Iain Banks - La fabbrica degli orrori

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La fabbrica degli orrori: краткое содержание, описание и аннотация

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Frank Cauldhame, il diciassettenne protagonista della
, è uno dei personaggi più cattivi della letteratura, non solo contemporanea. Frank uccide: a sangue freddo, minuscoli insetti e innocenti bambini. Frank odia: il padre, ex hippy con manie da scienziato pazzo; la madre, che lo ha abbandonato subito dopo averlo messo al mondo; tutte le donne, quasi tutti gli uomini e la maggior parte degli animali. Ha un fratello, maniaco incendiario appena uscito dal manicomio (le cui vittime preferite sono i cani). E ha un amico, Jamie il nano, con cui beve birra al pub. Frank non piace a nessuno e nessuno piace a lui, in realtà non piace nemmeno a se stesso, e sull’isolotto scozzese sul quale vive da recluso vive una vita scandita da complessi rituali, plasmati sulla base di una personalissima religione…
Una favola inquietante di «educazione alla violenza», un romanzo micidiale che mescola l’universo giovanile a un immaginario allucinato al limite dell’incubo.

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«Oh, mio Dio, no!» disse mio padre. Mi voltai verso di lui. Si stava tirando su i pantaloni. Gli diedi uno spintone e corsi alla porta.

«Sbrigati» gli gridai. Uscii dalla stanza, scesi di corsa le scale senza controllare se mi stesse seguendo. Le fiamme si vedevano da ogni finestra, e tutta la casa echeggiava dei lamenti delle pecore torturate. Entrai in cucina, valutai l’idea di prendere un po’ d’acqua da portarmi dietro, ma decisi che sarebbe stato inutile. Uscii dalla veranda e arrivai in giardino. Una pecora con le zampe posteriori avvolte dalle fiamme mi venne quasi addosso. Correva per il giardino già mezzo incendiato, e all’ultimo momento riuscì a schivare la porta con un belato di terrore, balzando poi oltre la recinzione bassa nel prato davanti alla casa. Mi diressi di corsa sul retro alla ricerca di Eric.

C’erano pecore e fiamme dappertutto. L’erba che rivestiva le Terre del Teschio era avvolta dal fuoco. Le vampe schizzavano via dalla rimessa e dai cespugli, dalle piante e dai fiori del giardino, con le pecore ardenti sparse tutt’attorno, alcune morte e distese dentro pozze di fuoco bluastro, altre che ancora saltavano, gemendo e ululando con le loro voci rotte, gutturali. Eric era sulle scale che portano alla cantina. Vidi la torcia che teneva in mano proiettare una fiamma tremolante sul muro sotto la finestra del bagno. Stava assalendo a colpi d’ascia la porta della cantina.

«Eric! No!» urlai. Mi avviai verso di lui, poi mi voltai. Mi aggrappai a uno spigolo della casa e sporsi la testa per dare un’occhiata alla porta aperta della veranda. «Papà! Vieni fuori! Papà!» Sentivo alle mie spalle il rumore del legno che andava in frantumi. Mi voltai di nuovo e corsi alla ricerca di Eric. Scavalcai con un salto la carcassa incenerita di una pecora proprio davanti ai gradini della cantina. Eric si girò facendo oscillare l’ascia verso di me. Mi accovacciai e rotolai per terra, poi balzai in piedi preparandomi a schizzare via, ma lui ricominciò a sbattere violentemente l’ascia contro la porta, urlando a ogni colpo come se lui stesso fosse la porta. La lama dell’ascia scomparve nel legno, e ci restò conficcata. Lui la scosse con forza fino a tirarla fuori, mi lanciò un’occhiata, quindi riprese a picchiare contro la porta. Le fiamme che si levavano dalla torcia mi proiettavano addosso la loro ombra. La torcia era appoggiata di fianco alla porta, e la vernice fresca stava già cominciando a prendere fuoco. Tirai fuori la fionda. Eric aveva quasi abbattuto la porta. Mio padre non si era ancora fatto vivo. Eric mi lanciò un’altra occhiata e conficcò l’ascia nel legno. Mentre mi frugavo le tasche alla ricerca di un proiettile, una pecora alle nostre spalle lanciò un ululato. Sentivo tutt’intorno a me un odore di carne arrostita e il rumore crepitante del fuoco. La sferetta metallica si adattò bene al cuoio della fionda, e io tesi l’elastico.

«Eric!» gridai quando la porta cedette. Lui afferrò l’ascia con una mano sola, con l’altra raccolse la torcia. Diede un calcio alla porta e la sfondò. Tirai ancora di un centimetro l’elastico della fionda. Gli gettai un’occhiata attraverso la Y della forcella. Lui si voltò a guardarmi. Aveva la barba lunga, la faccia tutta sporca come il gnigno di un animale. Era il ragazzo, anzi, l’uomo che io avevo conosciuto, eppure nello stesso tempo era una persona completamente diversa. Quella faccia ghignava e sudava e lanciava occhiate torve, sussultando ogni volta che il petto gli si gonfiava e sgonfiava e che le fiamme gli vibravano intorno. Teneva sempre strette in mano l’ascia e la fiaccola ardente, con la porta della cantina alle sue spalle ridotta a un ammasso di frantumi. Riuscii a scorgere soltanto le balle di cordite, che mi sembrarono di colore arancio scuro alla luce densa e guizzante dei fuochi circostanti e della torcia di mio fratello. Eric scosse la testa, con aria confusa e ansiosa.

Anch’io scossi la testa, lentamente.

Lui rise e fece un cenno con la testa. Lasciò la torcia, un po’ facendola scivolare a terra con noncuranza, un po’ gettandola di proposito dentro la cantina. Poi corse verso di me.

Fui sul punto di sparare il proiettile quando lo vidi venire dalla mia parte, ma un secondo prima che le dita mi si aprissero notai che non aveva più l’ascia. La sentii rotolare con un rumore di ferraglia giù per i gradini della cantina. Eric mi schivò all’ultimo momento, e io caddi su un fianco, stringendomi le ginocchia al petto. Cominciai a rotolare, mentre Eric correva all’impazzata per il giardino, dirigendosi verso la parte meridionale dell’isola. Lasciai la fionda, scesi di corsa gli scalini e raccolsi la torcia. Era a circa un metro di distanza dall’entrata, ben lontana dalla cordite. La scagliai velocemente all’esterno, mentre nella rimessa incendiata cominciavano a scoppiare le bombe.

C’era un rumore assordante. Le granate mi che sfrecciavano sopra la testa e le finestre della casa esplodevano verso l’interno. La rimessa fu completamente distrutta. Due bombe schizzarono fuori e scoppiarono in altri punti del giardino, ma per fortuna non dalla mia parte. Quando ritenni di essere fuori pericolo sollevai la testa e vidi che la rimessa non esisteva più. Tutte le pecore erano morte, oppure se n’erano andate, ed Eric era svanito nel nulla.

Mio padre era in cucina, con in mano un secchio d’acqua e un coltello da scalco. Entrai, e lui posò il coltello sul tavolo. Sembrava un vecchio di cent’anni. Sul tavolo c’era la provetta. Mi sedetti a capotavola, abbandonandomi sulla sedia. Lo guardai in faccia.

«Era Eric alla porta, papà» dissi io, mettendomi a ridere. Le orecchie mi rimbombavano ancora per le esplosioni della rimessa.

Mio padre restò in piedi, con un’aria stupida e senile dipinta sul volto. Aveva gli occhi cisposi e umidi, e gli tremavano le mani. Sentii che pian piano cominciavo a calmarmi.

«Ch…» cominciò, poi si schiarì la gola. «Che… che è successo?» Sembrava sobrio.

«Ha cercato di entrare in cantina. Credo che stesse per farci saltare tutti per aria. È scappato di nuovo. Ho risistemato la porta nel miglior modo possibile. Quasi tutti gli incendi sono estinti. Quello non ti servirà.» Indicai il secchio d’acqua. «Vorrei piuttosto che ti mettessi seduto e mi dicessi una o due cosette che mi piacerebbe sapere.» Mi sistemai sulla sedia appoggiandomi allo schienale.

Mi guardò per un istante, poi afferrò la provetta, ma gli scivolò di mano. Cadde per terra e si ruppe. Gli uscì una risata nervosa. Si chinò, poi si raddrizzò prendendo in mano quello che c’era nella provetta. Tenne quella roba bene in vista davanti a me, ma io continuavo a guardarlo dritto negli occhi. Chiuse la mano, poi la riaprì, come un prestigiatore. Conteneva una pallina rosa. Non un testicolo. Una pallina rosa, come un grumo di plastilina, o di cera. Lo guardai fisso.

«Spiegami» gli dissi.

E lui mi spiegò.

12. Quel che accadde a me

Una volta andai a costruire le mie dighe tra la sabbia e le conche rocciose che stanno nella zona meridionale della costa, molto in giù, oltre la casa nuova. Era una giornata calma, luminosa, perfetta. Non c’era nessuna linea di demarcazione tra la terra e il cielo, e neanche vapori stagnanti. Il mare era piatto.

In lontananza si vedevano lievi pendii collinari punteggiati di campi. In uno di quei campi c’erano delle mucche e due grossi cavalli scuri. Io me ne stavo là a costruire, quando da una stradina di fianco al campo arrivò un camioncino. Si fermò vicino al cancello e fece manovra, sistemandosi con la parte posteriore di fronte a me. Guardai col binocolo e vidi che il furgone si allontanava di circa un chilometro. Ne scesero due uomini. Aprirono dal retro e formarono una rampa, con delle alette laterali in legno sollevate a mo’ di parapetto da entrambi i lati. I due cavalli si avvicinarono a guardare.

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