorni imparava da tutti. «Come, allora?» Si costrinse a rilassarsi un po’ di più, chiuse gli occhi, cercò di richiamare alla mente l’immagine di Savi che pilotava il sonie dall’iceberg, quella prima notte di volo.
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