Si domandò cosa stesse accadendo agli altri Thorn, dai destini così mischiati. Thorn III nel Mondo II… era morto nell’istante del suo arrivo, o i Servitori avevano notato in tempo il mutamento di personalità, e avevano deciso di risparmiarlo? Thorn II nel Mondo I. Thorn I nel Mondo III. Era una specie di gioco pazzesco… un gioco escogitato da un dio pazzo e crudele.
Eppure cos’era l’intero universo, perlomeno, come si era rivelato finora a lui, se non una commedia pazza e crudele? Il mito dell’Alba della Civiltà era giusto… c’erano dei serpenti che insidiavano ogni radice dell’albero cosmico Yggdrasil. In tre giorni aveva visto tre mondi, e nessuno di essi era buono. Il Mondo III, distrutto dalla energia subtronica, gelido campo di battaglia di un’ultima disperata resistenza. Il Mondo II, oppresso da una tirannia paternalistica, soffocato dall’odio e dalla noia. Il Mondo I, una utopia in apparenza, ma mancante di un autentico valore intrinseco, niente affatto migliore degli altri… soltanto più fortunato.
Tre mondi sbagliati.
Sobbalzò. Gli sembrò che, con quest’ultimo pensiero, qualcosa di estraneo alla sua mente le si fosse attaccato nella maniera più intima immaginabile. Ebbe la stranissima sensazione di avere acquistato una nuova forza di pensiero, di non essere più legato a un ammasso di ossa e di pelle, ma di potersi librare al di sopra di esso, di potere allungare i suoi pensieri come tentacoli verso orizzonti nuovi e assolutamente sconosciuti.
Un debole rumore, verso l’imboccatura della galleria, riportò la sua mente alla situazione attuale. Forse era stato il rumore di zampe sulla roccia. Comunque, non si ripeté. Strinse forte il coltello. Forse un animale stava tentando un attacco di sorpresa. Se ci fosse stata la luce…
Una fiamma giallastra, del colore del fuoco che aveva immaginato, apparve senza preavviso a qualche metro di distanza, davanti a lui, proiettando un intricato disegno di luci e ombre sulle pareti irregolari della galleria. Illuminò i musi di un magro cane grigio e di un gatto nero che si stavano avvicinando silenziosamente, fianco a fianco. Per un istante gli animali furono gelati dalla sorpresa. Poi il cane indietreggiò disperatamente, emettendo un guaito di paura. Il gatto soffiò minacciosamente e osservò furioso la fiamma, come se cercasse disperatamente di scoprire il suo modus operandi.
Ma, seguendo il pensiero di Thorn, la fiamma avanzò e il gatto indietreggiò di fronte a essa. Dapprima si limitò a indietreggiare, guardando e soffiando. Poi si voltò e, rispondendo con un miagolio disperato al coro di guaiti e di miagolii che giungeva dall’imboccatura della galleria, scappò a gambe levate.
La fiamma continuò ad avanzare, cambiando colore quando Thorn pensò alla luce del sole. E quando Thorn cominciò ad avanzare a sua volta, gli sembrò che la strada fosse molto più agevole.
La galleria diventava più alta, si allargava. Emerse nella caverna esterna e udì un ultimo rumore di zampe in fuga.
La fiamma, ora diventata bianca, si era fermata al centro della caverna. Mentre lui avanzava si sollevò per venirgli incontro, lo raggiunse… e nel palmo della mano di Thorn si trovò la grigia sfera, fredda e intatta, che lui aveva gettato via pochi minuti prima.
Ma non si trattava più di un oggetto esterno e separato. Era parte di lui, era sensibile a ogni mutamento di umore e di pensiero, era legata alla sua mente per mezzo di legami invisibili ma reali come nervi e muscoli. Non era una macchina controllata telepaticamente. Era un secondo corpo.
Sollievo, meraviglia, e consapevolezza esaltante del suo nuovo potere, lo resero debole. Per un istante tutto ondeggiò e si confuse, ma fu solo un istante… gli sembrò di suggere una vitalità inesauribile dalla sfera.
In lui sgorgò un fiotto di forza creativa, tanto forte da sembrare doloroso, come una fiamma improvvisamente esplosa nel suo cervello. Poteva fare tutto ciò che desiderava, andare dove voleva, creare tutto ciò che gli era necessario, creare la vita, cambiare il mondo, distruggerlo, se lo avesse desiderato.
E poi giunse la paura.
Paura che la cosa, obbedendo ai suoi pensieri, potesse obbedire anche a quelli stupiti, ignoranti e distruttivi. Non si potevano controllare a lungo i propri pensieri. Anche gli individui più equilibrati pensavano spesso al delitto, alla catastrofe, al suicidio…
Improvvisamente, la sfera gli apparve come un grigio globo fatto di minaccia.
E poi… dopotutto, non avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. A parte le altre limitazioni che la cosa poteva avere, rimaneva il fatto che i suoi pensieri erano limitati. Non avrebbe potuto fare cose che lui non riusciva a comprendere… per esempio, costruire un motore subtronico…
Oppure…
Per la prima volta, dopo essere emerso dalla galleria, cercò di pensare in maniera collettiva, servendosi non soltanto della superficie della sua mente.
Scoprì che i recessi della sua mente erano stranamente alterati. Il suo subcosciente non era più uno schermo opaco e impenetrabile. Poteva vedere in esso, come in un corridoio male illuminato, affondarvi, udire i pensieri che giungevano dalla parte opposta, i pensieri degli altri Thorn.
Uno di loro, sentì, stava istruendolo, affidandogli una… responsabilità.
Il messaggio riguardava argomenti che facevano tremare la mente. Sembrò avvolgere la sua personalità, la sua coscienza.
L’ultima scena che vide del Mondo III fu una parete di abeti oscuri e coperti di neve, incorniciata da una superficie rocciosa. Poi tutto fu oscurato, svanì, e lui si trovò in un’oscurità senza limiti dove i sensi comuni non esistevano e soltanto il pensiero… esso stesso divenuto un senso… aveva potere.
Era un’oscurità completamente estranea a lui, in cui non esistevano alto e basso, questo e quello, né qualsiasi altra situazione spaziale. Gli sembrò che ogni punto fosse adiacente a ogni altro punto, e così l’infinito era ovunque, e tutti i sentieri portavano ovunque, e solo il pensiero poteva imporre l’ordine, o differenziare. E l’oscurità non era dovuta alla mancanza di luce, ma era fatta di pensiero… percorsa da visioni spettrali, da reminiscenza, da percezioni.
E poi, senza sorpresa e senza rendersi conto del passaggio, comprese di non essere più un solo Thorn, ma tre. Un Thorn che aveva vissuto tre vite… e il fatto che queste vite fossero state vissute contemporaneamente o secondo una sequenza non importava affatto. Un Thorn che aveva appreso la pazienza e la sopportazione e l’autosufficienza del selvaggio Mondo III, che aveva ben radicato nella mente il concetto secondo il quale l’uomo era un animale in competizione con altri animali, che tutte le aspirazioni umane erano cose vaghe, false e trascurabili… ma non necessariamente prive d’importanza… in un cosmo cieco e insensibile, e che perfino la morte e la scomparsa di ogni speranza umana erano cose di cui si poteva sorridere, combattendo contro di esse. Un Thorn che aveva visto e provato nel Mondo III il lato peggiore della crudeltà umana, che aveva ottenuto una terribile familiarità con le debolezze della natura umana, con la sua vile sottomissione alle pressioni sociali, con la sua capacità di suggestione, con la sua presunzione, la sua orribile adattabilità; un Thorn che si era immerso negli abissi dell’odio e del risentimento e dell’invidia e della paura, ma che si era in parte sollevato al di sopra di tutto questo e aveva scoperto l’umiltà, la comprensione, il sacrificio, la dedizione a una causa. Un Thorn che, nel troppo facile Mondo I, aveva imparato a servirsi dei pericolosi doni della libertà, a lottare contro la pericolosa tendenza umana di fare del male e di rammollirsi quando non ci sono rigidi controlli e avversità a controllare l’uomo, e sopportare la felicità e il successo senza guastarsi, a creare mete e scopi in un ambiente nel quale apparentemente non c’era posto per essi.
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