Sul banco del portiere, trattenuta da un fermacarte di ossidiana lunare, c’era una nota scritta con i caratteri rosei di una fonoscrivente su carta nera.
Zane Gort! Il tuo piano mostruoso per sostituire i mulini-a-parole con cervelli robot è stato scoperto! La tua fabbrica di narrativa robotica alla Saggezza delle Età con le sue orribili teste di robot senza corpo, è sotto sorveglianza! Se ci tieni alla bellezza e alla buona salute della robicchia Phyllis Blushes, rinuncia al tuo piano e smantella la fabbrica.
I figli della Sibilla
— Ecco che sta arrivando il signor Flaxman — disse Joe, schermandosi gli occhi con la mano mentre guardava nella strada, attraverso la grande vetrata. Gaspard si cacciò il biglietto in tasca e seguì Joe fuori, sul marciapiedi.
La macchina di rappresentanza di Flaxman stava avanzando lentamente, guidata dal pilota automatico. Probabilmente l’editore schiacciava un sonnellino, pensò Gaspard.
La macchina trovò con i suoi sensi la destinazione, si accostò al marciapiedi e si fermò accanto ai due uomini. Sui sedili ricoperti di pelle non c’era nulla, a eccezione di un biglietto stampato in neretto su carta grigia.
Zane Gort! Può darsi che tu possa scrivere tutta la narrativa che il Sistema Solare può assorbire, ma non potrai fare arrivare i tuoi libri alle edicole senza un editore. Dividi la torta con noi e lo riavrai.
I Giovani Robot Arrabbiati
Il primo pensiero di Gaspard fu semplicemente che i robot dovevano essere più vicini a impadronirsi del mondo di quanto non pensassero gli allarmisti, se due gruppi nemici potevano presumere che Zane fosse la chiave delle nuove attività dell’Editrice Razzi e se decidevano di trattare con lui soltanto.
Gaspard si sentì un po’ offeso. Nessuno aveva pensato di mandare a lui una lettera minatoria. Nessuno, finora, aveva neppure tentato di rapirlo. Avrebbe pensato che per lo meno Heloise, in considerazione dei loro passati rapporti… ma no, la scrittrice aveva rapito Cullingham.
— Rrrrrr! Ce l’ho fatta! Ce l’ho fatta!
Gaspard fu abbrancato e costretto a girare su se stesso, in una folle danza, da Zane Gort che era apparso come una saetta azzurra uscita Dio sapeva da dove.
— Fermo Zane! — comandò Gaspard. — Calmati. Flaxman e Cullingham sono stati rapiti!
— Non ho tempo per queste sciocchezze adesso — disse il robot, lasciandolo andare. — Ce l’ho fatta, ti ho detto! Eureka!
— Anche la signorina Blushes è stata rapita! — gli urlò Gaspard. — Ecco le lettere dei ricattatori… indirizzate a te !
— Le leggerò più tardi — disse il robot, cacciandosele in uno sportellino sul fianco. — Oh, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta. Adesso devo controllare con il Cal Tech! — Balzò sulla macchina di Flaxman e la fece partire come una saetta.
— Per Giuda! Cosa gli ha preso a quel pazzo di latta? — chiese Joe grattandosi i capelli bianchi mentre osservava la macchina svanire come uno scintillio su un radar.
Con una smorfia, Gaspard rientrò e chiamò la Nursery. Rispose la signorina Bishop. Non appena lui cominciò a parlare, lei l’interruppe.
— Era ora, sfaticato! Una dozzina di marmocchi reclamano la carta. Dicono che proprio in questo momento si sono fatti venire le idee più belle e non possono buttarle giù. Abbiamo bisogno di quei rotoli!
— Senti, siamo nei guai. I principali sono stati rapiti. Non posso sapere a chi potrà toccare la prossima volta. E Zane Gort è impazzito. Voglio che tu…
— Oh, zitto, Gaspard! Smettila di far storie. Porta qui quei rotoli, immediatamente!
— Bene! — ringhiò Gaspard. — E porterò anche il caffè. — E riattaccò.
— Adesso chiamate la polizia? — domandò Joe.
— Silenzio! — abbaiò Gaspard. La piccola esplosione non recò sollievo al suo disgusto. — Sentite, Joe, io torno nell’ufficio di Cullingham a interrogare la signorina Willow… e a riflettere. Se devo chiamare la polizia, la chiamerò di là. Voi restate sul ponte. — Saltò sulla scala mobile e premette il pulsante. — E, Joe — aggiunse, agitando un dito in segno di ammonimento, — non voglio essere disturbato.
La prima mossa di Gaspard una volta entrato nell’ufficio, fu chiudere a doppia mandata le serrature elettriche di tutte le porte, manovrando i pulsanti dietro la scrivania di Cullingham. Poi, fregandosi le mani per congratularsi con se stesso, si rivolse alla signorina Willow, che se ne stava seduta fredda e serena.
— Salve, mammina — disse con calore. — Mammina ha un nuovo paparino.
Cinque minuti più tardi decise che o la femmequina doveva attivarsi solo al suono della voce di Cullingham (nel qual caso avrebbe dovuto trovare una registrazione) o ci doveva essere una parola-chiave che lui non aveva ancora trovato.
Oppure (tragedia!) la femmequina era semplicemente scarica.
No, difficilmente poteva trattarsi di quello, perché il suo seno magnifico si sollevava regolarmente simulando il respiro, i suoi occhi viola battevano ogni quindici secondi (Gaspard li cronometrò) mentre si inumidiva le labbra una volta ogni minuto.
Si curvò su di lei. Anche da vicino era difficile credere che non fosse una vera donna: la sua pelle era perfettamente imitata in tutti i particolari, perfino nella lieve peluria argentea sugli avambracci. Aspirò un soffio di profumo Galassia Nera. Esitò, poi cominciò a slacciarle l’aderente giacca nera.
Dalle profondità del suo petto la signorina Willow, grugnì còme un grande, pericoloso cane da guardia che lanciasse un avvertimento preliminare.
Gaspard urtò con il tacco un grosso raccoglitore mentre indietreggiava frettoloso. Il raccoglitore scivolò via per un buon metro: su di esso, in caratteri neretti, c’era scritto: Signorina T. Willow.
Lo raccolse. Tutti i fogli che aveva contenuto dovevano essersi sparsi fra gli altri, sul pavimento, perché il faldone era vuoto, a eccezione di un foglietto incollato all’interno.
Sul foglio c’erano scritte alcune righe: il loro significato era così strano che Gaspard lo lesse a voce alta:
C’era una cinciallegra sull’alberello vicino al rio,
cantava: «Salice, salice, salice!».
E io le dissi allora: «Perché, uccellino mio,
te ne stai lì cantando…».
La signorina Willow si era alzata in piedi e adesso veniva diritta verso di lui.
— Salve tesoro — disse con voce dolcissima. — Cosa può fare mammina per cocchino, oggi?
Gaspard glielo disse.
E, mentre il meraviglioso flusso dell’immaginazione continuava a scorrere, lui continuò a dirglielo.
Dopo venti minuti molto interessanti ma puramente preliminari, se ne stavano ritti accanto alla scrivania di Cullingham, allacciati l’uno all’altra fra i loro abiti sparpagliati. Cioè, si tenevano strettamente abbracciati e la signorina Willow teneva la gamba sinistra allacciata alla gamba sinistra di lui, calcagno contro calcagno, e si limitavano a baciarsi appassionatamente; ma la faccenda non andò oltre, perché da dieci secondi Gaspard era divenuto assolutamente impotente.
Gaspard sapeva esattamente perché. Era semplicemente la più antica e la più forte delle paure maschili: il complesso di castrazione. Non poteva dimenticare quell’unico mortale grugnito che aveva ascoltato. E, sebbene la carne della signorina Willow simulasse magicamente la realtà in quanto a incarnato, temperatura e resilienza, non tutti i supporti della struttura che poteva sentire al di sotto di essa corrispondevano, per forma e posizione, alle ossa di uno scheletro umano.
E infine, al di sotto del profumo Galassia Nera , c’era un lievissimo sentore di olio da macchina.
Gaspard sapeva che non avrebbe potuto compiere il prossimo e cruciale passo più di quanto avrebbe potuto cacciare volontariamente la mano in un groviglio di ingranaggi in moto. Cullingham poteva farlo, probabilmente perché aveva una fede assoluta nelle macchine o un ipertrofico e anomalo desiderio di morte, ma Gaspard, senza dubbio non poteva.
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