O'Kelly è sempre stato una specie di mistero, per me. Cassie non gli era mai andata a genio, non gli piacevano le sue teorie e riteneva che, tutto sommato, fosse più una rottura di scatole che altro. Ma la squadra ha un significato profondo, quasi totemico, per lui: quando si rassegna a sostenerne un componente, lo fa fino in fondo, anche se si tratta di una donna. Concesse a Cassie trasmettitore e furgone di supporto, anche se la considerava una totale perdita di tempo e di risorse. Quando tornai, la mattina dopo, ed era prestissimo perché volevamo prendere Rosalind prima che andasse a scuola, Cassie era in sala operativa e si stava facendo mettere addosso l'attrezzatura.
«Si tolga la felpa, per favore» le chiese gentilmente il tecnico della sorveglianza. Era basso e dai lineamenti comuni, con mani professionali e abili. Ubbidiente come un bambino nell'ambulatorio del dottore, Cassie si sfilò la felpa da sopra la testa. Sotto portava quella che sembrava una canottiera da maschio. Aveva rinunciato al trucco spavaldo degli ultimi giorni e gli occhi apparivano pesti. Mi chiesi se fosse riuscita a dormire e me la immaginai seduta sul davanzale con la T-shirt tirata fin sotto le ginocchia ripiegate fino al petto, il piccolo bagliore rosso della sigaretta che si incendiava e si affievoliva a ogni boccata, a osservare l'alba che rischiarava i giardini di sotto. Sam era alla finestra e ci dava le spalle, O'Kelly invece era tutto preso a tracciare righe, per poi cancellarle e tracciarne di nuove, sulla lavagna bianca. «E ora faccia passare il cavo sotto la T-shirt, grazie» proseguì il tecnico.
«Ci sono le intercettazioni che ti aspettano» mi ricordò O'Kelly.
«Voglio andarci anch'io» intervenni. Le spalle di Sam si mossero. Cassie, con la testa piegata sul microfono, non alzò lo sguardo.
«Quando l'inferno sarà ghiacciato e i cammelli torneranno a casa pattinando» rispose O'Kelly.
Ero così stanco che mi pareva di vedere tutto attraverso una sottile foschia bianca in movimento. «Voglio andarci anch'io» ripetei. Questa volta mi ignorarono tutti.
Il tecnico applicò il pacchetto della batteria ai jeans di Cassie, praticò una piccola incisione sul bordo della canottiera, attorno al collo, e ci infilò il microfono. Le aveva intanto fatto rimettere la felpa – Sam e O'Kelly si erano voltati dall'altra parte – e a quel punto le chiese di parlare. Cassie lo guardò con un'espressione vuota e O'Kelly sbottò allora con fare impaziente: «Di' la prima cosa che ti viene in mente, Maddox… cosa fai nel weekend, se vuoi». Ma lei recitò una poesia, una breve e vecchia poesia, di quelle che si imparavano a memoria a scuola. Mi sarei imbattuto in quei versi molto tempo dopo, sfogliando le pagine di un volume in una polverosa libreria:
Sui vostri capi sereni distesi
Con sillabe d'argilla le mie preghiere.
Quale dono dovrò portare, chiesi,
Prima che pianga e mi allontani?
Prendi la quercia e l'alloro, replicarono.
Prendi la nostra fortuna di lacrime
E vivi come un prodigo amante.
È un dono che non puoi dare quello che ti chiediamo.
La sua voce era bassa e piatta, inespressiva, e gli altoparlanti la incupirono ulteriormente, aggiungendovi un'eco bisbigliata. Si udiva anche un fruscio, come di un vento lontano. Mi vennero in mente storie di fantasmi nelle quali le voci dei morti tornavano tra i vivi da vecchie radio gracchianti o attraverso le linee telefoniche, viaggiando su sperdute lunghezze d'onda attraverso le leggi della natura e i selvaggi spazi dell'universo. Il tecnico trafficò con minuscoli e misteriosi aggeggi.
«Grazie, Maddox, molto commovente» disse O'Kelly, quando il tecnico ebbe finito. «Allora, qui c'è la zona residenziale.» Colpì la mappa di Sam con il dorso della mano. «Noi staremo nel furgone parcheggiato in Knocknaree Crescent, la prima sulla sinistra dopo l'entrata principale. Tu, Maddox, con quel tuo affare su due ruote parcheggi davanti alla casa dei Devlin e convinci la ragazza a uscire a far due passi. Usate il cancello posteriore dell'area residenziale e voltate a destra, dalla parte opposta dello scavo, poi di nuovo a destra, lungo il muro laterale, per sbucare sulla strada principale, e ancora a destra verso l'entrata anteriore. Se in qualsiasi momento doveste deviare da questo percorso, annuncialo nel microfono. Dai la tua posizione più spesso che puoi. Quando… oh, Cristo, diciamo "se"… se le hai letto i suoi diritti e hai ottenuto abbastanza per un arresto, procedi e arrestala. Se credi che si sia insospettita o ti sembra di girare a vuoto, chiudi tutto e vieni via. Se hai bisogno di sostegno, in qualsiasi momento, dillo e interveniamo. Se ha un'arma, identificala nel microfono, tipo "metti giù quel coltello" o qualsiasi cosa sia. Non hai testimoni oculari, quindi non essere tu a tirare fuori la tua arma a meno che non sia indispensabile.»
«Non porterò la pistola» disse Cassie. Si slacciò la fondina, la passò a Sam e distese le braccia. «Controllami.»
«Per verificare cosa?» chiese Sam, perplesso, osservando la pistola che teneva in mano.
«Per vedere se ho armi.» Lo sguardo di Cassie scivolò via, vacuo, oltre le spalle di Sam. «Potrebbe sostenere che, qualunque cosa dica, l'ha detta perché la tenevo sotto tiro. Prima che parta con la Vespa, controllate anche quella.»
Ancora oggi non so dire come riuscii a salire su quel furgone. Forse fu perché, sebbene in disgrazia, ero pur sempre il collega di Cassie, un rapporto per il quale quasi tutti i detective hanno un radicato e profondo rispetto. O forse perché bombardai O'Kelly con la prima tecnica che qualsiasi bambino piccolo impara: se chiedi a qualcuno qualcosa con ripetitività e abbastanza a lungo, e lo fai mentre quel qualcuno è affaccendato in altre cose, prima o poi ti dirà di sì solo per farti smettere. Ero troppo disperato per preoccuparmi dell'umiliazione che la cosa comportava. Magari dovette pensare anche che, se me lo avesse rifiutato, avrei preso la Land Rover e ci sarei andato da solo.
Il furgone era di quelli dall'aspetto sinistro, bianchi e senza finestrini, che regolarmente compaiono nei rapporti della polizia, con il nome e il logo di un'inesistente ditta di piastrelle stampati su un lato. Dentro era ancora più inquietante: grossi cavi neri arrotolati ovunque, un'attrezzatura che lampeggiava ed emetteva segnali acustici, una lucetta in alto che illuminava pochissimo. Sweeney si mise alla guida. Sam, O'Kelly, il tecnico e io sedevamo nel retro su scomode panchette basse, senza aprire bocca. O'Kelly si era portato un thermos di caffè e dei biscotti collosi che mangiò con morsi metodici, senza dare l'impressione che se li stesse gustando. Sam si grattava via una macchia immaginaria dai pantaloni e io mi feci schioccare le nocche delle mani fino a quando non mi resi conto di quanto la cosa potesse suonare irritante per gli altri; da quel momento pensai soltanto a tenere a freno il desiderio di fumare una sigaretta. Il tecnico risolveva i cruciverba dell'"Irish Times".
Parcheggiammo in Knocknaree Crescent e O'Kelly chiamò il cellulare di Cassie. Era nel raggio d'azione del dispositivo. La sua voce uscì dalle casse fredda e stabile. «Maddox.»
«Dove sei?» chiese O'Kelly.
«In prossimità della zona residenziale. Non volevo arrivare prima e vagare lì in giro.»
«Siamo in posizione. Vai.»
Una breve pausa, poi Cassie rispose: «Sì, signore». Sentii il ronzio della Vespa che si riavviava, poi lo strano effetto stereo quando, un minuto dopo, passò in fondo al Crescent, a pochi metri da noi. Il tecnico ripiegò il giornale, lo mise via e apportò una piccola regolazione a qualcosa. O'Kelly, di fronte a me, prese da una tasca un sacchetto di plastica con dolcetti e caramelle miste e si sistemò meglio sulla panca.
Passi veloci che facevano sobbalzare il microfono, il debole ding-dong del campanello… O'Kelly passò il sacchetto delle caramelle, nel caso qualcuno ne volesse. Vedendo che nessuno ne prendeva, fece un'alzata di spalle e si servì di una mentina.
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