Volodyk - Paolini3-Brisingr

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«Già. Ecco perché in tutta onestà non posso sposare una donna che invecchierà e morirà mentre io resto inalterato nel tempo; una simile esperienza sarebbe crudele per entrambi. D'altro canto, trovo alquanto deprimente il pensiero di prendere una moglie dopo l'altra nel corso dei secoli.»

«E non puoi rendere qualcuno immortale con la magia?» chiese Roran. «Si possono annerire i capelli bianchi, spianare le rughe e togliere le cataratte, e se proprio vuoi esagerare, puoi regalare a un sessantenne il corpo che aveva a vent'anni. Ma gli elfi non hanno mai scoperto il modo di ringiovanire la mente di una persona senza distruggere i suoi ricordi. E chi vorrebbe mai cancellare la propria identità di tanto in tanto, in cambio dell'immortalità? Quello che continuerebbe a vivere sarebbe un estraneo. E nemmeno un cervello vecchio in un corpo giovane è la soluzione, perché anche una salute di ferro... ciò di cui siamo fatti noi umani può durare soltanto un secolo o poco più. Né si può arrestare l'invecchiamento. Questo implica tutta una serie di altri problemi... Oh, gli elfi e gli umani hanno tentato in mille modi diversi di sconfiggere la morte, ma nessuno ha avuto successo.»

«In altre parole» disse Roran, «per te è più sicuro amare Arya che lasciare il cuore libero perché lo conquisti una donna umana.»

«Chi altri potrei sposare se non un'elfa? Soprattutto considerato il mio aspetto.» Eragon frenò l'istinto di sfiorare le estremità puntute delle sue orecchie, un gesto diventato ormai un'abitudine. «Quando vivevo a Ellesméra, mi era facile accettare il cambiamento che i draghi mi avevano imposto. In fondo mi avevano elargito molti altri doni. E poi gli elfi si sono dimostrati più amichevoli nei miei confronti dopo l'Agaetí Blödhren. È stato solo quando sono tornato dai Varden che mi sono reso conto di quanto ero cambiato... E questo mi turba: non sono più soltanto un umano, ma non sono ancora nemmeno un elfo. Sono a metà strada: un misto, un mezzosangue.»

«Su col morale!» esclamò Roran. «Non preoccuparti di vivere per sempre. Galbatorix, Murtagh, i Ra'zac o perfino uno dei soldati imperiali potrebbe trafiggerci da un momento all'altro. Un uomo saggio dovrebbe ignorare il futuro e bere e festeggiare mentre ha ancora l'opportunità di godere di questo mondo.»

«So che cosa avrebbe ribattuto papà.»

«Già, e poi ci avrebbe dato una sonora legnata.»

Scoppiarono a ridere insieme, poi il silenzio che tanto spesso dilagava nelle loro discussioni prese di nuovo il sopravvento: un vuoto fatto in parti uguali di stanchezza, familiarità e delle molte differenze scavate dal destino fra coloro che un tempo avevano vissuto vite che erano soltanto variazioni di una stessa melodia.

Dovreste dormire, disse Saphira a Eragon e Roran. È tardi, e domattina dobbiamo svegliarci presto.

Eragon scrutò la nera volta del firmamento, giudicando l'ora dalla posizione delle stelle: la notte era più vecchia di quanto pensasse. «Saggio consiglio» disse. «Avrei preferito avere ancora un paio di giorni per riposare prima di attaccare l'Helgrind. La battaglia delle Pianure Ardenti ha prosciugato l'energia di Saphira e la mia, e non ci siamo ancora del tutto ripresi, dato che abbiamo volato fin qui e trasferito energia nella cintura di Beloth il Savio le ultime due sere. Sono ancora tutto indolenzito e ho più lividi di quanti ne riesca a contare. Guarda...» Slacciò i cordoncini del polsino della manica sinistra e arrotolò il morbido làmarae - un tessuto che gli elfi fabbricavano con lana intrecciata e fili di ortica - rivelando un solco giallastro nel punto in cui lo scudo gli aveva premuto sull'avambraccio.

«Ah!» disse Roran. «E quel segnetto sarebbe un livido? Mi sono fatto più male io stamattina quando ho battuto l'alluce. Adesso ti faccio vedere io un livido di cui andare fieri.» Si slacciò lo stivale sinistro, se lo tolse e arrotolò la gamba del pantalone per esporre una striatura nera larga un pollice che gli attraversava il quadricipite. «Mi sono beccato l'asta della lancia di un soldato che si girava.»

«Notevole, ma io ho di meglio.» Eragon si sfilò la casacca dalla testa, liberò la camicia dalla cintura dei pantaloni e si voltò di fianco per mostrare a Roran un'ampia lividura sulle costole e un'altra simile sul ventre. «Frecce» spiegò. Poi scoprì l'avambraccio destro, rivelando un'escoriazione gemella dell'altra, che si era procurato deviando un colpo di spada col bracciale.

Allora Roran gli mostrò una collezione di chiazze bluastre irregolari, ciascuna grande quanto una moneta d'oro, che andavano dall'ascella sinistra fino alla base della colonna vertebrale, il risultato di una caduta su un cumulo di pietre e un'armatura a sbalzo.

Eragon studiò le lesioni, poi ridacchiò e disse: «Puah, sembrano punture di spine! Ti sei perso e sei andato a finire in un cespuglio di rose? Ti faccio vedere io qualcosa che le farà vergognare.» Si tolse tutti e due gli stivali, si alzò e si calò i pantaloni, restando in camicia e braghe di lana. «Batti questa, se ci riesci» disse, e mostrò l'interno delle cosce. Una violenta combinazione di colori gli maculava la pelle, come un frutto esotico che maturava in maniera irregolare, dal verde acido al viola purulento.

«Ahia» disse Roran. «Come te lo sei fatto?»

«Sono saltato giù da Saphira durante il duello aereo con Murtagh e Castigo. Ecco come sono riuscito a ferire Castigo. Saphira si è gettata in picchiata sotto di me per prendermi al volo prima che mi schiantassi al suolo, ma sono atterrato sul suo dorso un po' più forte di quanto avrei voluto.»

Roran fece una smorfia e rabbrividì. «E continua fino a...» Lasciò la frase in sospeso e fece un vago gesto con la mano verso l'alto.

«Purtroppo sì.»

«Devo ammetterlo, è un gran bel livido. Dovresti esserne orgoglioso: non è da tutti procurarselo in quel modo, e proprio lì.»

«Sono contento che lo apprezzi.»

«Bene» proseguì Roran. «Tu puoi anche avere il livido più grosso, ma i Ra'zac mi hanno lasciato una ferita con cui non puoi competere, dato che i draghi, come mi pare di capire, ti hanno cancellato la cicatrice dalla schiena.» Mentre parlava si era liberato della camicia ed era entrato nel cono di luce pulsante creato dalla brace.

Eragon spalancò gli occhi per un istante prima di riprendersi e nascondere lo sconcerto dietro un'espressione più neutra. Si rimproverò di aver esagerato pensando Non può essere tanto grave, ma più studiava la ferita di Roran più era preoccupato.

Una lunga cicatrice raggrinzita, rossa e lucida, avvolgeva la spalla destra di suo cugino, partendo dalla clavicola per arrivare a metà del braccio. Era chiaro che il Ra'zac gli aveva reciso parte del muscolo e le due metà non si erano ricongiunte. Un malsano gonfiore deformava la pelle sotto la cicatrice, dove le fibre muscolari si erano ritratte su se stesse. Più in alto, la pelle era affondata, formando una depressione profonda mezzo pollice.

«Roran! Avresti dovuto mostrarmela giorni fa. Non avevo idea che i Ra'zac ti avessero ferito in questo modo... Riesci a muovere il braccio?»

«Non di lato o all'indietro» disse Roran, dandogli una dimostrazione. «Davanti riesco ad alzare la mano solo così... fino all'altezza del torace.» Con una smorfia riabbassò il braccio. «E comunque mi costa fatica. Devo tenere il pollice fermo, altrimenti il braccio s'intorpidisce. Ho scoperto che il modo migliore è farlo ruotare da dietro e calarlo sulla cosa che cerco di afferrare. Mi sono sbucciato le nocche non sai quante volte prima di imparare il trucco.»

Eragon si rigirò il bastone fra le mani. Devo? chiese a Saphira.

Penso di sì.

Domani potremmo pentircene.

Avrai più motivo di pentirti se domani Roran muore perché non è riuscito a brandire il martello nel momento del bisogno. Se prendi l'energia dalle fonti che ci circondano, eviterai di stancarti di più.

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