«Questa è una situazione molto complessa» diceva. «Nel trovare una soluzione per essa, vi chiedo di ricordare che questo popolo rappresenta un caso speciale, del quale non vi è alcun precedente nella storia. È mia convinzione che questo popolo abbia diritto a una speciale considerazione.»
Vi fu una pausa, poi Varn Allan proseguì: «La mia raccomandazione è perciò la seguente: che la proposta evacuazione venga ritardata finché gli abitanti siano psicologicamente in grado di adattarsi all’idea di un trasferimento. Questo adattamento psicologico, a mio parere consentirebbe di eseguire l’evacuazione senza difficoltà.»
Varn Allan guardò Norden Lund, che sedeva accanto a lei.
«Forse il viceamministratore Lund ha qualche cosa da aggiungere al mio rapporto.»
Lund sorrise.
«No. Mi riservo per più tardi il diritto di parlare.» I suoi occhi scintillavano di beffarda aspettativa.
Vi fu un momento di silenzio. Kenniston poteva udire il lieve e diffuso fruscio, il respiro e il fremito di quelle migliaia e migliaia di Governatori in ascolto.
Il Presidente, un uomo piccolo e dal viso intelligente, che rappresentava la voce del Comitato, l’interrogatore, e che sedeva alla medesima tavola con loro, disse allora: «Il Comitato dei Governatori riconosce a voi, Kenniston, il diritto di parlare in nome di Sol Tre.»
I Governatori di tutta la Galassia attendevano con impazienza che egli parlasse.
Anche gli altri attendevano. Attendevano nell’oscurità e nel gelo mortale di Sol Tre, il piccolo mondo il cui antico nome di Terra era stato del tutto dimenticato in quella riunione di governo. Attendevano gli operai, le massaie, i ricchi e i poveri, tutto il popolo di Middletown, pieno d’ansietà, attendeva.
Varn Allan lo guardò e gli sorrise con simpatia.
Kenniston respirò profondamente. Con uno sforzo enorme di volontà si indusse a parlare. Si sforzò perché le parole gli venissero alle labbra, dagli oscuri meandri dell’anima, da quel terrore che aveva sentito palpitare nel cuore dei suoi, nella sua Terra lontana.
«Noi non abbiamo chiesto di venire nella vostra epoca. Essendoci venuti, ci troviamo sotto la legge della Federazione, e non sfidiamo la vostra autorità come tale. Non vogliamo far nascere guai. Il nostro problema è un problema psicologico...»
Cercò di spiegare, a quegli uomini della Federazione, qualche cosa di ciò che era stata la loro vita, prima di quel fatale mattino di giugno. Cercò di far loro capire come il suo popolo fosse legato al suo mondo, e perché vi si aggrappasse tanto disperatamente.
«Comprendo i problemi tecnologici che rendono difficile continuare a vivere in un mondo come il nostro. Ma abbiamo conosciuto anche prima, molte volte, la privazione e la sofferenza. Non ne abbiamo paura. E siamo convinti che, col tempo, riusciremo a risolvere i nostri problemi.» Si fermò un momento, poi concluse: «Non chiediamo nemmeno il vostro aiuto, benché vi saremo sempre grati, se vorrete darcelo. Tutto ciò che chiediamo è di essere lasciati soli, per provvedere noi alla nostra salvezza!»
Tacque. Il silenzio, e quelle migliaia e migliaia di occhi che lo guardavano, lo opprimevano come un peso schiacciante.
Kenniston lottò per cercare una parola finale. Tante cose c’erano, che non aveva dette... tante cose che non avrebbero mai potuto essere formulate in parole.
Come spiegare, in una frase, la storia della razza degli uomini, l’orgoglio e il dolore del loro inizio nel tempo?
«La Terra è la madre dalla quale siete discesi» disse. «Non potete lasciarla morire!»
Ecco tutto! Era finito! Per il bene o per il male, aveva finito. Non vi era altro da aggiungere.
Jon Arnol, sbalordito, si piegò verso di lui dal posto dove sedeva, allo stesso tavolo.
«Magnifico!» bisbigliò. E ripeté: «Magnifico!»
Il Presidente domandò: «È con l’applicazione delle teorie di Jon Arnol, che sperate di riportare la vita su Sol Tre?»
Prima che Kenniston potesse rispondere, Arnol stesso gridò: «Su questo punto, domando la parola!»
Il Presidente fece un cenno di assenso.
Arnol si alzò. La fiera energia che lo spingeva non avrebbe potuto essere contenuta più a lungo. Parve che affrontasse di colpo tutto il Comitato dei Governatori, volgendo verso di loro lo sguardo di sfida dei suoi occhi neri.
«Mi avete negato un’altra occasione di tentare il mio procedimento... e ciò a onta del fatto che nessuno scienziato può impugnare le mie equazioni. Mi avete negato quella occasione per considerazioni politiche che sono note a chiunque, qua dentro. Sono le stesse considerazioni che hanno fatto fallire deliberatamente la mia prima prova, scegliendo per essa un mondo troppo piccolo per lo scoppio di energia liberato nel suo interno.
«Ma la Terra non è un mondo come quello. Là, l’esperimento avrà successo. Vi chiedo di consentire che venga tentato. Questo procedimento non risolverà solamente il problema che avete davanti a voi, ma qualsiasi futuro problema di mondi morenti. Voi credete che l’evacuazione, il trasferimento delle popolazioni, sia una soluzione migliore ma non potete continuare a trasferire delle popolazioni, per sempre!»
Fece una pausa. Poi la sua voce risuonò ancora, duramente: «E nemmeno potete voi, per preconcetti di filosofia politica, ritardare per sempre il progresso scientifico. Io affermo che non avete alcun diritto di negare ai popoli della Federazione il bene incalcolabile che questo procedimento può rappresentare per loro. Vi domando quindi di permettere un nuovo esperimento, usando il pianeta Sol Tre come soggetto.»
Jon Arnol sedette. Un mormorio confuso si levò dalle file innumerevoli dei Governatori. Le teste si avvicinavano per scambiare impressioni. Kenniston osservava ansiosamente tutti quei visi. Impossibile dire...
«Credo» bisbigliò Jon Arnol «che questa volta daranno il consenso!»
Il Presidente alzò la mano, per annunciare l’inizio della votazione.
Ma, in quel momento, Norden Lund disse: «Chiedo ora la parola!»
La parola gli fu concessa. E Kenniston sentì il cuore che gli batteva nel petto fino a scoppiare.
La voce di Lund risuonò per tutto l’anfiteatro: «Vi è un fatto che riguarda gli abitanti della città di Middletown, un fatto che non è stato menzionato... un fatto che il mio superiore diretto non ha nemmeno scoperto! Un fatto che è stato accertato dai registri della loro vecchia città, decifrati dall’esperto linguistico e storico della nostra missione.»
I nervi di Kenniston erano tesi fino allo spasimo. Così, si avvicinava il momento, il momento in cui avrebbe saputo ciò che Lund aveva scoperto per mezzo di Piers Eglin.
«Vi è stato detto che questi abitanti di Middletown sono brava gente, inoffensiva. Vi è stato chiesto di prenderli in speciale considerazione, di concedere loro indulgenze speciali, di sorvolare sulle loro piccole violenze. E perché? Perché sono patetiche creature, vittime innocenti di uno scherzo del destino che li ha scagliati fuori dal loro mondo e dalla loro epoca.»
La voce di Lund si indurì e tuonò, irosa: «Ma non è stato il capriccio del destino a scagliarli nella nostra epoca. È stato un atto di guerra!»
Si arrestò, per far ben capire ciò che aveva detto. Kenniston guardò il viso di Varn Allan. Varn Allan guardava Lund stupefatta.
Lund proseguì: «Kenniston smentisca, se può! Fu l’esplosione di una bomba atomica che infranse la continuità del tempo e scaraventò la sua città nella nostra epoca. Quegli uomini sono figli della guerra, nati e cresciuti in un’epoca di guerra!
«Considerate la violenza della folla, le minacce fatte contro i funzionari della Federazione, il rifiuto di accettare un’autorità pacifica! Considerate che, in questo momento, i buoni abitanti di Middletown sono pronti a far fuoco sulla prima nave spaziale della Federazione che tocchi la Terra!»
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