Vega Quattro! Vi era giunto, finalmente! E non poteva credere a se stesso, nemmeno ora!
Gorr Holl gli slacciò le cinghie che lo avevano tenuto legato durante la decelerazione dell’atterraggio su Vega. Il grosso umanoide era teso e preoccupato quanto Kenniston.
«Jon Arnol dovrebbe essere qui ad attenderci» disse rapidamente. «Le sue officine sono sull’altra faccia di questo pianeta. Vieni, Kenniston.»
Jon Arnol? Kenniston si era quasi dimenticato di lui, nella tensione di quello strano arrivo. Nel fascino conturbante di quell’evento, gli riusciva difficile raccapezzarsi persino delle ragioni di quel viaggio.
Scese con Gorr Holl nell’ampio vestibolo dello spazioporto. Una strana luce solare azzurra scintillava sul pavimento metallico. Un’aria strana, carica di lievi profumi sconosciuti, gli giungeva alle narici.
Lund e Varn Allan erano già nel vestibolo, e la donna gli disse: «Sarete alloggiato al Centro del Governo. Posso accompagnarvi là.»
Gorr Holl, che guardava un uomo magro e scuro che si avvicinava a passi rapidi verso di loro, intervenne: «No, non vi disturbate. Accompagneremo noi Kenniston al suo alloggio.»
L’uomo magro e scuro si era nel frattempo avvicinato. Aveva forse dieci anni più di Kenniston, ma aveva un viso sciupato e gli occhi da sognatore, e le mani incerte di un uomo in stato di grande eccitazione.
Varn Allan appuntò lo sguardo su di lui, e disse: «Ora capisco! Jon Arnol, era questo che avevate in mente, Gorr Holl. Ma non riuscirete.»
«Forse riusciremo, questa volta» borbottò Gorr Holl.
Norden Lund, dopo aver osservato Arnol mentre entrava, rise e senza dire una parola se ne andò. Varn Allan si soffermò un istante, come se volesse dire qualche cosa a Kenniston, ma non lo fece. Disse invece: «Allora siete voi responsabile per la sua comparsa, domani, alla seduta, Gorr.» E si allontanò.
Kenniston, guardandola mentre se ne andava, avrebbe desiderato che gli avesse parlato. Avrebbe anche desiderato che Lund non avesse riso così beffardamente. Era già abbastanza preoccupato.
Arnol li aveva raggiunti e salutava Lal’lor come un vecchio amico, sorridendo anche a Magro e a Gorr Holl.
Il suo sorriso, i suoi movimenti erano bruschi, come se i nervi tesi del suo corpo agissero indipendentemente dal cervello.
«Credo che abbiamo una buona occasione, questa volta, Lal’lor!» diceva intanto, con voce rapida. «Sia ringraziato il Cielo! La questione della Terra può essere proprio ciò che attendevamo, l’occasione per far loro accettare il mio procedimento, piaccia o no! È proprio un colpo di fortuna!»
«Questi è Kenniston, della Terra» gli disse Gorr Holl.
Jon Arnol parve un poco turbato e confuso, mentre si rivolgeva a Kenniston.
«Mi spiace di essermi dimostrato un poco egoista. So che avete anche voi il vostro terribile problema. Ma se sapeste quanto ho sudato, atteso e sperato! Sono uno scienziato, null’altro ha importanza per me, e ho visto il lavoro e gli sforzi di tutta la mia vita sciupati dalla politica...»
Gorr Holl lo interruppe.
«Questo non è il posto adatto, per discorrere. Andiamo al Centro del Governo. Potremo parlarne nell’alloggio di Kenniston, e abbiamo molto da dirci, prima di domani!»
Kenniston si avviò con loro e, per un momento, tutti i problemi della Terra gli parvero incredibilmente lontani.
Stava su un mondo sconosciuto, sotto un sole sconosciuto, e tutt’attorno a lui fremeva la vita intensa dello spazioporto, dove giungevano e partivano per mondi ignoti le grandi astronavi. Qui, più che nello spazio, aveva la chiara percezione di quei contatti che si svolgevano coi soli più lontani, la realtà di quelle scintillanti vie attraverso le nebulose, verso i numeri infiniti di porti di infiniti mondi senza nome. Un sentimento di meraviglia e di orgoglio sorgeva in lui, al pensiero che uomini provenienti dalla Terra avessero raggiunto tali mete.
Il ronzio delle grandi navi spaziali faceva vibrare il suolo all’intorno, le potenti forze atomiche allestivano le grandi piastre metalliche per le corazze, le nere chiglie si levavano maestose contro il cielo. Kenniston non si sarebbe mai stancato di guardare se Gorr Holl, presolo per un braccio, non lo avesse condotto con sé.
Jon Arnol aveva una vettura ad attenderlo, un veicolo che non assomigliava affatto a quanti Kenniston avesse mai visto eccetto per il fatto che correva veloce rasente al suolo. Il suo percorso sembrava automaticamente controllato nell’incredibile traffico delle strade, delle rampe, dei ponti sospesi che collegavano la città come una tela di ragno. Partirono veloci, ma non tanto veloci che egli non potesse guardare.
Guardando quella città, Kenniston si sentiva come un barbaro venuto dal deserto a Babilonia. Era più una nazione che una città, troppo vasta, troppo enorme, per poterla comprendere. Già l’oscurità si addensava, ma le vie profonde erano tutte illuminate di una luce brillante e il traffico proseguiva dovunque, come grandi fiumi in piena. E mentre la vettura procedeva rapida, i suoi compagni, per nulla impressionati da quello spettacolo, continuavano a parlare animatamente del domani, della seduta, della grande occasione.
Kenniston guardava le strade affollate e lucenti, quelle migliaia di sconosciuti che le percorrevano, e pensava attonito che quello era il centro della Galassia, la capitale di migliaia e migliaia di mondi. Uomini, donne e umanoidi, abiti di seta ed epidermidi pelose, spalle ricoperte di ali, voci umane e non umane, musiche sconosciute che lo snervavano, palpiti di macchine nascoste, e, al di sopra di tutto, il ronzio profondo di altre navi spaziali, innumerevoli, che calavano dal cielo oscuro.
Come da una distanza remota, udì Gorr Holl che gli parlava, indicandogli un gruppo di edifici titanici che sorgevano, come una bianca cordigliera, con le cime che si perdevano nel cielo. Con la mente confusa, capì che quello era il Centro del Governo, il posto al quale erano diretti, il posto dove, fra poco, si sarebbe trovato di fronte a quegli stranieri delle stelle per parlare loro della sua lontanissima Terra.
17
Il giudizio delle Stelle
Kenniston strinse spasmodicamente i pugni sotto la tavola di lucente materia plastica, come per aggrapparsi a una realtà.
“Questo è vero, tutto questo è vero” diceva a se stesso, convulsamente. “Tutto questo sta proprio accadendo, e io non sono un pazzo. Io sono proprio John Kenniston. Solo poche settimane or sono mi trovavo a New York. Ora mi trovo in un posto che si chiama Centro di Vega. Sono sempre io, sono John Kenniston. Solo il mondo è cambiato. Ma è sempre realtà.”
Ma sapeva che non era così. Sapeva che quel Centro di Vega e il vastissimo anfiteatro di marmo nel quale sedeva, erano solo le ombre di un incubo spaventoso dal quale non riusciva a svegliarsi.
Con occhi incerti, guardò in alto. Sedevano tutti, silenziosi, a migliaia e migliaia, in un cerchio smisurato ove risuonava l’eco, in file innumerevoli che si elevavano verso la volta, perduta nella penombra. Migliaia e migliaia di occhi che lo guardavano, occhi umani e non umani. Migliaia e migliaia di occhi che lo fissavano curiosi, intenti.
Gli ospiti della Federazione delle Stelle! Il Comitato dei Governatori, in seduta plenaria!
Migliaia di esseri che venivano dai mondi lontanissimi di tutta la Galassia... Per loro, per tutti loro, egli doveva avere un aspetto altrettanto irreale. Doveva sembrare loro impossibile di stare realmente guardando un uomo che veniva dal più lontano, dal più dimenticato, da un quasi incredibile passato.
La voce tranquilla, tagliente di Varn Allan interruppe i suoi pensieri turbinosi. In quel momento stava concludendo il suo rapporto su Middletown.
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