Mo Hayder - Birdman

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In un'area industriale semiabbandonata della periferia londinese vengono scoperti i cadaveri di cinque donne mutilate e seviziate. Scattano immediatamente le indagini che vengono affidate al giovane ispettore Jack Caffery. Egli comprende all'istante che i delitti sono opera di un maniaco: le vittime sono state infatti sottoposte a procedure chirurgiche amatoriali per la riduzione del seno e sono state pettinate e truccate in modo da ricordare delle bambole. La morte tuttavia non è stata causata dalle orrende ferite, bensì da un'iniezione letale; inoltre il killer ha inserito nel petto delle vittime e cucito accanto al cuore un uccellino vivo, simbolo e firma del suo macabro operato.

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Veronica.

Stanco com'era, non aveva notato l'auto.

Sii buono con lei, Jack. Non dimenticarlo, è malata.

In cucina, gettò la giacca sulla sedia, prese un po' di pellicola trasparente e avvolse separatamente le due bambole, preparandole per essere archiviate nella stanza di Ewan. La padella Le Creuset era sulla mensola del camino, e dal soggiorno si diffondevano le note della Rapsodia in blu insieme coi piacevoli aromi della cucina, zenzero e coriandolo. Dalla mensola prese un bicchiere e il Glenmorangie, e se ne versò una dose abbondante. Il corpo gli doleva per la stanchezza. Desiderava il silenzio, il suo whisky, il bagno e poi il letto. Nient'altro. Sicuramente non Veronica.

«Jack?»

«Sì, ciao», rispose lui con tono mesto in direzione dell'atrio.

«Ho deciso di venire, spero non ti spiaccia.»

Be', Veronica, cambierebbe qualcosa se mi dispiacesse?

«Sali.»

Si trovava nella stanza di Ewan. Perché gravitava sempre intorno a quella stanza? Prendendo le bambole e il whisky, Jack salì lentamente le scale.

Lei era seduta sul pavimento. Indossava un tailleur blu marine di ottima fattura, con polsini bianchi inamidati e bottoni d'oro. Si era tolta le scarpe, gettandole via, e lui scorse, attraverso i collant color carne, le pallide mezze lune delle sue unghie. Sparpagliato intorno a lei c'era il contenuto dell'intero archivio su Penderecki.

« Veronica? »

«Sì?»

« Che cosa stai facendo?»

«Sto riordinando l'archivio. Ho pensato che gli invitati potrebbero dare un'occhiata alla casa, perciò lo sto sistemando.»

«Be', non farlo.» Jack posò il whisky e le bambole avvolte nella pellicola trasparente sul tavolo e iniziò a raccogliere il materiale. «Non farlo, e basta.»

Veronica lo fissò. «Stavo solo cercando di aiutarti…»

«Ti ho chiesto di non entrare qui dentro.» E, voltandosi, aggiunse: «Te lo ripeto ancora una volta: non entrare qui dentro. E non frugare nell'archivio».

Lei si accigliò e spinse in avanti le labbra. «Scusami. Ecco, lascia che rimetta tutto a posto…»

«No», rispose lui, spingendola via. « Lascia… stare… »

Veronica trasalì, e lui si bloccò.

Stai gridando, Jack. Non gridare con lei. «Senti… Mi spiace… davvero, Veronica…»

Ma era troppo tardi. Il volto di lei si stava già alterando, la fronte si era corrugata e la bocca tremava. Si alzò, con gli occhi pieni di lacrime.

«Oddio…» Jack chiuse gli occhi e si sforzò di avvicinarsi a lei, di toccarle le spalle tremanti. «Veronica, mi spiace, mi spiace… È stata una brutta giornata.»

«È per il cancro, vero? Vuoi lasciarmi perché ho il cancro?»

«È ovvio che non voglio lasciarti. Non me ne vado.» La attirò a sé e posò il mento sulla sua testa. «Senti, ho accumulato turni su turni. Se vuoi, posso prendermi un po' di ferie… Venire alla chemio con te.»

«Ti sei preso qualche giorno di ferie?» Veronica smise di tirare su col naso e lo guardò.

«Voglio stare con te.»

«Davvero?»

«Sì, davvero. Ora vieni, siediti.» Le premette la mano sulla spalla e si sedettero insieme sul pavimento, la schiena appoggiata alla parete. «Non ne voglio più sentire parlare, d'accordo?» esclamò e, intrecciando le dita con quelle di lei, aggiunse: «Non ho paura dell'Hodgkin».

«Mi spiace, Jack.» Lei si pulì gli occhi col dorso della mano. «Mi spiace che sia accaduto a me. Vorrei poter cambiare le cose, sul serio.»

«Non è colpa tua», rispose lui, nascondendo il viso tra i suoi capelli. «Ora, non dimenticare…» Prima di proseguire si schiarì la gola. «Non dimenticare che siamo in due.»

«Va bene.»

Sedettero in silenzio a osservare le falene, marroni come funghi, che rimbalzavano silenziosamente contro la finestra, nella notte scura. Jack portò la sua mano alla bocca, la baciò delicatamente e la girò, per osservare il palmo. «Stai bene?»

«Sì», mormorò lei.

Poi le baciò i capelli e le guardò la mano, con un mezzo sorriso. «Com'è che stavolta non hai fatto il test della colorazione?»

«Come?»

«Ma sì, il test di cui mi hai parlato. Quello che hai fatto la volta scorsa.»

«L'ho fatto», rispose lei con aria assente.

Jack tenne la sua mano accanto al viso. La pelle era pallida, vagamente maculata, simile a quella di un pesce. Ma non c'erano tracce di cateteri, né di linee sottocutanee infilate nella carne, in profondità. «Pensavo che la colorazione si vedesse, dopo.»

«Non del tutto. Svanisce abbastanza presto.» Veronica si passò una ciocca di capelli dietro le orecchie e lo guardò. I suoi occhi erano cerchiati dal mascara. «Jack?»

«Hmm?»

«Forse dovrei andarci da sola. Vorrei dimostrare al dottor Cavendish che non ho bisogno di qualcuno che mi tenga per mano.»

«Ne sei sicura?»

«Sì, davvero.»

«Va bene, va bene.» Jack le sistemò la gonna e studiò la superficie curva del suo ginocchio. Non aveva mai visto Veronica piangere e, stranamente, quel fatto lo aveva eccitato. «Puoi bere, allora?» domandò mentre faceva scivolare la mano lungo l'interno delle sue cosce. «C'è del Gordons in frigo, se ne hai voglia.»

19

Nel 1984 Lucilla Harteveld – età cinquantaquattro anni, peso centoquindici chili – fu ricoverata al King Edward VII Hospital di New Cavendish Street, per dolori toracici. Nell'unità di terapia coronarica l'elettrocardiogramma rivelò un lieve infarto miocardico. Lucilla venne imbottita di farmaci. Henrick Harteveld contattò immediatamente il figlio.

Dopo un cauto riavvicinamento di madre e figlio – dal letto di ospedale di Lucilla proveniva un certo odore, come se lei avesse fatto qualcosa di nascosto sotto le coperte e godesse per il disagio che i visitatori provavano nel sentirlo -, Toby e Henrick si avviarono con aria grave verso Mayfair, per cenare all'Oxford and Cambridge Club. Lasciati soli, senza il controllo di Lucilla, per la prima volta in molti anni i due uomini parlarono a lungo, fino a mezzanotte. Henrick, che si aspettava di perdere la moglie, sedeva eretto sulla sedia e ordinò un Perrier-Jouët. Toby confessò di aver abbandonato la facoltà di medicina e di trascorrere le giornate a oziare nel suo appartamentino nella zona sudorientale di Londra.

Il giorno seguente, Henrick agì.

Senza consultare Lucilla, fece quotare in Borsa la sua ditta farmaceutica – la Harteveld Chemicals – e, pur mantenendo la maggioranza, assegnò un milione e mezzo di sterline di utili al figlio. Aveva scavalcato Lucilla, il che lo faceva tremare: solo, nella libreria rivestita di legno, tremava letteralmente di paura e di eccitazione, chiedendosi come la moglie avrebbe preso quel gesto. Per conferire all'evento un alone di rispettabilità, nominò Toby vice direttore del marketing, un incarico del tutto formale, giacché il ragazzo doveva semplicemente indossare un bel vestito e farsi vedere ogni due o tre giorni nel quartier generale della ditta, tutto cromature e vetri fumé, poco fuori Sevenoaks.

E così Toby Harteveld divenne molto ricco.

Abbandonò il minuscolo appartamento a Lewisham – coi suoi anziani vicini e i gatti sonnolenti accucciati sui muretti – e comprò la casa a Croom's Hill, assumendo architetti di giardini e arredatori, addetti alle pulizie e giardinieri. Facendo leva sul nome degli Harteveld nel campo farmaceutico, si fece eleggere membro del comitato direttivo privato del St. Dunstan's Hospital Trust. Organizzava ricevimenti, riempiendo la villa di personaggi altolocati: cardiochirurghi ed ereditiere, armatori e attrici, donne che sapevano come indossare la seta grezza e uomini che sapevano chiamare il sommelier con uno sguardo. Le conversazioni vertevano sugli affari futuri, sul teatro sperimentale, sulle regate per dinghy a Kennebunkport. Toby cercò di dare forma e senso alla sua vita e, per un breve periodo, riuscì a mantenere l'illusione della sanità mentale.

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