Brian Stableford - Il giogo del tempo

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Specialista di mondi esotici e contaminati, Brian M. Stableford ci porta in un tempo in cui l’umanità sarà tornata alla superstizione e alla barbarie. Ma in quel mondo d’ombre circolano strane voci sulla prodigiosa scienza degli antichi. Bisogna ritrovare il Viaggiatore del tempo! Una pericolosa avventura aspetta Matthew e John, due pellegrini disposti a tutto pur di trovare quel mitico superstite… Il salvatore.

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— Non so nemmeno questo.

— Oggigiorno non ci sono molti viandanti — dissi.

— Pochissimi — ammise. Sapeva dove volevo arrivare.

— Non ci sono più molte persone a conoscenza delle cose o che raccolgono le informazioni — continuai. — E ce ne sono ancora meno che coltivano propositi per i quali tali informazioni siano utilizzabili. Eppure qualcuno ha dato un anello a uno storpio. Qualcuno si è interessato a lui. Qualcuno rifornisce di droghe solitari paesi di montagna. Ci sono uomini con il loro sole personale e uomini che vivono al crocevia del mondo. Non tutto è perduto, vero, Padre? Lo sappiamo bene, è un mondo soddisfatto di sé, la felicità e l’euforia sono dappertutto; ma è necessario un intervento esterno, non è così, Padre? Si deve mantenere la tranquillità. Qualcuno deve far girare le ruote in modo che il resto del mondo possa dormire tra due guanciali. Nessuno è inappagato o insoddisfatto. Siamo un popolo di bambini che possiede giocattoli meravigliosi. Chi fabbrica questi giocattoli, Padre Alvaro? Chi si occupa dei bambini?

— Come ben sapete siamo noi — disse pacatamente.

— Voi — ripetei con un tono di voce piatto, neutrale.

— La Confraternita dell’Uomo Futuro — rispose Alvaro, con lo stesso tono distaccato. — Prepariamo la via. L’unico scopo rimasto all’uomo sulla Terra è di preparare la via a quelli che verranno dopo di lui. Abbiamo un progetto e un destino. Facciamo quello che è necessario.

— Avete la droga che permetterebbe a John di viaggiare nel tempo?

— Abbiamo droghe che ampliano la percezione.

— Nel tempo?

— Sì.

— E cosa dobbiamo fare per procurarcela?

Alvaro scrollò le spalle. — Non spetta a me dirlo. Provate a venire alla Confraternita. Imparate da noi, imparate con noi. Comprendeteci, lasciate che vi comprendiamo.

— Non parlo di me, ma di John.

— Non penso che tra voi e John vi sia una gran differenza.

— Non entrerà nella vostra Confraternita, lo sapete. Non crede in voi.

— Non conoscete vostro fratello, Matthew. Lui crede. Non necessariamente in noi, ma crede. È già un inizio. Abbiamo bisogno di John, così come lui ha bisogno di noi. In quest’epoca noi siamo gli unici a essere impegnati in qualcosa, e lui ha terribilmente bisogno di impegnarsi in qualche progetto. Penso che in mancanza di meglio abbraccerà la nostra missione.

— E io? Voi non avete bisogno di me.

— John ha bisogno di voi.

— Per cosa? Non posso più fare nulla per lui, voi sì. Se c’è qualcuno di cui ha bisogno siete voi, non io.

Alvaro non rispose. Scrutai il viso di mio fratello attraverso la caligine che avvolgeva pigramente il fuoco. Non sembrava stesse ascoltando. Sapevo che, se voleva, riusciva a isolarsi completamente dal mondo, ma in qualche modo sentivo che quell’aria assente era una posa, che aveva udito ogni parola e stava riflettendo nonostante lo sguardo continuasse a rimanere fisso.

— Allora che devo fare? — chiesi ad Alvaro.

L’uomo scosse la testa. — Non sta a me dire cosa dovete fare.

— Poco fa me lo stavate dicendo.

Sorrise. — Era un punto di vista. Vi offro un modo di pensare, non un consiglio. Siete voi che dovete decidere, voi e John.

— È John che decide — dissi.

— Davvero. — Il tono dell’ometto era ironico.

— Io non ho bisogno di illusioni, non ho bisogno di missioni.

— Forse no.

— Lui sceglie la strada e io lo seguo. Qualcuno deve badare a lui, anche adesso.

Smettemmo di parlare e quella pausa si trasformò in minuti. Alvaro aveva detto quello che pensava e ora sembrava felice di non dover più continuare la conversazione. Forse era stanco del mio atteggiamento perennemente negativo. Dopo tutto era a John che si rivolgeva, non a me. Era John che voleva.

La Lucciola fissava ancora la danza delle fiamme. C’erano lacrime sulle sue guance, ma non credo che stesse piangendo. Era solo il fumo che gli irritava gli occhi.

PARTE SECONDA

Fuori dal dominio del tempo

12. Un’altra estate

Il giardino, cintato da un muricciolo, aveva dimensioni modeste. La Confraternita era parsimoniosa con lo spazio. I confratelli vivevano in minuscole camere con corridoi dal soffitto basso, e anche il loro giardino pareva fin troppo angusto, ma pieno di fiori di ogni colore incredibilmente profumati.

Era una limpida giornata di mezza estate. Da un mese a questa parte faceva molto caldo e il sole, il nettare e il ronzare delle api mi portavano costantemente alla mente i ricordi dell’estate precedente, quando io e John vagavamo per brughiere, deserti, valli e montagne in cerca dell’uomo che viaggiava nel tempo.

Trovavo i ricordi piacevoli, ma cominciavo a stancarmi della luce violenta del mezzogiorno. Uscivo meno di frequente adesso, preferendo al paesaggio esterno il giardino e la sua cinta monastica. C’era un po’ di frescura lì. forse più immaginaria che reale, che metteva in risalto l’ordine e la serenità del luogo e il profumo dei fiori.

Eravamo giunti alla Confraternita non appena l’autunno aveva cominciato a rendere scomodi e difficoltosi i nostri spostamenti, nonché dolenti e stanchi i nostri piedi, e io avevo accolto con gioia questa opportunità di riposare. Da allora ero gradito ospite della Confraternita che ripagavo prestandomi per alcuni lavoretti. John si era unito ai confratelli dell’Uomo Futuro.

Quando questo avvenne, per me fu una grande sorpresa. Pensavo di conoscerlo meglio, ma forse non l’avevo mai capito veramente. Cominciavo a credere che col tempo ci fossimo allontanati sempre più, nonostante John mi fosse stato affidato sin da bambino. All’inizio non approvai la sua decisione. Pensavo che a lungo andare l’avrebbe reso infelice, ma il cambiamento di John dimostrò che mi sbagliavo completamente. Non trovò appagamento, ma piuttosto serenità e fiducia in se stesso. L’irruenza del carattere rimase ma si fece più recondita, meno evidente nel suo modo di parlare. La rabbia e la paura lo abbandonarono completamente e il suo perpetuo tormento esistenziale venne mitigato da una nuova determinazione.

All’inizio, di fronte a cambiamenti così radicali, temevo di averlo perso per sempre, dedito com’era alla Confraternita e alle sue idee. Ma questo non avvenne. Restavamo separati per lunghi periodi durante i quali John imparava ciò che l’umiltà e la filosofia della dottrina dell’Uomo Futuro avevano da insegnargli, ma ritornava sempre da me per qualcosa, non so cosa, che la Confraternita non poteva dargli.

I confratelli dell’Uomo Futuro avevano qualcosa da insegnare anche a me, o meglio, anch’io dovevo imparare delle cose. Non diventai mai un loro seguace, non accettai di impegnarmi per l’Uomo Futuro né tantomeno divenni un confratello consacrando la mia vita a preparargli la via. Ma ero convinto che sarebbe arrivato un Uomo Futuro e, naturalmente, apprezzavo il modo in cui la Confraternita si occupava dell’Umanità, ricercando pace e appagamento con ogni mezzo possibile.

Così, in quel giorno di mezza estate, ero ancora nei chiostri del monastero a contemplare il giardino e ad aspettare John. Ora era Fratello John, non solo mio fratello John che si faceva chiamare Lucciola.

Mi si avvicinò da dietro silenziosamente, e parlò solo quando mi fu accanto.

— È tardi — disse. — Mi dispiace.

Scossi la testa. — C’è tempo, è poco più di mezzogiorno.

— È l’ultimo giorno — disse. — L’ultimo giorno di tutto.

— Te ne vai proprio?

— Ce ne andiamo, Matthew! Devi venire con noi.

— Non mi è stato detto che posso venire — gli feci notare. — Non sono a servizio dell’Uomo Futuro né un membro della Confraternita. Questo pellegrinaggio è una cosa piuttosto importante per loro. Ha richiesto molto lavoro e molti preparativi.

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