Mo Hayder - Birdman

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In un'area industriale semiabbandonata della periferia londinese vengono scoperti i cadaveri di cinque donne mutilate e seviziate. Scattano immediatamente le indagini che vengono affidate al giovane ispettore Jack Caffery. Egli comprende all'istante che i delitti sono opera di un maniaco: le vittime sono state infatti sottoposte a procedure chirurgiche amatoriali per la riduzione del seno e sono state pettinate e truccate in modo da ricordare delle bambole. La morte tuttavia non è stata causata dalle orrende ferite, bensì da un'iniezione letale; inoltre il killer ha inserito nel petto delle vittime e cucito accanto al cuore un uccellino vivo, simbolo e firma del suo macabro operato.

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«Il Dog and Bell?»

«A Trafalgar Road. È a…»

«Sì, lo so.» Jack avvertì un lieve formicolio sotto la pelle. «È a East Greenwich.» L'area industriale si trovava a poco più di un chilometro. Jack prese una nuova pagina del notes. «Quel giorno Shellene lavorava da sola?»

«No.» La donna chinò il capo e lo scrutò attentamente. «Ha intenzione di dirmelo? È stata un'overdose?»

«C'era un'altra ragazza nello spettacolo?»

Julie lo fissò per un istante, la bocca lievemente contratta. «Pussy Willow. Fa spettacoli solo a Greenwich.»

«Ha un nome vero?»

«Abbiamo tutte un nome vero, signor Caffery. Solo i clienti più tristi credono che le nostre mamme e i nostri papà ci chiamino Beverly Hills. Joni Marsh. È con me da anni.»

«Ha il suo indirizzo?»

«Non le piace che lo dia in giro. Soprattutto a uno sb…» Julie si bloccò, sorridendo lentamente. «Soprattutto a un detective.»

«Non verrà a saperlo.»

Lei lo guardò con gli occhi socchiusi e scribacchiò l'indirizzo sul retro di un bigliettino da visita. «Divide l'appartamento con Pinky. Anche lei lavorava per me. Si chiama Becky, ora che ha smesso.»

«Grazie», fece Jack prendendo il biglietto. Il marito aviatore stava tossendo pesantemente in camera da letto.

«Lavora per lei una ragazza di nome Lucy?»

«No.»

«Betty?»

Julie scosse il capo.

«E il nome…» aggiunse, dando una scorsa agli appunti, «…Tracy le dice qualcosa?»

«No.»

«Petra?»

«Petra? Sì.»

Jack sollevò lo sguardo. «Sì?»

«Sì, io… Petra. Che buffa ragazzina.»

«Ragazzina?» ripeté Jack, inarcando le sopracciglia.

«Piccola, intendo», spiegò la donna, guardandolo torvamente. «Non trattiamo mica coi pedofili, signor Caffery. Sto parlando di una delle spogliarelliste. Mi ha anche tirato un bidone, e io che pensavo di essere una brava psicologa!»

«È scomparsa?»

«Dalla faccia della terra. Ho scritto al suo ostello e, ovviamente, non ho mai avuto risposta.» Stringendosi nelle spalle, aggiunse: «Non mi doveva molto, così ho lasciato perdere. È tutta esperienza, giusto?»

«Quand'è accaduto?»

«A Natale. No, all'inizio di febbraio, perché eravamo appena tornati da Maiorca.»

«Droga?»

«Lei? No. Non l'avrebbe mai toccata. Le altre, sì. Ma non Petra.»

«Quando ha detto che era piccola…»

«Ossatura minuta. Come un uccellino. Tutta pelle e ossa.»

Jack si mosse, a disagio, sulla sedia stretta. «Ricorda il suo ultimo spettacolo?»

La donna gli lanciò un'occhiata lunga, intensa, poi lentamente, mestamente, sfogliò il registro. «Ecco», rispose, facendo scorrere un dito sulla pagina. «Era il 25 gennaio. Al King's Head. A Wembley.»

«È mai andata al Dog and Bell?»

«Spesso. Il suo ostello era a Elephant & Castle. Joni la conosce.» Si leccò un dito e girò la pagina. «Strano», mormorò. «È stata al Dog and Bell il giorno prima di andare al King's Head. Il giorno prima di sparire.»

«Bene. Mi dia l'indirizzo.»

«Senta», replicò Julie, appoggiandosi allo schienale, le mani sulla scrivania. «Mi dica che sta succedendo.»

«E mi dia anche una foto di Petra.»

«Ho chiesto che sta succedendo.»

Lui indicò il soffitto con un cenno del capo. «E una di Shellene.»

La donna sbuffò rumorosamente e recuperò un dossier da sotto il tavolo, lo sfogliò e prese due primi piani di Shellene e una foto sottoesposta a colori, a figura intera, di una brunetta con una calzamaglia a rete. Quindi porse le foto a Jack, senza guardarlo.

Petra non era bella. Aveva lineamenti molto minuti, occhi scuri e il mento triangolare deciso di una teppistella da strada. L'unico trucco che usava era un tratto di matita sul contorno delle labbra.

Jack mise la foto alla luce del sole e si soffermò a lungo a studiarla.

«Che c'è?»

Lui sollevò lo sguardo. «Si tingeva i capelli?»

«Lo fanno tutte.»

«Sembra…»

«Rosso scuro. È orribile, vero? Le dicevo di non farlo.»

Jack infilò le foto nella sua Samsonite, pensando al cadavere piccolo come quello di una bambina che si trovava all'obitorio di Greenwich, l'unico a essere stato legato. Chiuse la valigetta, imbarazzato di fronte a un'ondata improvvisa di sentimenti per una povera anoressica, legata e imbavagliata, che lottava per sopravvivere. «Grazie per il suo aiuto, signora Darling.»

«Ha intenzione di dirmi che c'entra Petra con Shellene?»

«Ancora non lo sappiamo.»

«È morta anche lei, vero? La piccola Petra…» esclamò Julie all'improvviso.

I due si scrutarono a lungo. Poi Jack si schiarì la voce e si alzò.

«Signora Darling, per cortesia non parli con nessuno di questa faccenda. Sono i primi giorni d'indagine. Le siamo grati per l'aiuto.» Le porse la mano, ma lei la rifiutò.

«Quando potrà, mi dirà di più?» Era molto pallida, con quel suo caschetto di capelli neri dai riflessi blu. «Vorrei sapere che cos'è successo alla povera, piccola Petra.»

«Lo saprà non appena lo scopriremo», rispose Jack. «Non appena lo scopriremo.»

6

L'AMIP faceva ampio affidamento sull'Home Office Large Major Enquiry System, il database noto col suo acronimo: HOLMES. La figura chiave di qualsiasi squadra era il «ricevitore HOLMES», ovvero l'agente che confronta, recupera e interpreta i dati. A Shrivermoor, quell'agente era Marilyn Kryotos.

A Jack era piaciuta subito: formosa e languida, affrontava le giornate raccontando, con la sua voce bassa, singolare, dei figli, dei loro animali, dei loro piccoli trionfi e delle sbucciature alle ginocchia. Madre per eccellenza, Marilyn sembrava trattare un omicidio nello stesso modo rassegnato con cui cambiava un pannolino sporco: come due fatti della vita lievemente sgradevoli, ma sistemabili. Jack era contento che, nella scelta del compagno di squadra, la donna avesse optato in prima battuta per Paul Essex: era come se la loro amicizia confermasse l'opinione che Jack aveva di entrambi.

Jack incontrò Marilyn quella sera, quando tornò a Shrivermoor con gli appunti. Stava portando alcuni dossier dall'ufficio del capo all'archivio, e lui intuì subito che era irritata. «Marilyn!» esclamò, chinandosi verso di lei. «Che cos'è successo? I bambini?»

«No», sibilò lei. «È quella dannata squadra E Si sta trasferendo qui e si è messa a fare il bello e il cattivo tempo. Vogliono questo, non vogliono quello. L'ultima è che vogliono un ufficio solo per loro, come se fossero migliori di noi.» Scostandosi i capelli neri dagli occhi, aggiunse: «Il commissario capo ha il fuoco al culo per questo caso e sta riversando su di noi i suoi problemi. Voglio dire, Jack, guarda questo posto: non basta per una squadra investigativa, figuriamoci per due».

Jack capì ciò che intendeva: per portare gli appunti allo schedario aveva dovuto farsi strada tra i volti sconosciuti che affollavano l'archivio. I detective della squadra F indossavano tutti camicie pulite, molte delle quali ancora con le pieghe della confezione, e cravatta. Ma l'ostentazione degli abiti si sarebbe più che affievolita dopo una settimana di turni di quindici ore, Jack lo sapeva bene.

«Scusami, collega.» Qualcuno lo afferrò per un braccio. Era un uomo dal viso spigoloso e abbronzato, più basso di Jack, gli occhi azzurro chiaro e il naso piccolo, diritto. I capelli biondo paglia, pettinati all'indietro, formavano una sorta di elmetto luccicante. Indossava un vestito pulito color verde bottiglia, e in spalla ne portava altri due, avvolti nel cellophane della tintoria. «C'è un posto dove appenderli?»

Jack trovò Maddox nel suo ufficio, intento a firmare i moduli degli straordinari. Gettò le chiavi dell'auto sul tavolo.

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