Con un ansito incredulo e disperato, Shielding mise in azione tutti gli altri pannelli del settore della Croce d’Opale.
Quasi tuttti mostrarono figure in uniforme nera. Degli altri, quasi tutti erano vuoti.
E poi tutti videro che non tutte le figure in uniforme nera erano semplici immagini televisive. Alcune di esse erano in piedi tra i pannelli, nella Sala del Cielo, e impugnavano delle armi.
Per un’illusione psicologica, le figure di Conjerly e Tempelmar sembrarono diventare più alte.
— Sì — disse Conjerly piano, quasi educatamente. — Il vostro governo… o, piuttosto, quell’assenza di ogni sano controllo che voi chiamate governo… è ora nelle mani esperte dei Servitori del Popolo. Le asserzioni di Clawly erano tutte esatte, sebbene, fortunatamente, noi siamo riusciti a impedirvi il crederle… è stato un inganno necessario. C’è un’invasione, che avviene per il bene di tutti i mondi, e dalla quale trarrete un enorme beneficio. Avviene attraverso il tempo, attraverso una regione che è diventata comune a entrambi i mondi. Questa regione è la nostra testa di ponte transtemporale. E, come è evidente, la nostra testa di ponte coincide con il vostro quartier generale.
Clawly non stava ascoltando. Stava osservando una figura che si stava avvicinando, con gli occhi curiosi e sorridenti fissi su di lui. E anche Firemoor e Shielding e altri cominciarono a guardare, sbalorditi, attoniti di fronte a questo nuovo miracolo.
La figura che si avvicinava era rivestita di abiti di volo la cui fattura elegante la qualificava come una persona di alto rango. Ma per quanto riguardava il fisico e l’aspetto, fino all’ultimo particolare del volto, compresa anche una certa somiglianza di espressione… una vaga ironia sardonica… si trattava del duplicato di Clawly.
Nel modo in cui i due si fissarono ci fu qualcosa di estremamente particolare. Nessuno avrebbe potuto dire quale fosse stato l’inizio, ma quando i due furono l’uno di fronte all’altro, la cosa fu del tutto evidente; erano due uomini che stavano battendosi a duello.
Il volto di Clawly si irrigidì. Il suo sguardo sembrò concentrarsi. Il suo duplicato sobbalzò, come se avesse ricevuto un colpo inatteso. Per un istante sogghignò con aria spiacevole, poi il suo volto si indurì.
Nessuno dei due si mosse. C’erano solo quegli intensi sguardi, accompagnati da guizzi muscolari e da un affanno nella respirazione. Ma tutti coloro che osservavano capirono che si stava combattendo un duello mentale.
Conjerly, aggrottando le sopracciglia, fece un passo avanti. Ma in quello stesso istante apparve un’espressione di terrore improvviso e intenso sul volto contorto del duplicato di Clawly. Il Clawly vestito di nero indietreggiò di un passo, come per evitare di cadere in un pozzo. Emiser un grido inintelligibile, e portò la mano alla fondina.
Ma quando egli sollevò l’arma, i lineamenti del primo Clawly furono percorsi da un sorriso trionfante, stranamente di commiato.
Nella galleria oscura e contorta Thorn poté sollevare di poco il suo coltello, e il ringhiare del cane che lo stava assalendo fu ingigantito fino a ferire i timpani. Comunque, il coltello fece effetto prima delle zanne dell’animale, e con un guaito irato il cane arretrò… non c’era spazio per voltarsi.
Dal rumore delle zampe sulla roccia, Thorn concluse che l’animale doveva essersi ritirato fino all’ingresso della gelleria. Abbandonò la posizione contratta che lo aveva portato ad addossarsi alla parete rocciosa, si distese in una posizione calcolata per riposare gambe e braccia, e considerò la sua situazione.
Certo, e ora se ne rendeva conto, era stata una pazzia entrare in quella galleria senza accendere il fuoco per assicurarsi di poter ritornare a una posizione nella quale avrebbe potuto usare la fionda. Ma scendendo nella gola, non aveva visto alcun segno dei diavoli, e senza dubbio era stato necessario visitare nuovamente la caverna per vedere se Thorn III possedeva altro cibo, armi, o abiti di ricambio. La necessità del cibo era assoluta, e il giorno prima lui e Darkington erano ritornati dalla caccia a mani vuote.
Si domandò se Darkington avrebbe tentato di salvarlo. Era difficile, dato che l’ometto non sarebbe ritornato dal suo giro di caccia che verso sera. Con l’avvicinarsi della notte, ben difficilmente l’ometto avrebbe rischiato la vita avventurandosi nella gola per salvare un uomo che egli riteneva più o meno pazzo. Perché Thorn aveva cercato di dirgli troppo sui mondi delle probabilità alternate nelle quali la civiltà non era perita. Darkington aveva lasciato perdere quelli che lui definiva “sogni”, e Thorn aveva taciuto, non prima di rendersi conto che così facendo perdeva tutta la fiducia dell’altro.
Inoltre, Darkington era un po’ pazzo a sua volta. Lunghi anni di vita solitaria vevano causato delle abitudini ormai fisse. La sua fame di compagnia era diventata praticamente un desiderio idealizzato, e l’apparizione di un vero compagno sembrava averlo messo in grave disagio, visto che la cosa richiedeva una complessa operazione di riadattamento. Essere confinato in una landa selvaggia, e ritornare poi alla civiltà era una cosa. Ma sapere che la civiltà è morta e che di fronte si stendono soltanto secoli oscuri e selvaggi, nei quali altre creature occuperanno il centro del palcoscenico cosmico, rende l’uomo un animale del tutto diverso.
Qualcosa premeva contro il fianco di Thorn. Piegando la sua mano sinistra in un’angolazione scomodissima… la mano destra stringeva ancora il coltello… spostò la sacca e ne estrasse l’oggetto che provocava fastidio. Era l’enigmatica sfera che era rimasta con lui durante tutti i suoi passaggi tra i mondi. Irato, la gettò via. Aveva sprecato abbastanza tempo a cercare di scoprire la natura e lo scopo della cosa. Era inutile come… come quegli scheletri di pigliastelle che sorgevano là fuori.
Sentì che la sfera risaliva un po’ la galleria, poi tornava indietro rotolando per qualche metro, e si fermava.
Evidentemente anche i suoi guardiani sentirono, perché si udì un confuso concerto di miagolii e di guaiti, che non furono emessi all’unisono, ma in una strana mescolanza alternata di scatti e di pause che ricordava un discorso. Un paio di volte tra i miagolii gli sembrò di distinguere qualche parola umana, sebbene distorta dalle gole feline e canine. Non era piacevole essere intrappolato nel fondo di una galleria e doversi domandare che cosa stessero dicendo gatti e cani, parlando di lui nella loro lingua semicomprensibile.
E poi, pianissimo, Thorn credette che qualcuno chiamasse il suo nome.
La sua reazione immediata fu un sorriso ironico, al pensiero di quanto fosse facile confondere il proprio nome con i suoni più impensati. Ma gradualmente l’inesplicabile suono cominciò a esercitare una sottile pressione sui suoi pensieri, conducendolo a meditazioni ingiustificabili nelle sue condizioni attuali.
Ma quali devono essere i pensieri di un uomo in trappola e condannato a morte sicura? Con una certa calma, Thorn si disse che quelli erano probabilmente i suoi ultimi ragionamenti logici. Certo, quando la morte si fosse avvicinata a sufficienza, la paura avrebbe potuto permettergli di fuggire in un altro corpo. Ma questo non era affatto certo, e neppure probabile. Si rese conto di un fatto: ogni cambiamento lo aveva portato in un mondo peggiore. E ora, presumibilmente, si trovava sul fondo, e come una forza che abbia raggiunto il nadir del suo ciclo di esaurimento, non avrebbe potuto risollevarsi senza l’influsso di un agente esterno.
Inoltre, non gli sorrideva l’idea di condannare un altro Thorn al suo destino, anche se temeva di poterlo fare, se ne avesse avuta la possibilità.
E nuovamente immaginò, come attraverso un velo di sogno, di udire qualcuno che chiamava il suo nome.
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