Il clic della porta che si apriva… «Detective Maddox» disse Rosalind, senza sembrare lieta nonostante il tono. «Temo che in questo momento siamo tutti molto occupati.»
«Lo so» rispose Cassie. «Mi dispiace molto disturbarvi. Ma non è che potrei… non è che potrei parlarle un minuto?»
«Ha avuto la possibilità di farlo l'altra sera. Invece mi ha insultata e mi ha rovinato la serata. Sinceramente, non ho più voglia di perdere il mio tempo con lei.»
«Le chiedo scusa per quello. Io… non avrei dovuto farlo. Ma non riguarda il caso. Ho solo… bisogno di chiederle una cosa.»
Silenzio. Immaginai Rosalind che teneva la porta aperta e fissava Cassie, valutando la situazione. E Cassie con la faccia alzata, tesa, le mani affondate nelle tasche della giacca di camoscio. In sottofondo, qualcuno, Margaret, pronunciò alcune parole e Rosalind scattò: «È per me, mamma». Poi la porta sbatté.
«Allora?» domandò Rosalind.
«Potremmo…?» Un tramestio, Cassie che si muoveva nervosamente. «Potremmo andare a fare quattro passi? È una cosa un po' riservata.»
Questo doveva stimolare l'interesse di Rosalind, ma la voce non cambiò. «A dire il vero mi sto preparando per uscire.»
«Solo cinque minuti. Possiamo fare un giro dell'isolato o qualcosa del genere… La prego, signorina Devlin. È importante.»
Alla fine Rosalind sospirò. «D'accordo. Immagino di poterle concedere qualche minuto.»
«Grazie» disse Cassie, «lo apprezzo molto.» Le udimmo ripercorrere il vialetto, con le battute rapide dei tacchi di Rosalind.
Era una bella mattina. Il sole stava diradando la foschia della sera prima. Quando eravamo saliti sul furgone, ce n'era ancora che aleggiava sull'erba e intorbidiva il cielo. Le casse amplificavano il cinguettio dei merli, il cigolio del cancello sul retro della proprietà quando si aprì e il rumore che produsse quando si richiuse, i passi di Cassie e di Rosalind che frusciavano nell'erba umida al limitare del bosco… Pensai a quanto dovessero apparire belle a un osservatore mattiniero: Cassie, semplice, con i capelli scompigliati dal vento, Rosalind, bianca e flessuosa come un elemento appena uscito da una poesia. Due ragazze nella mattina settembrina, teste lucide sotto le foglie che andavano mutando, e i conigli che sgattaiolavano via al loro lento avvicinarsi.
«Posso chiederle una cosa?» cominciò Cassie.
«Be', pensavo che fossimo qui proprio per questo» rispose Rosalind, con appena un'inflessione per sottolineare che Cassie le stava facendo perdere del preziosissimo tempo.
«Sì, mi scusi.» Cassie inspirò. «Okay. Mi chiedevo come facesse a sapere…»
«Sì?» la incoraggiò Rosalind.
«Di me e del detective Ryan.» Silenzio. «Che noi avevamo… una relazione.»
«Oh, quello!» Rosalind rise. Fu un piccolo suono squillante, senza emozione, ma con un accenno di trionfo. «Oh, detective Maddox. Lei cosa ne dice?»
«Ho pensato che abbia tirato a indovinare. O qualcosa del genere. Che forse non l'avevamo nascosto così bene come credevamo. Ma mi sembrava solo… insomma, continuavo a chiedermelo.»
«Be', vi si vedeva in faccia, non è vero?» Maliziosa e con un lieve tono di rimprovero. «Ma no. Ci creda o no, detective Maddox, non trascorro il mio tempo a pensare a lei e alla sua vita amorosa.»
Silenzio. O'Kelly si tolse del caramello dai denti. «Allora come?» chiese Cassie, e la sua voce conteneva una nota di terrore.
«Me l'ha rivelato il detective Ryan, ovviamente» rispose amabilmente Rosalind. Sentii lo sguardo di Sam e quello di O'Kelly saettare su di me e mi morsicai l'interno della guancia per impedirmi di aprire bocca e negare.
Non è facile da ammettere, ma fino a quel momento avevo cullato la debole e incongrua speranza che potessimo aver equivocato. Un ragazzo che diceva quello che pensava volessimo sentirci dire, una ragazza che, incrudelita da un trauma, dal dolore e dall'essere stata respinta da me, si vendicava; potevamo aver travisato la cosa in molti modi. Fu solo in quel momento, per la facilità con la quale era stata pronunciata quella bugia, che compresi che Rosalind, la Rosalind che avevo conosciuto, la ragazza duramente provata dalla vita, seducente e imprevedibile con la quale avevo riso alla Centrale e alla quale avevo tenuto le mani su una panchina, quella ragazza, insomma, non era mai esistita. Tutto quello che mi aveva fatto vedere era stato costruito ad arte, con l'attenzione calcolatrice e meticolosa che un professionista mette nell'indossare il costume dell'attore. Sotto quei veli scintillanti, c'era qualcosa di semplice eppure letale, come un chiodo arrugginito.
«Stronzate!» la voce di Cassie s'incrinò. «Lui non lo direbbe mai, cazzo, mai…»
«Non osi inveire contro di me» scattò Rosalind.
«Mi scusi» disse Cassie, in tono sommesso, dopo un momento. «Solo che… non me lo aspettavo, ecco. Non avrei mai pensato che l'avrebbe detto a qualcuno. Mai e poi mai.»
«E invece l'ha detto. Dovrebbe fare più attenzione alle persone in cui ripone la sua fiducia. Desiderava chiedermi solo questo?»
«No. Ho bisogno di chiederle un favore.» Movimento. Cassie che si passava una mano fra i capelli o sul volto. «È contro le regole… fraternizzare con i colleghi. Se il nostro responsabile lo venisse a scoprire, potremmo essere licenziati tutti e due, o rispediti al servizio in uniforme. E questo lavoro… questo lavoro significa molto per noi. Per entrambi. Abbiamo dato l'anima per entrare alla Omicidi. Ci spezzerebbe il cuore esserne buttati fuori.»
«Avreste dovuto pensarci prima, dico male?»
«Lo so» assentì Cassie, «lo so. Ma c'è qualche possibilità che lei possa… che lei possa tacere sulla faccenda? Non dirlo a nessuno?»
«Coprire la vostra piccola relazione? È questo che intende?»
«Io… sì. Direi di sì.»
«Non sono certa di capire perché dovrei farle dei favori» disse Rosalind con freddezza. «Lei è sempre stata molto maleducata con me, tutte le volte che ci siamo incontrate… E ora che vuole qualcosa da me, invece… Non mi piacciono gli approfittatori.»
«Se sono stata scortese, le chiedo scusa» fece Cassie. La sua voce aveva un che di forzato, troppo alta e troppo veloce. «Sul serio. Credo di essermi sentita… non so, minacciata… non avrei dovuto prendermela con lei. Le porgo le mie scuse.»
«In effetti, le sue scuse sono più che gradite, ma questo esula dal nostro argomento. Non mi interessa il modo in cui lei mi ha insultato, ma se ha potuto trattare me così, sono certa che lo faccia anche con altra gente, giusto? Non so se dovrei coprire una persona che si comporta in modo così poco professionale. Devo pensarci un po' e capire se ho il dovere di informare i suoi superiori su come lei è realmente.»
«La troietta» disse Sam piano, senza sollevare lo sguardo.
«Un bel calcio nel culo, ecco quello che si merita» borbottò O'Kelly. Nonostante tutto, stava cominciando a interessarsi anche lui. «Se avessi avuto io la faccia tosta che ha questa ragazzina con una persona con il doppio dei suoi anni…»
«Senta» riprese Cassie, in tono disperato, «non riguarda solo me. E il detective Ryan? Lui non è mai stato maleducato con lei, no? Lui la adora.»
Rosalind rise con modestia. «Davvero?»
«Sì» confermò Cassie. «È proprio così.»
Forse Rosalind stava facendo finta di pensarci su. «Be', allora… immagino che, se era lei a stargli dietro, la colpa della relazione non sia stata sua. Potrebbe non essere giusto farlo soffrire per questo.»
«Credo che sia andata proprio così.» Sentivo l'umiliazione nella voce di Cassie, aspra e non mimetizzata. «Sono stata… sono sempre stata io quella che dava inizio alle cose.»
«E quanto è durata?»
«Cinque anni» rispose Cassie, «a momenti alterni.» Cinque anni prima Cassie e io non ci conoscevamo neppure, non eravamo neppure nella stessa regione del Paese. Mi resi conto, d'un tratto, che era tutto a beneficio di O'Kelly, che mentiva per le sue orecchie, nel caso gli fossero rimasti dei sospetti su di noi. Per la prima volta capii anche che stava conducendo un raffinato gioco a doppio taglio.
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