Iain Banks - La fabbrica degli orrori

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La fabbrica degli orrori: краткое содержание, описание и аннотация

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Frank Cauldhame, il diciassettenne protagonista della
, è uno dei personaggi più cattivi della letteratura, non solo contemporanea. Frank uccide: a sangue freddo, minuscoli insetti e innocenti bambini. Frank odia: il padre, ex hippy con manie da scienziato pazzo; la madre, che lo ha abbandonato subito dopo averlo messo al mondo; tutte le donne, quasi tutti gli uomini e la maggior parte degli animali. Ha un fratello, maniaco incendiario appena uscito dal manicomio (le cui vittime preferite sono i cani). E ha un amico, Jamie il nano, con cui beve birra al pub. Frank non piace a nessuno e nessuno piace a lui, in realtà non piace nemmeno a se stesso, e sull’isolotto scozzese sul quale vive da recluso vive una vita scandita da complessi rituali, plasmati sulla base di una personalissima religione…
Una favola inquietante di «educazione alla violenza», un romanzo micidiale che mescola l’universo giovanile a un immaginario allucinato al limite dell’incubo.

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Mi ci volle più del solito a completare il percorso perché continuavo a fermarmi e a salire in cima alle dune più alte che incontravo per controllare gli approdi. Non vidi nulla. Le teste sui Pali Sacrificali erano in buono stato. Dovevo sostituire un paio di teste di topo, ma niente di più. Le altre teste e le banderuole erano intatte. Trovai un gabbiano morto sopra una duna, sul versante rivolto alla terraferma, di fronte alla parte centrale dell’isola. Presi la testa e seppellii il corpo vicino a un Palo. Misi quella testa ormai fetida dentro un sacchetto di plastica e la riposi nella sacca insieme agli altri resti rinsecchiti.

Sentii gli uccelli, poi li vidi, levarsi in volo come se qualcuno stesse attraversando il sentiero, ma sapevo che si trattava solo della signora Clamp. Mi arrampicai su una duna per guardare, e la vidi sul ponte, che avanzava sulla sua vecchia bicicletta col portapacchi. Diedi un’altra occhiata verso il pascolo e le dune dopo che la signora Clamp scomparve alla mia vista, in prossimità della casa, ma non c’era niente. Solo pecore e gabbiani. Dalla discarica saliva un filo di fumo, e si sentiva il brontolio continuo di una vecchia motrice diesel sul binario. Il cielo era coperto ma luminoso, e il vento soffiava incerto, appiccicaticcio. Verso il mare aperto si intravedevano schegge dorate che sfioravano l’orizzonte, dove l’acqua luccicava sotto squarci di sereno, ma erano lontane, molto lontane.

Completai il giro dei Pali Sacrificali, poi rimasi mezz’ora vicino al vecchio argano, concedendomi un po’ di allenamento col tiro al bersaglio. Sistemai un po’ di lattine sul ferro arrugginito del recinto, arretrai di una trentina di metri e le buttai giù tutte quante con la fionda, con soli tre colpi supplementari rispetto alle sei lattine. Una volta recuperati i proiettili, tutti tranne uno, le rimisi in piedi, tornai alla stessa distanza e presi la mira. Mi ci vollero quattordici colpi prima di riuscire ad abbatterle tutte. Alla fine lanciai un po’ di volte il coltello contro un albero vicino al vecchio ovile e provai una certa soddisfazione nel vedere che riuscivo a dosare bene il numero di volteggi, visto che ogni volta la lama entrava bella dritta nella corteccia tagliuzzata.

Tomai a casa e mi lavai, mi cambiai la camicia e feci la mia comparsa in cucina in tempo per mangiare il primo, che la signora Clamp stava scodellando. Si trattava di una brodaglia bollente. Brandii una fetta di pane bianco soffice e fragrante, mentre la signora Clamp si chinava sul piatto a ingurgitare il brodo con un risucchio chiassoso e mio padre si spezzettava del pane integrale che pareva impastato con la segatura.

«Come sta, signora Clamp?» chiesi io cordialmente.

«Oh, io sto bene» rispose lei congiungendo le sopracciglia e atteggiandole in modo tale che sembravano un filo di lana sbrogliato da una matassa. Aggrottò la fronte ancora più profondamente e si concentrò sul cucchiaio gocciolante che teneva giusto sotto il mento. «Oh, sì. Io sì che sto bene.»

«Fa caldo, vero?» borbottai. Sventolai la fetta di pane sulla minestra, con mio padre che mi fissava torvo.

«Siamo in estate» spiegò la signora Clamp.

«Oh, già» dissi. «L’avevo dimenticato.»

«Frank» biascicò mio padre con la bocca piena di verdura e segatura. «Non credo che tu possa ricordarti l’esatta capacità di questi cucchiai.»

«Un quarto di gill?» suggerii con aria innocente. Lui mi guardò in cagnesco e sorseggiò dell’altra brodaglia. Continuai a sventolare il pane, interrompendomi solo per disturbare la pellicina scura che si stava formando sulla superficie del mio piatto. La signora Clamp tirò su un’altra cucchiaiata.

«E come vanno le cose in paese, signora Clamp?» chiesi.

«Molto bene, per quel che ne so io» rispose lei sempre rivolgendosi alla minestra. Annuii. Mio padre soffiò nel cucchiaio. «Il cane dei Macky è scomparso, così mi hanno detto» aggiunse la signora Clamp. Inarcai lievemente le sopracciglia e abbozzai un sorriso preoccupato. Mio padre si bloccò e mi guardò fisso. Il rumore della zuppa che intanto gocciolava — il cucchiaio aveva iniziato a flettersi immediatamente dopo la frase della signora Clamp — riecheggiò per la stanza come piscio scrosciante dentro la tazza del cesso.

«Davvero?» dissi io, sempre sventolando la fetta di pane. «Che peccato. Meno male che mio fratello non è qua in giro, altrimenti avrebbero dato la colpa a lui.» Sorrisi, lanciai un’occhiata a mio padre, poi tornai a guardare la signora Clamp, che mi stava fissando con gli occhi socchiusi attraverso il fumo che saliva dal piatto. La fetta di pane che stavo usando per raffreddare il piatto si stancò di quell’attività e si sgretolò. Raccolsi prontamente l’estremità che precipitava e la poggiai nel piatto, sollevando il cucchiaio nel tentativo di sorseggiare un po’ di minestra.

«Hmm» disse la signora Clamp.

«La signora Clamp non ha potuto comprarti gli hamburger oggi» disse mio padre schiarendosi la gola mentre articolava la prima sillaba di “potuto”. «Quindi ti ha preso un po’ di macinato.»

« Tutta colpa dei sindacati! » borbottò cupa la signora Clamp, sputacchiando nel proprio piatto. Piazzai un gomito sul tavolo, appoggiai una guancia sulla mano stretta a pugno e la guardai con aria sbalordita. Senza ottenerne niente. Non alzò neanche lo sguardo, e io allora mi strinsi nelle spalle e tornai a sorseggiare la brodaglia. Mio padre aveva abbassato il cucchiaio. Si asciugò la fronte con una manica e cercò di rimuovere con un’unghia, dall’interstizio tra due denti superiori, un pezzo di quella che a me sembrava segatura.

«C’è stato un piccolo incendio ieri vicino alla casa nuova, signora Clamp. L’ho spento io, sa… Ero proprio lì. L’ho visto e l’ho spento» dissi.

«Non ti vantare troppo, figliolo» disse mio padre. La signora Clamp tenne a freno la lingua.

«È vero, l’ho fatto» dissi io sorridendo.

«Sono certo che alla signora Clamp non interessi molto.»

«Oh, altro che» disse la signora Clamp scuotendo la testa con un gesto enfatico di difficile interpretazione.

«Hai visto?» borbottai a mio padre. Feci un cenno alla signora Clamp, che intanto succhiava rumorosamente la minestra.

Me ne restai in silenzio mentre mangiavamo il secondo, uno stufato. Quando arrivammo alla crema col rabarbaro notai che c’era una novità nel miscuglio degli ingredienti: il latte con cui era stata fatta la crema era decisamente avariato. Feci un sorrisetto, mio padre grugnì, la signora Clamp ingurgitò l’intruglio sputando i peduncoli di rabarbaro nel tovagliolo. A voler essere indulgenti, il dolce non era cotto al punto giusto.

Il pranzo mi rallegrò immensamente e mi diede molta energia, anche se il pomeriggio era ancora più caldo della mattina. Non si vedevano fenditure nella distesa luccicante del mare, e nella luce che filtrava dalle nuvole c’era un che di denso, qualcosa che appesantiva l’aria e il vento stagnante. Uscii per fare il giro completo dell’isola, muovendomi a passo vivace. Vidi la signora Clamp che si avviava verso il paese, poi mi incamminai nella stessa direzione e andai a sedermi in cima a un’alta duna, a qualche centinaio di metri di distanza dal mare, per perlustrare col binocolo la terra infuocata.

Il sudore cominciò a scorrermi addosso appena smisi di muovermi. Mi stava venendo mal di testa. Avevo portato con me un po’ d’acqua. La bevvi e riempii di nuovo la borraccia al primo torrente. Senza dubbio mio padre aveva ragione a dire che nei fiumi ci cagano le pecore, ma di sicuro io ero da tempo immune a qualunque accidente ci si potesse beccare nei torrentelli della zona, visto che da anni ne bevevo l’acqua, da quando avevo cominciato a farci le dighe. Tracannai più acqua di quanta me ne andasse giù e tornai in cima alla duna. In lontananza le pecore erano immobili, accucciate sull’erba. Non c’erano neanche gabbiani. Solo le mosche erano in attività. Dalla discarica si levava ancora lo stesso filo di fumo, mentre una stria di caligine bluastra saliva dalle colline, da uno spiazzo dove stavano abbattendo gli alberi per la cartiera vicino al fiordo. Tesi l’orecchio per udire il rumore delle motoseghe, ma non ci riuscii.

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