Edmond Hamilton - Agonia della Terra

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Agonia della Terra: краткое содержание, описание и аннотация

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Una bomba superatomica viene lanciata, da una nazione sconociuta, su una piccola città americana dove si cela un centro per le ricerche atomiche. L’esplosione ha per effetto di rompere la continuità del tempo e sbalestrare la piccola città, intatta, in un’epoca dell’avvenire, a milioni di anni nel futuro, in una Terra morente e arida, inabitabile e deserta. La Federazione delle Stelle, che governa tutti i mondi del futuro, interviene per evacuare la popolazione della città su un altro pianeta. Ma la popolazione si ribella, e, con l’aiuto di uno scienziato del futuro, alla Terra morente viene iniettata una potente carica atomica che ha la virtù di riscaldarla nuovamente. Gli ultimi superstiti rimangono quindi sulla Terra rinata e la vita degli abitanti della piccola città può riprendere il suo corso normale, nella eterna storia dell’Universo.

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La voce di Lund si abbassò in un tono più drammatico e intenso.

«Vi avverto che quegli abitanti sono infetti dalla piaga della guerra. Per secoli, noi della Federazione abbiamo lotta­to per liberarci dalle guerre, e ce ne siamo liberati. Ora, la guerra è nuovamente apparsa tra noi. E noi, i sostenitori del­la legge della Federazione, indugiamo davanti a una intima­zione di forza!»

Kenniston era balzato in piedi. Jon Arnol lo aveva afferra­to, trattenendolo. Varn Allan si era curvata sulla tavola, bisbi­gliandogli, in tono disperato: «No, Kenniston! No! Cercate di padroneggiarvi!»

Il Presidente chiese a Lund: «Quale linea di condotta rac­comandate al Comitato dei Governatori?»

Lund, allora, gridò: «Dimostrate a quegli abitanti che non possono rendere vana un’autorità pacifica con una mi­naccia di guerra! Confinateli al più presto possibile in qual­che mondo lontano e isolato, alle frontiere della Galassia... un mondo tanto lontano che essi non possano infettare con la loro brutale psicologia le correnti di pensiero della Federa­zione!»

Kenniston si liberò con uno scatto dalla stretta di Arnol. Si precipitò davanti a Lund e lo afferrò al petto, curvando su di lui un viso così pallido e furente per la rabbia, che Lund, ve­dendolo, emise un gemito.

«Chi sei tu» ringhiò Kenniston «per emettere giudizi su di noi?»

La rabbia lo soffocava, gli impediva di parlare oltre. Allon­tanò Lund da sé con un gesto violento, scagliandolo lontano, cosicché Lund cadde sui ginocchi alcuni metri più in là, poi si rivolse all’assemblea dei Governatori.

«Sì, abbiamo combattuto le nostre guerre! Dovevamo farlo, perché il pensiero e il progresso e la libertà potessero sopravvivere nel nostro mondo. Voi, voi ci dovete tutto que­sto! Ci dovete tutto questo, per gli uomini che sono morti, perché vi potesse un giorno essere una Federazione delle Stelle. Anche la potenza atomica, ci dovete! Noi ne abbiamo fatto un cattivo uso, ma è la forza che ha costruito la vostra civiltà, e siamo noi che ve l’abbiamo data!

«Pensate a queste cose, voi, uomini del futuro! Dalla Terra siete venuti, e tutta la vostra civiltà ha le sue radici nel nostro sangue. Voi vivete in pace perché gli uomini della Terra sono morti nelle guerre. Ricordatevi di questo, quando sedete sui vostri scanni, per giudicare il passato!»

Rimase ritto, in silenzio, tremante, e Varn Allan gli si avvi­cinò, per ricondurlo al suo posto.

Lund, che si era rimesso in piedi, disse: «Lascio che il ge­sto violento di Kenniston parli da sé, come mio argomento fi­nale.» E sedette.

Il Presidente alzò di nuovo la mano e l’abbassò poi lenta­mente per indicare l’inizio della votazione.

Kenniston si accorse appena dell’operazione di voto. Lot­tava contro una marea sconvolgente di dubbi, di rabbia, di timori, in palpitante attesa delle parole del giudizio, che sareb­bero presto state pronunciate. E infine, il momento venne.

«È decisione definitiva del Comitato dei Governatori che la popolazione di Sol Tre venga evacuata in conformità all’or­dinanza ufficiale già emessa.

«Nessun esperimento del procedimento Arnol su scala planetaria può essere considerato cosa sicura, in questo mo­mento.

«È desiderio dei Governatori che la popolazione di Sol Tre sia pacificamente assimilata nella Federazione. Si spera che il suo atteggiamento, nel futuro, sia tale da rendere ciò possi­bile. In caso diverso, dev’essere loro dimostrata l’inutilità di una resistenza armata.

«La seduta è tolta.»

Kenniston capì che Arnol gli diceva di alzarsi. Si alzò, e uscì dall’anfiteatro con gli altri. Udì la voce di Varn Allan che parlava, con ira amara, a Norden Lund, ma questi sorrise e se ne andò.

Non si ricordò più chiaramente di altro, finché fu ritorna­to al suo alloggio, dove Gorr Holl gli mise in mano un bic­chiere. Magro e Lal’lor avevano atteso là il verdetto. Varn Al­lan era ancora con lui, e anche Arnol.

«Mi spiace molto, Kenniston» disse Varn Allan, e Ken­niston sapeva che diceva la verità. Ma Kenniston scosse il capo.

«È stata colpa mia. Non avrei dovuto perdere la pa­zienza...»

«Non biasimatevi, Kenniston. E scusatemi. Ma Lund aveva dalla sua parte quella verità, ed era una verità tale da fargli vincere la partita. Perché né voi né la vostra gente ci avete mai detto che vi trovavate in guerra, in quella vostra epoca?»

Kenniston scosse il capo.

«Perché non eravamo affatto in guerra. Non avete capi­to? La bomba che ci lanciò fuori dal nostro tempo cadde in tempo di pace! Qualsiasi cosa accadde dopo, non possiamo saperlo, perché non ci trovavamo più là!»

Varn Allan andò su e giù per la camera, con la fronte cor­rugata, poi disse: «Farò in modo che questo ordine di eva­cuazione sia eseguito il più lentamente possibile. Questo po­trà alleviare un poco il colpo, per la vostra gente. Avevo in passato un po’ d’influenza sui Coordinatori... Ora, non so, Lund mi ha colpita a fondo nella mia autorità.»

Kenniston capì in quel momento che quella giornata era stata una sconfitta anche per lei, e una sconfitta ingiusta. Era stato, sino ad allora, troppo sconvolto dalla sua stessa dispe­razione per accorgersene.

«Me ne dispiace molto» disse a sua volta.

Ella sorrise un poco e si volse per andarsene, fermandosi un attimo per appoggiare una mano sulla spalla di lui.

«Non prendetevela troppo» lo consolò. «Nessuno avrebbe potuto fare meglio di quanto avete fatto.»

Poi uscì. Rimasti soli, si guardarono allora in viso, i due uomini e i due umanoidi. Visi tristi, cupi, irosi...

«Ebbene» commentò Gorr Holl «è stato un ottimo tentativo. Io voto, ora, per una buona bevuta.»

«Sarà una brutta notizia anche per i nostri popoli, Gorr» osservò Magro. «Cominciavano a sperare anche loro.»

«Lo so» disse Gorr Holl. «Sta’ zitto!»

Porse un bicchiere a Kenniston e un altro a Jon Arnol, che se ne stava seduto fissando la parete.

«State allegro» lo rincuorò. «Il vostro procedimento è destinato a vincere la partita, un giorno o l’altro.»

«Può darsi» disse Arnol «ma questo non darà alcun sollievo al vostro popolo... a tutti i popoli umanoidi che han­no sostenuto e finanziato il mio lavoro e hanno posto in esso tante speranze. Vi ho dato una bella delusione!»

«Niente affatto!» ribatté Gorr Holl.

Kenniston pensava con amarezza alla sua gente, che aveva lasciata sulla Terra, in attesa ansiosa del suo ritorno. Pensava anche a Carol, e disse lentamente: «Non posso tornare sulla Terra! Non posso andare da loro e dire che ho fallito!»

«Si rimetteranno dal colpo» obiettò Gorr Holl, in un va­no tentativo rassicurante. «Dopo tutto, andare in un mondo sconosciuto è assai meno che essere scaraventati avanti nel tempo. Hanno resistito a ben peggiori sconvolgimenti.»

«Ma quella cosa è accaduta prima che essi lo sapesse­ro» disse Kenniston. «È molto diverso. E si trovavano sempre, in ogni modo, in un posto che conoscevano. No! Non si abitueranno a una cosa simile, ti dico. Combatteran­no fino all’estremo.»

Allargò le braccia, in un gesto di inutile rabbia.

«È proprio questo che non riesco a far capire, nemmeno a te!» disse, rivolgendosi a Gorr Holl. «Appartengono alla Terra. La Terra è come una parte del loro corpo. Affronteran­no qualsiasi pericolo, sfideranno qualsiasi minaccia, per ri­manere su di essa!»

Il suo sguardo cadde poi su Jon Arnol, sul suo viso amaro, cupo, rattristato dalla delusione. E, a un tratto, il cuore gli diede un balzo nel petto.

Ripeté, a bassa voce: «Qualsiasi pericolo... qualsiasi mi­naccia... Sì! Per tutti i diavoli, sì!»

Era tutto scosso da una terribile, disperata speranza. Si alzò e, attraversando la camera, si avvicinò a Jon Arnol.

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