Alessandro Manzoni - IL CONTE DI CARMAGNOLA
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pregan dal ciel su l’armi loro istesse
le sconfitte e le fughe. Io li conosco,
e conoscer li deggio: a molti in mente 155
dura il pensier del glorioso, antico
viver civile; e subito uno sguardo
rivolgon di desio là dove appena
d’un qualunque avvenir si mostri un raggio,
frementi del presente e vergognosi. 160
Ei conosce il periglio; indi l’udite
mansueto parlarvi; indi vi chiede
tempo soltanto de sbranar la preda
che già tiensi tra l’ugne, e divorarla.
Fingiam che glielo diate: ecco mutata 165
la faccia delle cose; egli soggioga
senza dubbio Firenze; ecco satolle
le costui schiere col tesor de’ vinti,
e più folte e anelanti a nove imprese.
Qual prence allor dell’alleanza sua 170
far rifiuto oseria? Beato il primo
ch’ei chiamerebbe amico! Egli sicuro
consulterebbe e come e quando a voi
mover la guerra, a voi rimasti soli.
L’ira, che addoppia l’ardimento al prode 175
che si sente percosso, ei non la trova
che ne’ prosperi casi: impaziente
d’ogni dimora ove il guadagno è certo,
ma ne’ perigli irresoluto: a’ suoi
soldati ascoso, del pugnar non vuole 180
fuor che le prede. Ei nella rocca intanto,
o nelle ville rintanato attende
a novellar di cacce e di banchetti,
a interrogar tremando un indovino.
Ora è il tempo di vincerlo: cogliete 185
questo momento: ardir prudenza or fia.
IL DOGE
Conte, su questo fedel vostro avviso
tosto il Senato prenderà partito;
ma il segua, o no, v’è grato; e vede in esso,
non men che il senno, il vostro amor per noi. 190
(parte il Conte)
SCENA III
IL DOGE, e SENATORI
IL DOGE
Dissimil certo da sì nobil voto
nessun s’aspetta il mio. Quando il consiglio
più generoso è il più sicuro, in forse
chi potria rimaner? Porgiam la mano
al fratello che implora: un sacro nodo 195
stringe i liberi Stati: hanno comuni
tra lor rischi e speranze; e treman tutti
dai fondamenti al rovinar d’un solo.
Provocator dei deboli, nemico
d’ognun che schiavo non gli sia, la pace 200
con tanta istanza a che ci chiede il Duca?
Perché il momento della guerra ei vuole
sceglierlo, ei solo; e non è questo il suo.
Il nostro egli è, se non ci falla il senno,
né l’animo. Ei ci vuole ad uno ad uno; 205
andiamgli incontro uniti. Ah! saria questa
la prima volta che il Leon giacesse
al suon delle lusinghe addormentato.
No; fia tentato invan. Pongo il partito
che si stringa la lega, e che la guerra 210
tosto al Duca s’intimi, e delle nostre
genti da terra abbia il comando il Conte.
MARINO
Contro sì giusta e necessaria guerra
io non sorgo a parlar; questo sol chiedo,
che il buon successo ad accertar si pensi. 215
La metà dell’impresa è nella scelta
del capitano. Io so che vanta il Conte
molti amici tra noi; ma d’una cosa
mi rendo certo, che nessun di questi
l’ama più della patria; e per me, quando 220
di lei si tratti, ogni rispetto è nulla.
Io dico, e duolmi che di fronte io deggia,
serenissimo Doge, oppormi a voi,
non è il duce costui quale il richiede
la gravità, l’onor di questo Stato. 225
Non cercherò perché lasciasse il Duca.
Ei fu l’offeso; e sia pur ver: l’offesa
è tal che accordo non può darsi; e questo
consento: io giuro nelle sue parole.
Ma queste sue parole importa assai 230
considerarle, perché tutto in esse
ei s’è dipinto; e governar sì ombroso,
sì delicato e violento orgoglio,
o Senatori, non mi par che sia
minor pensier della guerra istessa. 235
Finor fu nostra cura il mantenerci
la riverenza de’ soggetti; or altro
studio far si dovria, come costui
riverir degnamente. E quando egli abbia
la man nell’elsa della nostra spada, 240
potrem noi dir d’aver creato un servo?
Dovrà por cura di piacergli ognuno
di noi? Se nasce un disparer, fia degno
che nell’arti di guerra il voler nostro
a quel d’un tanto condottier prevalga? 245
S’egli erra, e nostra è dell’error la pena,
ché invincibil nol credo, io vi domando
se fia concesso il farne lagno; e dove
si riscotan per questo onte e dispregi,
che far? soffrirli? Non v’aggrada, io stimo, 250
questo partito; risentirci? e dargli
occasion che, in mezzo all’opra, e nelle
più difficili strette ei ci abbandoni
sdegnato, e al primo altro signor che il voglia,
forse al nemico, offra il suo braccio, e sveli 255
quanto di noi pur sa, magnificando
la nostra sconoscenza, e i suoi gran merti?
IL DOGE
Il Conte un prence abbandonò; ma quale?
un che da lui tenea lo Stato, e a cui
quindi ei minor non potea mai stimarsi; 260
un da pochi aggirato, e questi vili;
timido e stolto, che non seppe almeno
il buon consiglio tor della paura,
nasconderla nel core, e starsi all’erta;
ma che il colpo accennò pria di scagliarlo: 265
tale è il signor che inimicossi il Conte.
Ma, lode al ciel, nulla in Venezia io vedo
che gli somigli. Se destrier, correndo,
scosse una volta un furibondo e stolto
fuor dell’arcione, e lo gettò nel fango; 270
non fia per questo che salirlo ancora
un cauto e franco cavalier non voglia.
MARINO
Poiché sì certo è di quest’uomo il Doge,
più non m’oppongo; e questo a lui sol chiedo:
vuolsi egli far mallevador del Conte? 275
IL DOGE
A sì preciso interrogar, preciso
risponderò: mallevador pel Conte,
né per altr’uom che sia, certo, io non entro;
dell’opre mie, de’ miei consigli il sono:
quando sien fidi, ei basta. Ho io proposto 280
che guardia al Conte non si faccia, e a lui
si dia l’arbitrio dello Stato in mano?
Ei diritto, anderà; tale io diviso.
Ma s’ei si volge al rio sentier, ci manca
occhio che tosto ce ne faccia accorti, 285
e braccio che invisibile il raggiunga?
MARCO
Perché i princìpi di sì bella impresa
contristar con sospetti? E far disegni
di terrori e di pene, ove null’altro
che lodi e grazie può aver luogo? Io taccio 290
che all’util suo sola una via gli è schiusa;
lo star con noi. Ma deggio dir qual cosa
dee sovra ogni altra far per lui fidanza?
La gloria ond’egli è già coperto, e quella
a cui pur anco aspira; il generoso, 295
il fiero animo suo. Che un giorno ei voglia
dall’altezza calar de’ suoi pensieri,
e riporsi tra i vili, esser non puote.
Or, se prudenza il vuol, vegli pur l’occhio;
ma dorma il cor nella fiducia; e poi 300
che in così giusta e grave causa, un tanto
dono ci manda Iddio; con quella fronte,
e con quel cor che si riceve un dono,
sia da noi ricevuto.
MOLTI SENATORI
Ai voti, ai voti!
IL DOGE
Si raccolgano i voti; e ognun rammenti 305
quanto rilevi che di qui non esca
motto di tal deliberar, né cenno
che presumer lo faccia. In questo Stato
pochi il segreto hanno tradito, e nullo
fu tra quei pochi che impunito andasse. 310
SCENA IV
Casa del Conte.
IL CONTE
Profugo, o condottiero. O come il vecchio
guerrier nell’ozio i giorni trar, vivendo
della gloria passata, in atto sempre
di render grazie e di pregar, protetto
dal braccio altrui, che un dì potria stancarsi 315
e abbandonarmi; o ritornar sul campo,
sentir la vita, salutar di nuovo
la mia fortuna, delle trombe al suono
destarmi, comandar; questo è il momento
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