Mo Hayder - Birdman

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In un'area industriale semiabbandonata della periferia londinese vengono scoperti i cadaveri di cinque donne mutilate e seviziate. Scattano immediatamente le indagini che vengono affidate al giovane ispettore Jack Caffery. Egli comprende all'istante che i delitti sono opera di un maniaco: le vittime sono state infatti sottoposte a procedure chirurgiche amatoriali per la riduzione del seno e sono state pettinate e truccate in modo da ricordare delle bambole. La morte tuttavia non è stata causata dalle orrende ferite, bensì da un'iniezione letale; inoltre il killer ha inserito nel petto delle vittime e cucito accanto al cuore un uccellino vivo, simbolo e firma del suo macabro operato.

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«Non lo so…» La voce di Paul si affievolì. «Cristo, non penserai mica che…?»

«Merda!» Jack scattò in piedi e, giunto in corridoio, batté il palmo della mano sulla porta della stanza da letto. «Non ti fare, Barry!» urlò. «Mi senti? Non ti fare, cazzo! Ti arresterò!»

La porta si aprì e fece capolino la faccia immobile di Harrison. «Non mi potete arrestare per le anfetamine. Me le hanno prescritte. Prima della messa al bando.» Premendosi l'incavo del gomito, li oltrepassò, dirigendosi in soggiorno.

Jack lo seguì, imprecando sottovoce. «Dobbiamo parlarti. Non possiamo farlo se sei fuori.»

«Vi sarò più d'aiuto cosi che senza. Sarò più lucido.»

«Più lucido», borbottò Paul, scuotendo il capo.

Harrison si lasciò cadere sul divano e portò le ginocchia al petto, abbracciandosi le gambe, con un gesto stranamente infantile. «Ho passato gran parte del tempo con Shellene in queste condizioni». Reclinò la testa e, per un attimo, Jack pensò che stesse per scoppiare a piangere. Invece, contrasse la bocca e chiese: «D'accordo. Ditemi. Dov'era?»

«Nel sud-est.»

«A Greenwich?»

Jack sollevò lo sguardo. «Sì. Come fai a saperlo?»

Harrison lasciò cadere le braccia e scosse il capo. «Bazzicava sempre da quelle parti. Gran parte del suo lavoro era lì. E quando? Quand'è successo?»

«L'abbiamo trovata ieri mattina.»

«Sì, ma sapete…» Tossì, poi continuò. «Quando l'hanno…»

«Più o meno quando l'hai vista per l'ultima volta.»

«Merda.» Harrison sospirò, si accese un'altra sigaretta e aspirò il fumo, poi, gettando indietro la testa, lo espirò verso il soffitto. «Andate avanti, forza. Che volete sapere?»

Jack si sedette sul divano e pescò il notes dalla giacca. «Questa è una deposizione, chiaro? Perciò dimmi se sei troppo andato per parlare.» Quando l'uomo non rispose, annuì. «Va bene. Lo considero un'autorizzazione a procedere. Il sergente Essex qui con me è incaricato di gestire i rapporti con le famiglie. È quello con cui parlerai ogni volta che avrai a che fare con noi. Rimarrà con te dopo che io me ne sarò andato, rivedrà la deposizione insieme con te, ti chiederà di aiutarci a contattare la famiglia di Shellene. Vogliamo sapere ogni particolare, fino alla nausea: che cosa indossava, che trucco usava, che biancheria portava, se preferiva EastEnder o Coronation Street. » Fece una pausa, poi proseguì: «E suppongo sia una perdita di tempo convincerti a incontrare un assistente sociale, vero? Così magari la smetteresti di ridurti le vene a un colabrodo…»

Harrison si portò la mano alla testa. «Porca puttana…»

«Lo immaginavo», replicò Jack, sospirando. «Ora, sai dov'era diretta Shellene, quella sera?»

«A uno dei suoi pub. Ci faceva un numero.»

«Quale?»

«Non lo so. Chiedete alla sua agenzia.»

«Qual è?»

«La Little Darlings.»

«Little Darlings?»

«Non ha una bella fama, credetemi. È dalle parti di Earl's Court.»

«Va bene. Altri nomi? Di chiunque la frequentasse.»

«Hmm…» Harrison strinse la Silk Cut fra i denti. «C'era Julie Darling, l'agente.» Contò i nomi sulle dita. «E le ragazze: Pussy… Buffo, c'è sempre una Pussy, vero? Poi Pinky, Tracy o Lacey o qualche stronzata del genere, Petra e Betty e quella…» Si diede una pacca sulle ginocchia, improvvisamente infuriato. «Sono sei in tutto, e questo è tutto quello che so della vita di Shellene, e voi mi dite che siete sorpresi che non ho denunciato la sua scomparsa? Come se sapessi qualcosa, branco di froci del cazzo…»

«D'accordo, d'accordo, calmati.»

«Sì, sì, sì.» Harrison era esasperato. «Sono calmo. Calmissimo.» Quindi si girò e guardò fuori della finestra. Per alcuni istanti nessuno parlò. Harrison scrutava i tetti di Mile End Road, le cupole verdognole del centro commerciale Spiegelhalter che si stagliavano nell'azzurro. Un piccione atterrò sul balcone, poi l'uomo, scrollando le spalle, sospirò e si girò verso Jack. «Bene.»

«Che cosa?»

«Adesso fareste meglio a dirmelo.»

«A dirti cosa?»

«Lo sapete. Quella testa di cazzo l'ha violentata?»

Il sole aveva rallegrato l'umore di Jack quando lui giunse a Mackelson Mew, a Earl's Court. Trovò facilmente l'agenzia: sulla porta si leggeva la scritta LITTLE DARLINGS in lettere dorate adesive.

Julie Darling era una piccoletta sui quarantacinque anni, capelli corti, neri e lucidi ben tagliati alla maschietta, il naso inverosimilmente minuscolo su un viso tirato. Indossava una tuta da ginnastica rosso fragola di velour e un paio di pantofole in tinta, coi tacchi alti. Sollevò e reclinò il capo, come se sostenesse un vetro invisibile, mentre conduceva Jack lungo il corridoio di piastrelle di sughero. Un persiano bianco, disturbato dalla presenza dell'estraneo, infilò rapidamente una porta aperta. Poi Jack udì una voce maschile parlare in fondo a una stanza.

«Mio marito», spiegò Julie. «L'ho conosciuto in Giappone, vent'anni fa.» Chiuse la porta, ma Jack riuscì a intravedere un uomo che si grattava tristemente il ventre, come un tricheco. La stanza era a malapena illuminata dal sole che filtrava attraverso una fessura tra le tende. «Aviazione degli Stati Uniti», sussurrò lei, come se servisse a spiegargli perché non li avrebbe raggiunti.

Jack la seguì in ufficio, un locale dal soffitto basso, rischiarato dalla luce del sole che entrava da due piccole finestre piombate. Un'ape ronzava sui vasi di fiori posti sul davanzale e, dietro i vetri, si scorgeva una Jaguar tipo E, rossa. Qualcuno, nelle ex scuderie adibite ad abitazioni, si esercitava al piano.

«Bene», esclamò Julie, sedendosi alla scrivania. Accavallò le gambe e lo guardò, assorta. «'Caffery'. Che nome! Ha origini irlandesi?»

Lui sorrise. «Probabilmente. Siamo arrivati qui dalla County Tyrone passando da Liverpool.»

«Capelli scuri, occhi blu. Tipicamente irlandesi. Mia madre mi metteva sempre in guardia dai ragazzi irlandesi. 'Se non sono stupidi, sono pericolosi, Julie.'»

«Spero che l'abbia ascoltata, signora, hmm… Darling.»

«È il mio vero nome.»

«Sì, certo.» Jack infilò le mani in tasca e fissò il soffitto basso: era ricoperto di foto pubblicitarie patinate, una schiera di volti che lo osservava. «Vorrei sapere che mi può dire di…» E si fermò.

Sotto il volto di una bionda sorridente c'era un nome stampato: Shellene Craw. Allora quello era il tuo volto. «Shellene Craw lavorava per lei?»

«Ah, così è qui per Shellene. Non mi sorprende. Mi deve due mesi di percentuali. Duecento sterline. E adesso arriva anche lei, per che cosa? Per la droga, immagino…»

«Non credo avrà i suoi soldi», rispose lui, sedendosi e posando le mani sul tavolo. «E morta.»

Julie non batté ciglio. «Me l'aspettavo: prima o poi l'overdose sarebbe arrivata. I clienti si lamentavano, dicevano che aveva i segni delle punture all'interno delle cosce. In quel modo li allontanava. Hmm, duecento sterline. Immagino che non me le abbia lasciate nel testamento.»

«Quando ha avuto sue notizie, l'ultima volta?»

«Due settimane fa. Lo scorso mercoledì non si è presentata in un locale, e non ha nemmeno chiamato.» Tacque per un istante, tamburellando con le unghie sul tavolo. «Li ho persi subito come clienti.»

«Dove?»

«Al Nag's Head. Ad Archway.»

«E qual è l'ultimo posto in cui si è fatta vedere?»

«Hmm…» Julie si protese sulla sedia e, dopo essersi leccata un dito, sfogliò un grosso contenitore a fogli mobili. Jack notò le radici grigie dei capelli e, sotto, il rosa intenso del cuoio capelluto. «Ecco», affermò la donna, picchiettando su un foglio. «Dev'essere stato il Dog and Bell, perché non li ho sentiti. Il numero era all'ora di pranzo, lunedì scorso.»

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