Un secondo dopo l’impatto, l’intero asteroide lungo due chilometri tremò e mandò nello spazio, dietro i detriti della città, onde concentriche di polvere e di gas. Poi si frammentò.
«Presto!» disse Harman.
Daeman agiva d’istinto. Aveva spinto a tutta velocità il sonie verso la Terra, tenendosi appena un po’ più avanti delle fiamme e dei detriti e delle onde di gas congelati, ma ora vedeva varie spie d’allarme, rosse e gialle e verdi, in tutto il pannello di comando. Ma ciò che era peggio, negli ultimi secondi aveva notato rumori provenienti dall’esterno del sonie, un sibilo sospetto e uno scricchiolio che crebbero di secondo in secondo fino a diventare un rombo terrificante. Peggio di tutto, un bagliore arancione intorno ai bordi del sonie diventò rapidamente una sfera di fiamme e di plasma blu elettrico.
«Cosa c’è?» gridò Hannah. «Dove siamo?»
Daeman non le badò. Non sapeva come manovrare l’acceleratore e il comando di assetto. Il rombo aumentò di volume e l’involucro di fiamme intorno a loro divenne più denso.
«Siamo stati danneggiati?» gridò Harman.
Daeman scosse la testa. Non credeva che il sonie avesse subito danni. Forse il rombo aveva a che fare con il rientro nell’atmosfera terrestre a quella velocità. Una volta, quando aveva sei o sette anni, in casa di un amico di sua madre a Cratere Parigi, malgrado gli ammonimenti si era lasciato scivolare su una lunga ringhiera, era saltato giù a grande velocità e aveva strisciato con le mani e le ginocchia sul folto tappeto. Si era procurato estese bruciature e non aveva più ripetuto la bravata. Ora aveva l’impressione che si trattasse di un attrito simile.
Decise di non esporre a Harman e a Hannah la sua teoria. Pareva una scemenza, perfino a lui.
«Fa’ qualcosa!» gridò Harman, superando il rombo e gli scricchiolii intorno a loro. I due uomini avevano i capelli e la barba ritti, al centro di quella follia elettrica. Hannah, calva, priva dei magnifici capelli, si guardava intorno, a occhi sbarrati, come se si fosse risvegliata in un manicomio.
Prima che il rumore soffocasse ogni cosa, Daeman gridò ai comandi virtuali: «Pilota automatico!».
«Inserire il pilota automatico?» chiese la voce neutra del sonie, quasi impercettibile nel rombo del rientro.
Daeman sentiva il calore penetrare nel campo di forza e capì che non era un buon segno. «Inserire il pilota automatico!» gridò, con quanto fiato aveva in gola.
Il campo di forza scese sui tre passeggeri, li schiacciò contro gli incavi, mentre la console si capovolgeva e i motori di poppa si accendevano con tale violenza che Daeman pensò che i denti gli sarebbero saltati via. Sentiva un tremendo dolore al braccio, compresso dalla decelerazione.
«Rientro secondo il piano di volo già programmato?» chiese con calma il sonie, parlando come l’ idiot savant che era.
«Va bene» gridò Daeman. Aveva male al collo per la terribile pressione, era sicuro che la spina dorsale gli si sarebbe spezzata.
«È un’affermazione?» chiese il sonie.
«Sì, è un’affermazione!» gridò Daeman.
Altri propulsori si accesero e il sonie parve saltare come una pietra piatta lanciata su uno specchio d’acqua; fu avvolto altre due volte nelle fiamme del rientro e poi in qualche modo tornò a un assetto normale.
Daeman alzò la testa.
Erano in volo: volavano così in alto che davanti a loro si vedeva ancora la curvatura della Terra, così in alto che le montagne molto più in basso erano riconoscibili solo dalla bianca coltre di neve, contro il marrone e il verde del terreno. Ma volavano. C’era aria, fuori.
Daeman lanciò un grido di esultanza, si sporse e strinse Hannah, nella termotuta azzurra, poi gridò di nuovo e alzò il pugno verso il cielo in un gesto di trionfo.
Si bloccò, col pugno alzato e gli occhi in su. «Oh, merda» disse.
«Cosa c’è» chiese Harman, sempre nudo, a parte la maschera osmotica che gli pendeva intorno al collo. Guardò in alto, seguendo lo sguardo di Daeman. «Oh, merda» disse.
La prima di migliaia di palle di fuoco — detriti della città o dell’acceleratore lineare o dell’asteroide frantumato — passò rombando a meno di un chilometro da loro, lasciando una scia verticale di fiamme e di plasma lunga quindici chilometri, rischiando di capovolgere il sonie per la violenza dello spostamento d’aria. Altri meteoriti piovvero rombando verso di loro dal cielo fiammeggiante.
Mahnmut arrivò al Boschetto sacro proprio mentre nove alte figure nere uscivano dalla nave spaziale atterrata fra i velivoli calabrone e scendevano a grandi passi la rampa, nella turbinante tempesta di polvere creata dall’atterraggio. Le figure erano umanoidi a mo’ d’insetti, ciascuna alta circa due metri, rivestita di una lucente, chitinosa corazza di duraplast e di un elmetto che rifletteva come lucida onice il mondo intorno. Le mani e le braccia ricordarono a Mahnmut le appendici di uno scarabeo stercorario, ricurve, uncinate, munite di barbigli e di nere spine. Ciascuna creatura portava una sorta d’arma complessa, dalle molte canne, che pareva pesare almeno quindici chili.
Il capofila si fermò nel turbine di polvere e puntò direttamente Mahnmut. «Ehi, tu, piccolo moravec, questo è Marte?» La voce amplificata parlò nel linguaggio basico interlunare e giunse via onde sonore e via radio.
«No» rispose Mahnmut.
«No? Dovrebbe essere Marte.»
«No» ripeté Mahnmut, inviando a Orphu la conversazione. «È la Terra. Credo.»
L’alta figura militare scosse la testa coperta dall’elmetto, come se quella del moravec fosse una risposta inaccettabile. «Che tipo di moravec sei? Di Callisto?»
Mahnmut si tese in tutta la sua altezza di bipede. «Sono Mahnmut di Europa, ex comandante del sommergibile da esplorazione Dark Lady. Lui è Orphu di Io.»
«Non è un moravec da vuoto?»
«Sì.»
«Cosa gli è successo a occhi, sensori, manipolatori e gambe? Chi gli ha incrinato il guscio in quel modo?»
«Orphu è un veterano di guerra» disse Mahnmut.
«Dobbiamo fare rapporto a un moravec di Ganimede, Koros III» disse la figura corazzata. «Portaci da lui.»
«Koros è stato distrutto» disse Mahnmut. «Nel compimento del suo dovere.»
L’alta figura nera esitò. Guardò gli altri otto guerrieri di onice e Mahnmut ebbe l’idea che conferissero via radio. Il primo militare si girò. «Allora portaci da Ri Po di Callisto» ordinò.
«Distrutto anche lui» disse Mahnmut. «E prima di andare avanti, voi chi siete?»
Astervec , trasmise Orphu sul canale privato. Poi, sul collegamento comune, chiese: «Non siete astervec?».
Era da tanto che Orphu non comunicava con qualcuno che non fosse Mahnmut, al punto che il piccolo moravec fu sorpreso nell’udire sulla banda comune la sua voce.
«Preferiamo essere chiamati moravec della fascia» disse il capo del gruppetto, girandosi per rivolgersi al guscio di Orphu. «Dovremmo portarti a un centro di riparazioni, Vecchio.» Rivolse un segnale agli altri e alcuni moravec si mossero verso Orphu.
«Fermi» disse Orphu, con un tono sufficientemente autoritario da far fermare le alte figure. «Deciderò io quando lasciare il campo. E se mi chiami di nuovo Vecchio, ti strappo gli ingranaggi e li uso come ciondoli. Koros III era al comando della missione. È morto. Ri Po era il suo vice. È morto. Perciò il comando è rimasto a Mahnmut di Europa e a me, Orphu di Io. Qual è il tuo grado, astervec?»
«Centurione capo Mep Ahoo, signore.»
"Mep Ahoo?" pensò Mahnmut.
«Io sono un capitano di fregata» disse Orphu, brusco. «La catena di comando ti è chiara, soldato?»
«Sì, signore» rispose l’astervec.
«Informaci perché siete qui e perché pensate che questo pianeta sia Marte» disse Orphu, nello stesso tono di comando assoluto. Mahnmut pensò che la voce dell’amico, sulla banda radio, scendeva nel subsonico tanto era bassa e profonda. « Immediatamente , centurione capo Mep Ahoo.»
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