«Se ponete la questione così» disse Kenniston «certo, certo vale la pena di tentare.» Cominciava a sperare ancora. «E credi che questa... questa specie di forno solare possa avere successo? In modo non pericoloso, intendo dire.»
«Secondo tutte le dimostrazioni matematiche, sì.»
Kenniston esitava ancora, e Gorr Holl disse: «La decisione dovrebbe essere presa dal tuo popolo, Kenniston, e non da te... intendo dire la decisione di assumere quel rischio. Si tratta di una piccola popolazione che potrebbe essere assai facilmente trasportata altrove, durante la prova, finché ogni pericolo sia scomparso.»
Questo era vero. Non doveva aver paura di prendere impegni troppo decisivi per il suo popolo, perché non ne aveva l’autorità. E poteva essere una soluzione. Poteva esserlo davvero!...
«Siamo d’accordo, allora?» domandò Lal’lor. «Arnol è mio amico da molti anni, e posso fargli avere subito un messaggio perché ci venga incontro al nostro arrivo. Può aiutarti a preparare l’appello.»
Kenniston li guardò. Guardò i visi familiari di quei tre umanoidi. Doveva fidarsi di loro, doveva accettare le loro dichiarazioni sulla parola. All’improvviso capì che poteva fidarsi di loro.
«Benissimo!» disse. «Credo che qualsiasi speranza sia meglio di niente.»
«Allora, siamo d’accordo» concluse Lal’lor, tranquillamente.
Kenniston rimase un poco senza respiro, come se avesse preso una decisione irrevocabile, molto al di là delle sue intenzioni. Gorr Holl gli lanciò uno sguardo penetrante e disse: «Hai bisogno di qualche cosa, Kenniston. E credo di sapere cosa.»
Uscì e ritornò di lì a poco con un grosso flacone piatto di metallo grigio. Sorrise, mostrando i denti, in quel modo che pochi giorni prima aveva spaventato la popolazione di Middletown.
«Fortunatamente» sorrise «non facendo parte del personale di navigazione, non ci è vietato, come personale tecnico, di prendere degli stimolanti. Prendi dei bicchieri, Magro.»
Magro prese solo tre bicchieri di plastica.
«Il nostro saggio Lal’lor» disse «preferisce stimolarsi con le equazioni.»
Lal’lor approvò sorridendo. Gorr Holl versò con cura un liquido limpido nei bicchieri.
«Prova questo, Kenniston!»
Quel liquido aveva uno strano sapore di muffa, di muschio. Poi, parve esplodere nello stomaco di Kenniston, mandandogli ondate di calore fino alla punta delle dita. Quando poté nuovamente respirare, balbettò: «Ma che diavolo è, questa roba?»
«È distillato da alcuni funghi dei nostri mondi di Capella» spiegò Gorr Holl. «Forte, vero?»
Kenniston, dopo aver bevuto un altro sorso, sentì svanire un poco le sue preoccupazioni. Sedette, più rilassato, ad ascoltare quei figli di altri mondi lontani, che parlavano. Sapeva che parlavano per cercare di rasserenarlo.
«I primi viaggi possono essere molto duri» diceva Magro. Era accovacciato sulla cuccetta come un gatto addormentato, con uno splendore sognante e remoto negli occhi felini. «Ricordo il mio primo viaggio. Attraversammo le Pleiadi con le macchine che funzionavano a energia ridotta, e i piccoli mondi si affollavano attorno a noi come api inferocite.»
Gorr Holl assentì con un cenno.
«Ti ricordi» disse «quella caduta sulla stella Algol? Ho perduto degli ottimi amici, in quel disastro. Una tomba gelida e profonda nel vuoto!»
Kenniston ascoltava, mentre essi parlavano di vecchi viaggi al di là delle frontiere stellate della Federazione, di pericoli provenienti dalla nebulosa, dalle comete, dalle nubi cosmiche, di naufragi su mondi sconosciuti e selvaggi.
Quei discorsi lo interessavano vivamente e lo sbalordivano a un tempo. Dopo un poco, citò ad alta voce un passo che gli era tornato alla memoria: «Allora non ascolteremo più miseri discorsi su Magellano e su Drake. Udremo allora il racconto di viaggiatori che hanno circumnavigato l’eclittica e doppiato la Stella polare come il Capo Horn.»
«Chi ha scritto queste parole?» domandò Lal’Ior, interessato. «Qualche scienziato della vostra epoca che aveva previsto i viaggi spaziali?»
«No» spiegò Kenniston «si tratta di un uomo di un secolo prima della mia epoca. Si chiamava Melville, e anche lui era marinaio, ma sui mari della Terra.»
Gorr Holl scosse il capo.
«Strani tempi debbono essere stati quelli, quando non v’erano che gli oceani d’acqua di un piccolo pianeta per le avventure dell’uomo!»
«Eppure vi era un vastissimo campo di avventura, su quegli oceani» disse Kenniston. «L’Atlantico in piena tempesta, il Golfo in una notte lunare...»
Una dolorosa nostalgia lo afferrò di nuovo, la terribile nostalgia per una Terra perduta per sempre, per l’odore dei falò che bruciavano nelle rigide notti d’autunno, per i campi fioriti sotto il sole estivo, per i cieli azzurri e le verdi colline, per le montagne nevose e i villaggi sonnolenti, per le vecchie città e le vecchie strade che le attraversavano, per tutto ciò che era scomparso e che non sarebbe ritornato mai più. Quei pensieri gli facevano persino desiderare la Terra com’era ora, il vecchio pianeta stanco e morente che conservava almeno la memoria del mondo che egli aveva conosciuto, la memoria delle persone che avevano conosciuto quel mondo. Carol aveva ragione! Il vecchio modo di vivere, le vecchie cose, erano le migliori! Che faceva lui, ora, in quelle immensità del vuoto?
Allora vide che gli altri lo guardavano con una luce di comprensione nello sguardo, in quel loro sguardo strano, eppure così familiare e amichevole.
«Datemi ancora da bere» disse.
Ma non servì a scacciare la nostalgia cocente della Terra. Parve anzi rendere più acuto il suo impossibile desiderio. Allora, Kenniston si alzò di colpo, come per scrollarsi di dosso quel peso amaro, e lasciò i compagni avviandosi verso la sua cabina.
Spense le luci della cabina, una volta entrato, e premette il bottone che trasformava in finestra la solida parete. Il nero baratro punteggiato di stelle si spalancò davanti a lui, in un vuoto senza fine. Sedette sull’orlo della cuccetta e rimase a guardare a lungo, come affascinato, quello spettacolo di disumana solitudine, fantasticando sulla sua disperata missione. D’un tratto si accorse che qualcuno aveva bussato alla porta della cabina. Si alzò e aprì la porta. La luce che proveniva dal corridoio gli mostrò chi era. Era Varn Allan.
Varn Allan diede una rapida occhiata, dal viso di lui alla cabina immersa nell’oscurità, e quindi ancora al viso, con uno sguardo di comprensione. Poi domandò: «Posso entrare?»
Kenniston si spostò di fianco per lasciarla passare e sollevò la mano per riaccendere la luce.
«No» disse lei. «Piace anche a me, questo spettacolo.»
Sedette sulla sedia accanto al finestrino e rimase in silenzio per alcuni minuti, guardando fuori, mentre il pallido chiarore delle stelle le illuminava il viso.
Kenniston, con un sentimento di immediata ostilità un poco temperato dalla meraviglia, attese che parlasse. Ella sedeva quasi rigida, un poco impettita, ma Kenniston credette di scorgere segni di stanchezza e di preoccupazione nei lineamenti affilati del suo viso.
Poi la donna si volse e lo guardò, coi suoi occhi azzurri pensosi, e Kenniston pensò che Varn Allan si trovasse a disagio con lui, che volesse dire qualche cosa e non sapesse in che modo dirla. Allora anch’ella era preoccupata, per quel viaggio a Vega? Pensò, infuriato, che lo meritava, che questo la faceva scendere dal suo piedistallo di alto funzionario della grande Federazione fino al livello di una donna ansiosa, anzi di una ragazza.
«Sono venuta a dirvi che...» ella disse a un tratto «in considerazione della natura urgente di questo caso, il Comitato dei Governatori ci ha concesso due ore di seduta il giorno successivo al nostro arrivo a Vega.»
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