Ben Bova - La vendetta di Orion

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La vendetta di Orion: краткое содержание, описание и аннотация

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Ormai non ci sono dubbi: sotto le spoglie umane di John O’Ryan si nasconde una figura mitica, il leggendario cacciatore Orion. A crearlo è stato l’essere di un lontanissimo futuro che ha scelto di farsi chiamare Ormazd, e che con il suo aiuto intende condurre nel tempo e nello spazio una guerra spietata contro il più acerrimo nemico dell’umanità, Ahriman. Il primo scontro (in Orion, Urania 1038) sembra essersi concluso vittoriosamente, ma in realtà l’intervento di Orion ha causato una frattura nel continuum spazio-temporale, concedendo ad Ahriman e ai suoi neandertaliani un cosmo tutto per loro. Ormazd non ha affatto gradito la cosa e ha deciso di punire Orion strappandogli ciò che ha di più caro, per costringere il cacciatore a riprendere la sua battuta. Questa volta lo scenario-sarà il passato e la posta in gioco il salvataggio di Troia… perché Ormazd è deciso a cambiare addirittura la trama del tempo pur di distruggere definitivamente il suo nemico.

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In quel momento sentii le mie labbra incresparsi in un sorriso sardonico.

Lui conosceva i miei pensieri. — Credi che lo faccia per mania di grandezza? Per sete di guerra tra le creature che io stesso ho creato? — Scosse la testa tristemente. — Quanto poco capisci. Hai un grande desiderio che i tuoi sandali ti adorino, Orion? È necessario per la tua felicità che la tua spada o il coltello nascosto sotto il tuo gonnellino proclamino che tu sei il più grande padrone che abbiano mai conosciuto?

— Non capisco…

— Come potresti? Come potresti anche solo immaginare le conseguenze con cui io mi trovo a dover combattere? Orion, io ho creato la razza umana per necessità, in effetti, ma non per la necessità di essere adorato! Gli universi sono vasti, Orion, e pieni di pericoli. Io cerco di proteggere il continuum, di evitargli di essere lacerato da forze che tu non potresti nemmeno concepire. Mentre gli altri esitano e litigano, io agisco. Io creo. Io ordino!

— E per raggiungere il tuo scopo è necessario che Troia vinca questa guerra?

— Sì!

— Ed era anche necessario distruggere la nave stellare che stavamo guidando? Necessario uccidere la donna che amavo? La donna che mi amava?

Per un attimo mi guardò allarmato. — Te ne ricordi?

— Ricordo la nave stellare. L’esplosione. Lei è morta tra le mie braccia. Tutti e due siamo morti.

— Io ti ho resuscitato. Ti ho riportato alla vita.

— E lei?

— Lei era una dea, Orion. Io posso resuscitare solo le creature che io stesso ho creato.

— Se era una dea, com’è potuta morire?

— Gli dèi possono morire, Orion. I racconti sulla nostra immortalità sono piuttosto esagerati. Come le pie illusioni sulla nostra bontà e misericordia.

Sentivo il cuore battermi nel petto, il sangue rimbombarmi nelle orecchie. La mia testa ondeggiava. Odiavo quell’uomo, quel sedicente dio dorato, quell’assassino. Lo odiavo con ogni fibra del mio essere. Dichiara di avermi creato, mi dissi. Eppure io lo distruggerò.

— Non volevo ucciderla, Orion — disse lui, e suonava quasi sincero. — La cosa era al di là del mio controllo. Lei ha scelto di rendersi umana. Per amor tuo, Orion. Conosceva i rischi e li ha accettati per amor tuo.

— Ed è morta. — Una rabbia omicida bruciava dentro di me. Eppure quando provai a fare un passo verso di lui, scoprii che non potevo muovermi. Ero congelato, immobilizzato, incapace persino di stringere i pugni contro i fianchi.

— Orion — disse l’oggetto della mia ostilità — non puoi biasimare me per quello che lei ha fatto a se stessa.

Come si sbagliava!

— Tu devi servirmi che ti piaccia o no — insistette. — Non c’è modo per te di sfuggire il tuo destino, Orion. Poi aggiunse, mormorando, quasi a se stesso: — Non c’è modo per nessuno di noi due, di sfuggire al nostro destino.

— Io posso rifiutarmi di servirti — dissi io testardo.

Lui sollevò un sopracciglio dorato e mi studiò, di nuovo con quel tono arrogante e beffardo nella voce. — Finché vivrai, mia rabbiosa creatura, giocherai il tuo ruolo nei miei piani. Non puoi rifiutarti perché non potrai mai sapere quali dei tuoi atti servono a me e quali no. Tu barcolli alla cieca nella tua linearità limitata dal tempo, che va da un giorno all’altro, mentre io percepisco lo spazio-tempo sulla scala del continuum.

— Che paroloni — dissi con disprezzo. — Suoni magniloquente quasi quanto il vecchio Nestore.

I suoi occhi si strinsero. — Ma io dico la verità, Orion. Tu vedi il tempo come presente, passato e futuro. Io creo il tempo e lo manipolo perché il continuum non venga fatto a pezzi. E finché vivrai, mi aiuterai in questo grande compito.

— Finché vivrò — ripetei. — È una minaccia?

Lui sorrise di nuovo. — Io non faccio minacce, Orion. Non ne ho bisogno. Io ti ho creato. Io posso distruggerti. Tu non ricordi quante volte sei morto, vero? Eppure ti ho fatto rivivere ogni volta, in modo che potessi servirmi di nuovo. Questo è il tuo destino, Orion. Servirmi. Essere il mio Cacciatore.

— Io voglio essere libero! — gridai. — Non il tuo pupazzo!

— Bah! Perdo il mio tempo cercando di spiegare me stesso a te. Nessuno è libero, Orion. Nessuna creatura potrà mai essere libera. Non finché vivrai.

Incrociò le braccia sul petto e scomparve bruscamente come una candela spenta da un colpo di vento. Improvvisamente fui solo, nel buio e nella nebbia della pianura davanti a Troia.

“Finché vivrò” pensai silenziosamente “lotterò per saltarti alla gola. È stato uno sbaglio dirmi che non sei immortale. Ti ucciderò, dorato Apollo, Creatore, o qualunque possa essere il tuo vero nome e la tua vera apparenza. Finché vivrò, cercherò la tua morte e niente di meno. Proprio come tu hai ucciso lei, io ucciderò te.”

8

— Tu laggiù! Ferma!

Mi trovavo di nuovo nel campo troiano, mentre un improvviso vento pungente si era messo a soffiare dal mare e disperdeva la nebbia. I fuochi da campo punteggiavano il buio, e in lontananza le torri di Troia crescevano buie e minacciose contro il cielo illuminato dalla luna.

Io barcollavo sui piedi instabili, come un uomo che ha bevuto troppo vino, come un uomo improvvisamente spinto attraverso una porta che non aveva visto. Il Radioso e gli altri Creatori erano spariti completamente come se non fossero stati nien’altro che un sogno. Ma io sapevo che erano reali.

Erano là fuori, su un altro piano dell’esistenza, a giocare con noi, a discutere su quale parte dovesse vincere quella sciagurata guerra. Le mie mani si strinsero a pugno mentre il ricordo dei loro volti e delle loro parole alimentava la rabbia che bruciava dentro di me.

Due sentinelle mi si avvicinarono con circospezione, le pesanti spade in mano. Io ingoiai una profonda boccata della gelida aria notturna per calmarmi.

— Sono un emissario del Sommo Re Agamennone — dissi, lentamente e con cautela. — Sono stato mandato a parlare con il Principe Ettore.

Le sentinelle erano un duetto mal assortito, uno basso e tozzo, con una barba nera sporca e arruffata e una pancia sporgente che gonfiava il corsetto di maglia metallica, l’altro più alto e terribilmente magro, rasato o troppo giovane per avere la barba.

— Il Principe Ettore, il Domatore di Cavalli, ecco chi vuole vedere, lui — disse quello con la pancia tonda. Rise sgradevolmente. — Vorrei anch’io!

Quello più giovane sogghignò e mise in mostra un vuoto dove mancava un incisivo.

— Un emissario, eh? — Pancia Tonda mi diede un’occhiata sospettosa. — Con una spada al fianco e un mantello di maglia. Più verosimilmente una spia. O un assassino.

Io sollevai la mia verga da messaggero. — Sono stato mandato dal Sommo Re. Non sono qui per combattere. Prendete la mia spada e il mio mantello, se vi fanno paura. — Avrei potuto renderli entrambi innocui prima che sapessero cosa stava succedendo, ma non era quella la mia missione.

— Sarebbe molto più sicuro ficcarti questa lancia nelle budella e farla finita — disse Pancia Tonda.

Il giovane mise avanti una mano per trattenerlo. — Ermes protegge i messaggeri, lo sai. Non vorrei attirare l’ira del Trickster.

Pancia Tonda aggrottò le ciglia e borbottò, ma infine si tolse la soddisfazione di prendermi spada e mantello. Non mi perquisì, e quindi non trovò il pugnale che portavo legato alla coscia destra. Era più interessato al bottino che alla sicurezza.

Dopo che Pancia Tonda si fu fatto scivolare la mia bandoliera sulla schiena e si fu allacciato il mantello sotto il mento tremolante, i due mi condussero dal loro capo.

Erano Dardani, alleati dei Troiani, arrivati da varie miglia a nord per combattere contro gli Achei invasori. Durante l’ora successiva fui portato dal capo del contingente dardano all’ufficiale troiano, da lì alla tenda del capo luogotenente di Ettore, e infine, al di là dell’improvvisato recinto per i cavalli e il deposito dei carri in attesa nel silenzio, sino alla piccola e semplice tenda e al fuoco protetto del principe Ettore.

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