Arthur Clarke - La città e le stelle

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Diaspar, un’immensa metropoli del futuro. Una superciviltà arrivata all’ultimo stadio dello sviluppo. Un pianeta deserto, ostile, «proibito»: è in questo scenario che si muove Alvin, il giovane eroe di questo romanzo che resta fra i più celebri di Clarke. La domanda che lo ossessiona é: come riscoprire l’antico segreto della razza umana? Come uscire dal labirinto sotto vetro e tornare al volo spaziale?

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A mano a mano che Alvin e Alystra si avvicinavano alla periferia della città, le strade si facevano sempre più deserte. Non si vedeva anima viva quando Alvin e Alystra si fermarono presso una lunga piattaforma di marmo colorato. Di fronte a loro si ergeva una parete interrotta a intervalli da gallerie illuminate. Alvin ne scelse una senza esitare e vi si incamminò.

Alystra gli andò dietro. Immediatamente il campo peristaltico li afferrò spingendoli in avanti. Comodamente sdraiati, si lasciarono trasportare godendosi la vista del panorama.

Non sembrava di essere in una galleria sotterranea. Una illusione ottica perfetta dava l’impressione di essere sotto la volta del cielo. Tutt’attorno si contemplava una ricostruzione della Diaspar antica, quasi identica all’attuale, ma con alcune differenze che aumentavano l’interesse della scena. Alvin avrebbe desiderato rallentare il viaggio, ma non aveva mai scoperto il modo per farlo.

Poco dopo vennero posati gentilmente in una larga sala ellittica, tutta circondata da finestre, dalle quali si scorgeva una visione meravigliosa di giardini dai fiori sgargianti. Lo scenario era naturalmente frutto della fantasia di un artista. Nel mondo dei loro giorni non esistevano fiori come quelli.

Alystra era incantata da tanta bellezza ed era convinta che Alvin l’avesse portata lì a vedere quello spettacolo. Alvin la osservava correre da una finestra all’altra, e sorrideva alla gioia di lei davanti a ogni nuova scoperta.

C’erano centinaia di posti simili alla periferia di Diaspar, mantenuti in perfetta efficienza dalle forze misteriose che vegliavano sulla città. Un giorno, forse, il flusso della vita avrebbe riscoperto quel percorso, ma per il momento quei vecchi giardini erano un segreto di loro esclusiva proprietà.

«Proseguiamo» disse infine Alvin. «Qui siamo solo al principio.» Uscì da una delle finestre e l’illusione scomparve. Non c’era un giardino dietro i vetri, ma un passaggio circolare che saliva ripido verso l’alto. Alystra, senza esitare, lo raggiunse nel passaggio. L’impiantito cominciò a sfuggire lentamente in avanti, quasi per aiutarli a raggiungere la loro meta. I due mossero alcuni passi, finché la loro velocità divenne così alta che sarebbe stato inutile sprecare ulteriori sforzi.

Il corridoio si fece sempre più ripido, fino a essere quasi perpendicolare.

Il fatto di avanzare a forte velocità su una superficie verticale fino a migliaia di metri di altezza non dava ai due giovani alcun senso di vertigine o di paura, dato che un errore del campo di polarizzazione era inammissibile.

L’impiantito cominciò ad abbassarsi lentamente, sino a divenire orizzontale. Il movimento divenne più lento, e cessò completamente all’estremità di una lunga sala tutta tappezzata di specchi. Non era necessario presentare il luogo ad Alystra. Non tanto per le caratteristiche sopravvissute immutate dai lontani tempi di Eva, quanto perché nessuno avrebbe saputo resistere al fascino che emanava. Quello era forse il luogo più affascinante di tutta Diaspar. Un capriccio dell’artista che l’aveva ideato faceva sì che gli specchi riflettessero scenari fantastici e in continuo movimento. Era sconcertante vedere la propria immagine muoversi tra simili scenari. A volte passavano anche altri esseri umani. Alvin vi aveva scorto facce sconosciute, ma ben presto si era reso conto che non si trattava di persone incontrate in questa vita, bensì delle loro precedenti incarnazioni. Poteva vedere il passato attraverso la mente dell’artista. Lo rattristava il pensiero che, per quanto si fosse fermato a contemplare quelle scene, a causa della sua unicità non si sarebbe mai imbattuto in un’antica eco di se stesso.

«Sai dove siamo?» chiese ad Alystra, quando ebbe finito il giro tra gli specchi.

Lei scosse la testa. «In un luogo proprio al limite della città, immagino»

rispose noncurante. «Abbiamo percorso parecchia strada, ma non saprei dire quanta.»

«Siamo nella Torre di Lorrane» ribatté Alvin. «È uno dei punti più alti di Diaspar. Vieni, voglio mostrarti qualcosa.» Prese la compagna per mano e la trascinò fuori dalla sala. Non c’erano uscite visibili, ma in certi punti il diverso disegno del pavimento indicava i corridoi laterali. Come ci si avvicinava, gli specchi sembravano fondersi in un arco di luce, e si poteva comodamente entrare nel passaggio. Alystra perse il conto dei giri che fecero. Alla fine arrivarono a una galleria perfettamente diritta, dove soffiava un vento forte e freddo. La galleria si stendeva orizzontalmente per un centinaio di metri, e alle due estremità si scorgevano due cerchi di luce.

«Non mi piace questo posto» protestò Alystra. «Fa freddo.» Probabilmente, in tutta la sua vita, Alystra non aveva mai provato il freddo intenso, e Alvin si sentì colpevole. Avrebbe dovuto consigliarle di prendere un mantello pesante, dato che gli abiti, a Diaspar, erano puramente ornamentali e non offrivano alcuna protezione contro gii sbalzi di temperatura, che in città non esistevano.

Alvin, senza fare commenti, le tese il suo mantello. Non si trattava di un gesto cavalleresco, perché l’uguaglianza tra i sessi aveva da lungo tempo abolito queste convenzioni, ma solo di un atto di responsabilità per non averla avvertita di mettersi un equipaggiamento adatto. Se fosse avvenuto l’opposto, sarebbe stata Alystra a dargli il suo mantello, e lui l’avrebbe accettato senza il minimo commento.

Non era spiacevole camminare con il vento alle spalle, e presto raggiunsero l’estremità della galleria. Una grata di pietra impediva di avanzare oltre. Tanto meglio così, perché si trovavano sull’orlo del nulla. Il grande condotto d’aria si apriva sulla ripida parete esterna della torre, e sotto di loro c’era uno strapiombo verticale di almeno trecento metri. Erano in alto sui bastioni più esterni della città; Diaspar si stendeva sotto di loro, uno spettacolo che pochi abitanti del mondo avevano visto.

Da quella posizione potevano vedere gli anelli concentrici di pietra e di metallo che scendevano per chilometri verso il cuore della città. Lontano, parzialmente nascosti dalle torri, si vedevano i campi con gli alberi e il fiume. Sullo sfondo i più remoti bastioni della città si alzavano verso il cielo. Alystra non era particolarmente entusiasta. Aveva già visto quel panorama altre volte, da punti altrettanto aperti ma molto più comodi.

«Quello è il nostro mondo… Tutto» osservò Alvin. «Ora voglio mostrarti qualcos’altro.» Voltò le spalle alla grata e s’incamminò verso il cerchio di luce che illuminava l’estremità opposta del corridoio. Il vento penetrava gelido sotto l’abito sottile, ma il giovane non se ne accorgeva nemmeno.

Fatti pochi passi, si rese conto che Alystra non lo seguiva. Era rimasta immobile, con le mani al viso, il mantello che sbatteva al vento. Vide che muoveva le labbra, ma il suono delle parole non lo raggiunse. Alvin la guardò dapprima meravigliato, poi con impazienza e compatimento. Jeserac aveva detto la verità: lei non poteva seguirlo; aveva capito dove s’affacciava quell’altra apertura. Alle spalle c’era il mondo conosciuto, pieno di meraviglie ma privo di sorprese, vivido come una brillante bolla incatenata al fiume del tempo. Laggiù, a solo un centinaio di metri, c’era il deserto, il mondo spaventoso, il mondo degli Invasori.

Alvin le si accostò, e notò, sorpreso, che la ragazza tremava. «Di che cos’hai paura?» le chiese. «Qui siamo a Diaspar. Hai guardato da quell’apertura, non c’è niente di pericoloso se ti affacci anche dall’altra.»

Alystra continuava a fissarlo come se fosse stato uno strano mostro. E, in base al suo metro, lui lo era veramente.

«Non posso. Il solo pensiero mi fa rabbrividire più di questo vento. Non proseguire, Alvin!»

«Ma è illogico! Cosa vuoi che ti succeda se arrivi alla fine di questo corridoio e guardi fuori? Vedrai un posto strano e solitario, ma niente di orribile. Anzi, ogni volta che lo guardo lo trovo sempre più bello…»

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