«Per accendere le apparecchiature passò la mano sotto la camicia metallica qui in basso, vicino alla maniglia.»
Mosse la sinistra. Comparve il pannello di comando virtuale. Usando solo la sinistra, chiudendo gli occhi quando doveva ricordare con imaggiore chiarezza, Daeman mosse le dita nelle sequenze di comando sul multicolore pannello virtuale. Il campo di forza si accese. Un attimo dopo, Daeman udì con sorpresa un ruggito e alzò gli occhi, ma era solo l’aria che riempiva lo spazio racchiuso nel campo di forza, proprio come aveva comandato con le dita. Con l’aria giunse una voce: «Modalità manuale o pilota automatico?».
Daeman sollevò un poco la maschera osmotica, quasi pianse nel respirare la prima dolce aria che gustava da un mese a quella parte e disse: «Manuale».
Comparve la cloche, circondata da un’aura virtuale. La cloche parve solida, nella sinistra di Daeman.
Senza badare agli ormeggi, di cui si ricordò solo quando vide le bande elastiche staccarsi e volare nello spazio, Daeman sollevò il sonie tre metri sopra il terrazzo metallico, mosse la cloche, alimentò i propulsori posteriori, andò fuori rotta, si allineò di nuovo in tutta fretta prima di urtare contro la parete metallica anziché contro la finestra e colpì, a una sessantina di chilometri all’ora, il riquadro semipermeabile.
Calibano era in attesa sull’aggetto interno. Con traiettoria perfetta balzò verso la testa di Daeman, ma cozzò contro il campo di forza. Rimbalzò e rotolò nel vuoto al centro della torre.
Daeman compì un largo giro, per abituarsi a pilotare, e mosse la cloche per dare maggiore potenza. Il sonie toccò gli ottanta chilometri all’ora. Calibano alzò gli occhi sanguinanti e li spalancò: fu colpito nella sezione mediana dalla prua del sonie, volò nello spazio aperto della torre e andò a schiantarsi contro travi maestre e vetri nella parte opposta.
A Daeman sarebbe piaciuto trattenersi a giocare (il desiderio di farlo era più forte del dolore acuto al braccio destro) ma i suoi amici là sotto morivano lentamente. Inclinò il sonie in una virata e si tuffò dritto verso la base della città, più di cinquanta piani in basso.
Quasi non frenò in tempo: il sonie tosò le zolle, tagliò i fuchi e lanciò da tutte le parti erba secca, ma poi Daeman lo portò in volo orizzontale e ridusse un poco la velocità. Il tragitto di venticinque minuti percorso a balzi dallo spedale alla torre richiese ora solo tre minuti di volo.
L’ingresso non era abbastanza largo per il sonie. Daeman portò indietro la macchina volante, diede più spinta e rese permeabile per sempre la membrana semipermeabile. Schegge di vetro, di metallo e di plastica seguirono il sonie, mentre Daeman volava tra vasche di guarigione scure e vuote. Trasalì nello scorgere in alcune il corpo esangue di coloro che non avevano fatto in tempo a salvare. Poi fermò il sonie, spense il campo di forza e saltò giù accanto ai due corpi distesi sul pavimento.
Harman aveva lasciato addosso a Hannah la tuta termica, tenendo per sé, nei minuti finali, solo la maschera osmotica. Il suo corpo nudo era livido e pallido nel riflesso della luce dei fari del sonie. La bocca di Hannah era spalancata, come in un ultimo, vano sforzo di immettere più aria nei polmoni. Daeman non perdette tempo a controllare se erano vivi. Usando solo il braccio sinistro, li alzò da terra e li distese negli incavi ai lati del suo. Indugiò solo un attimo, poi saltò giù di nuovo, lanciò nell’incavo posteriore lo zaino di Savi e sul proprio bracciolo la pistola; quindi riprese posto e accese il campo di forza.
«Ossigeno puro» disse al sonie, mentre cominciava l’afflusso d’aria. La fredda aria pulita divenne più densa ed ebbe su di lui un effetto esilarante, tanto era ricca d’ossigeno. Daeman armeggiò nel pannello di comando virtuale, facendo scattare parecchi segnali d’allarme, ma alla fine trovò il riscaldamento. Aria calda uscì dalla console e da varie bocchette.
Harman cominciò a tossire, imitato da Hannah qualche secondo più tardi. I due batterono le palpebre, aprirono gli occhi, misero a fuoco la vista.
Daeman sorrise con aria sciocca.
«Dove… dove!…» ansimò Harman.
«Calma, calma» disse Daeman, muovendo lentamente il sonie verso l’uscita dello spedale. «Non avere fretta.»
«Tempo… il tempo…» ansimò Harman. «L’acceleratore… lineare.»
«Oh, merda!» disse Daeman. Si era dimenticato della struttura in arrivo, non aveva mai guardato nello spazio per vedere a che punto era.
Diede al sonie la massima spinta, varcò il buco dove c’era stata la membrana e accelerò verso l’uscita della torre.
Nella torre non c’era traccia di Calibano. Daeman descrisse un’ampia curva, infilò con precisione, come un ago, il pannello d’uscita della torre e dal terrazzo esterno salì nello spazio.
«Oddio» alitò Harman.
Hannah strillò, il primo suono che aveva emesso da quando era stata ripescata dalla vasca di guarigione.
L’acceleratore lineare, lungo tre chilometri, era così vicino che il collettore del wormhole sulla prua riempiva due terzi del cielo e oscurava sole e stelle. Propulsori si accendevano in moduli quadrati per tutta la sua lunghezza, facendo le ultime correzioni di rotta prima dell’impatto. Daeman non sapeva il nome delle varie parti, ma riusciva a distinguere ogni particolare: le lucenti controventature, gli anelli levigati ora butterati da innumerevoli colpi di micrometeoriti, la serie di serpentine di raffreddamento, la lunga linea di ritorno color rame sopra il nucleo principale dell’acceleratore, i lontani fasci di iniettori e la rotante sfera color terra-e-mare dello stesso wormhole prigioniero. L’acceleratore divenne più grande sotto i loro occhi, oscurando le ultime stelle in alto, e la sua ombra cadde sulla città di cristallo che si estendeva per due chilometri sotto di loro.
«Daeman…» cominciò Harman.
Daeman aveva già reagito, aumentando al massimo la spinta e curvando sopra la torre, la città, l’asteroide, tuffandosi verso la grande curva azzurra della Terra, mentre dietro di loro l’acceleratore copriva le ultime centinaia di metri.
Per un istante le torri della città furono sopra di loro, mentre il sonie eseguiva il giro della morte, e poi leggermente indietro, quando la massa in corsa colpì la città e l’asteroide, e la sfera wormhole si schiantò contro le torri e la città allungata, un paio di secondi prima della struttura metallica dell’acceleratore stesso. Il wormhole collassò silenziosamente in se stesso e l’acceleratore lineare parve schiacciarsi a fisarmonica nel nulla; poi la piena forza dell’impatto divenne evidente, mentre tutti e tre gli umani si giravano negli incavi e piegavano il collo per vedere alle proprie spalle.
Non ci fu alcun suono. Fu proprio questo a colpire maggiormente Daeman: il puro silenzio del momento. Neanche una vibrazione. Neanche uno dei soliti indizi che sulla Terra indicavano un grande cataclisma in atto.
Ma un grande cataclisma era in atto, eccome.
La città di cristallo esplose in milioni di milioni di frammenti, vetro fuso e gas ardente che si espandevano in tutte le direzioni. Grandi palle di fiamme si gonfiarono verso l’esterno per un chilometro, due chilometri, dieci chilometri, come se cercassero di acchiappare il sonie in picchiata, ma poi le enormi fiammate parvero ripiegarsi all’interno, come un’immagine video che scorresse al contrario, mentre il fuoco consumava l’ultimo ossigeno sfuggito.
La città sul lato opposto dell’asteroide rispetto al punto d’impatto fu espulsa nello spazio, si frantumò in mille traiettorie separate, mentre vetro e acciaio e pulsante materia esotica volavano via: molte sezioni celebrarono la loro distinta orgia di distruzione, costellata ovunque da altre esplosioni silenziose e da palle di fuoco che si consumava da solo.
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