Arthur Clarke - La città e le stelle

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Diaspar, un’immensa metropoli del futuro. Una superciviltà arrivata all’ultimo stadio dello sviluppo. Un pianeta deserto, ostile, «proibito»: è in questo scenario che si muove Alvin, il giovane eroe di questo romanzo che resta fra i più celebri di Clarke. La domanda che lo ossessiona é: come riscoprire l’antico segreto della razza umana? Come uscire dal labirinto sotto vetro e tornare al volo spaziale?

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Un gruppo di giovani nuotava in uno dei laghetti, e Alvin si soffermò a guardarli. Li conosceva quasi tutti di vista, anche se non per nome, e per un attimo fu tentato di unirsi a loro, ma memore del suo segreto, preferì starsene appartato.

Studiando il corpo, era impossibile capire quali di quei giovani cittadini fossero usciti dalla Sala della Creazione quell’anno, e quali fossero invece

«nati» contemporaneamente ad Alvin. Esistevano differenze notevoli di peso e di altezza, ma non avevano alcun rapporto con l’età. Tutti nascevano così, già sviluppati; e per quanto in genere le persone più alte fossero anche le più anziane, la regola non era assoluta. Poteva dare indicazioni certe solo sulla distanza di secoli. Solo le facce potevano rivelare l’età giovanissima, poiché i rinati da poco avevano un’aria immatura, un’espressione di meravigliata sorpresa che li denunciava a prima vista. Era strano pensare che nelle loro menti sonnecchiassero infinite visioni di vite trascorse, che ben presto sarebbero riaffluite alla memoria. Alvin li invidiò, pur sentendo di avere torto. La prima esistenza era un miracolo prezioso, che non si sarebbe mai più ripetuto. Era meraviglioso vedere la vita per la prima volta, come nella freschezza dell’alba. Se solo ci fosse stato qualcun altro come lui, con cui poter dividere pensieri e sensazioni…

Eppure esternamente non era affatto diverso dagli altri ragazzi. Il corpo umano era rimasto identico fin dalla fondazione di Diaspar, poiché lo schema-base era cristallizzato per l’eternità nelle Banche Memoria. Tuttavia aveva subito parecchi cambiamenti dalla forma originale primitiva, sebbene la maggior parte delle alterazioni fosse interna e quindi invisibile.

L’uomo aveva ricostruito se stesso parecchie volte, nello sforzo di eliminare i difetti ai quali era soggetto nella preistoria. Accessori inutili quali le unghie e i denti erano scomparsi. I peli erano confinati sulla testa: sul corpo non se ne vedeva la minima traccia. Forse la cosa che più di ogni altra avrebbe sorpreso l’uomo primitivo doveva essere la scomparsa dell’ombelico. Quell’inesplicabile assenza avrebbe dato parecchio da pensare a un progenitore, che si sarebbe trovato in imbarazzo anche nel dover distinguere a prima vista un maschio da una femmina. Forse avrebbe pensato che non esistevano più differenze di sesso. Ma questo sarebbe stato un grave errore. In appropriate circostanze, un qualsiasi maschio di Diaspar avrebbe saputo dimostrare tutta la sua virilità, solo che… l’equipaggiamento, quando non veniva usato, era molto meglio disposto di prima. Lo spostamento interno degli organi aveva enormemente migliorato la vecchia disposizione data dalla Natura, assai poco elegante e notevolmente pericolosa.

Vero che la procreazione non era più affidata al corpo umano, essendo una questione troppo importante per essere lasciata a una partita di probabilità giocata con i cromosomi come se fossero dadi. Tuttavia, per quanto il concepimento e la nascita non fossero che dei ricordi, il sesso restava.

Anche nei tempi antichi soltanto l’uno per cento delle attività sessuali aveva attinenza con la riproduzione. La scomparsa di questo uno per cento aveva cambiato lo schema della società umana e il significato delle parole

«padre» e «madre», ma il desiderio era rimasto, anche se non aveva altro scopo che quello di soddisfare i sensi.

Alvin smise di osservare i coetanei che si stavano divertendo, e continuò il cammino verso il centro del Parco. In quella zona c’erano soltanto dei sentieri appena marcati. Attraversavano piccoli boschi e a volte scendevano in stretti crepacci dalle pareti coperte di licheni. A un certo punto incontrò una piccola macchina poliedrica, non più grande della testa di un uomo, che volteggiava in mezzo ai rami di un albero. Nessuno sapeva quanti tipi di robot ci fossero a Diaspar. Restavano appartati e si occupavano dei loro affari con grande efficienza, tanto che era insolito scorgerne uno.

Il terreno aveva ripreso a salire; Alvin si stava avvicinando alla collinetta che sorgeva al centro del Parco e quindi della città. Aveva il fiato un po’

grosso quando raggiunse la sommità della collina e il semplice edificio che la sovrastava, ma si appoggiò soddisfatto a una delle rosee colonne e contemplò dall’alto la strada che aveva percorso.

Esistono forme architettoniche che non possono cambiare, poiché hanno raggiunto la perfezione. La Tomba di Yarlan Zey avrebbe potuto essere attribuita agli architetti di una qualsiasi civiltà, persino la più remota, anche se quegli architetti non avrebbero mai saputo immaginare di che materiale fosse fatta. Il tetto era aperto e l’interno era pavimentato di grosse lastre che a prima vista parevano di pietra. Per intere età geologiche piedi umani avevano attraversato e riattraversato quell’impiantito, senza lasciare alcuna traccia sulla liscia superficie.

Il creatore del grande parco — e della stessa Diaspar, come molti affermavano — sedeva con gli occhi rivolti a terra, come se stesse ancora esaminando i progetti stesi sulle sue ginocchia. Sul volto era eternata un’espressione enigmatica che aveva lasciato perplesse tante generazioni umane.

Alcuni non ci badavano più, convinti che si trattasse di un puro capriccio dell’autore della statua, altri pensavano che Yarlan Zey sorridesse per una burla segreta.

L’intero edificio era un enigma, perché nei registri storici della città non si trovava nulla che lo riguardasse. Alvin non era nemmeno ben certo del significato della parola «Tomba»; forse Jeserac avrebbe potuto spiegarglielo, lui che si dilettava a raccogliere vocaboli caduti in disuso, servendosene poi nella conversazione con grande confusione di chi lo ascoltava.

Da quel punto, Alvin abbracciava con l’occhio tutto il Parco, fino alla città che si stendeva oltre la cinta degli alberi. Gli edifici più vicini distavano circa tre chilometri e formavano una bassa cintura che circondava completamente il Parco. Subito dopo, con altezza sempre crescente, cominciavano gli anelli di torri e di terrazze che formavano la parte maggiore della città. Si stendevano per chilometri e chilometri, avvicinandosi gradatamente al cielo, sempre più complesse, monumentali, imponenti. Diaspar era stata disegnata come entità; era un’unica, poderosa macchina. Tuttavia il suo aspetto esteriore, pur sopraffacendo lo spettatore per la sua complessità, rivelava solo vagamente le meraviglie tecnologiche che nascondeva, senza le quali tutti quei grandiosi edifici non sarebbero stati che dei sepolcri.

Alvin puntò lo sguardo verso i confini del suo mondo. A venti, trenta chilometri laggiù, dove i particolari si perdevano nella lontananza, si ergevano i bastioni esterni; oltre quei bastioni, null’altro che la volta del cielo.

Non c’era nulla, oltre quei bastioni, null’altro che la spaventosa solitudine del deserto, dove un uomo sarebbe ben presto impazzito.

Perché quel vuoto esercitava un fascino su di lui, se non attirava nessun altro essere? Alvin non sapeva spiegarselo. Restò a fissare le costruzioni a spirale e i bastioni merlati che racchiudevano l’intero dominio dell’umanità, come cercando una risposta.

Non la trovò. Ma in quell’istante, mentre il suo cuore tendeva dolorosamente verso l’irraggiungibile, prese una decisione.

Ormai sapeva quale sarebbe stato lo scopo della sua vita.

4

Jeserac non era molto disponibile, anche se non oppose le resistenze che Alvin si aspettava. Nella sua lunga carriera di tutore si era sentito porre altre volte domande del genere, ed era convinto che nemmeno un Unico come Alvin potesse sottoporgli problemi impossibili da risolvere.

Certo Alvin si comportava in modo alquanto singolare. Non prendeva parte come avrebbe dovuto alla complicatissima vita sociale della città, né alle fantasie dei compagni. Non prendeva neanche interesse alle attività superiori del pensiero, ma forse per questo era ancora troppo immaturo.

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