Quel che allora si sprigionò dentro Eric, di qualunque cosa si trattasse, lo rese un debole, provocò in lui un’incrinatura. Se fosse stato un vero uomo non avrebbe reagito a quel modo. Le donne — lo so bene perché ne ho viste a centinaia, forse a migliaia nei film e nei programmi televisivi — non resistono quando si trovano di fronte a un evento davvero importante. Se vengono violentate, o se gli muore il fidanzato, vanno fuori di testa e si suicidano, oppure si struggono di dolore fino alla morte. So bene che non tutte reagiscono allo stesso modo, ma questa è la regola, e le donne che non vi obbediscono sono comunque in minoranza.
Credo che ne esista anche qualcuna in gamba, più mascolina delle altre nel carattere, e comunque ho il sospetto che Eric sia stato vittima di un animo un po’ troppo femminile. Quella sensibilità, quel desiderio di non ferire la gente, quell’intelligenza delicata, accorta, erano tutte caratteristiche che gli appartenevano forse proprio perché pensava troppo come una donna. Non aveva mai avuto problemi a riguardo prima che gli capitasse quella spiacevole esperienza, ma in quel momento, in quella circostanza estrema, Eric crollò. La colpa è di mio padre, per non parlare di quella puttana che l’aveva mollato per un altro. Mio padre deve prendersi le sue responsabilità soprattutto per le stupidaggini che ha fatto quando Eric era piccolo, lasciando che si vestisse come meglio credeva e facendogli scegliere liberamente se mettersi i pantaloni o la gonna. Harmsworth e Morag Stove avevano tutte le ragioni per preoccuparsi del modo in cui veniva allevato il nipote, e fecero bene a prendersi cura di lui. Se mio padre non avesse avuto quelle idee balorde, se mia madre non avesse provato risentimento nei confronti di Eric e se gli Stove l’avessero portato via prima, forse le cose sarebbero andate diversamente. Ma non è stato così, e spero che mio padre si senta in colpa per questo, come è giusto che sia. Voglio che si senta continuamente addosso il peso di ciò che ha fatto, e spero che non chiuda occhio la notte, o che gli incubi lo facciano svegliare nel gelo della notte in un bagno di sudore se per caso riesce ad addormentarsi. Se lo merita.
La sera della scarpinata sulle colline Eric non chiamò. Avevo preso sonno quasi subito, ma sicuramente avrei sentito lo squillo del telefono. Invece feci tutta una tirata, forse per la stanchezza della lunga camminata. Il giorno dopo mi svegliai alla solita ora, uscii a fare una passeggiata lungo la spiaggia all’aria fresca del mattino e tornai in tempo per una colazione sostanziosa.
C’era qualcosa di inquietante nell’aria. Mio padre era più taciturno che mai, e il calore della cucina si addensava in fretta, spandendosi greve per tutta la casa nonostante le finestre aperte. Vagai da una stanza all’altra, poi mi appoggiai a un davanzale per guardare fuori, perlustrando l’orizzonte con gli occhi sbarrati. Dopodiché, con mio padre mezzo addormentato in poltrona, tornai in camera, indossai una maglietta e il gilè leggero con le tasche, le riempii di cose utili, mi misi in spalla lo zainetto e uscii di casa, con l’intenzione di dare un’occhiata alle varie vie di accesso all’isola e di passare forse anche dalla discarica, se non c’erano troppe mosche. Inforcai gli occhiali da sole. Le lenti scure rendevano i colori più vividi. Cominciai a sudare subito dopo aver varcato la soglia di casa. Un venticello caldo e tutt’altro che refrigerante soffiava incerto da più direzioni, portando con sé l’odore dell’erba e dei fiori. Mi avviai a passo deciso su per il sentiero, passai il ponte e costeggiai il torrente dalla parte della terraferma, seguendone il corso e scavalcando a balzi le diramazioni minori, fino ad arrivare alla zona delle dighe. Poi mi diressi a nord e risalii la fascia delle dune davanti al mare, prendendole dalla parte della cima sabbiosa per poterne sfruttare la visuale, anche se arrampicarsi dal versante meridionale significava fare il doppio della fatica.
Il riverbero della calura rendeva tutto tremolante, incerto, mutevole. La sabbia era bollente. Attorno a me ronzavano insetti di ogni specie e dimensione. Li scacciai via con la mano.
Di tanto in tanto sollevavo gli occhiali, mi asciugavo il sudore dalla fronte e guardavo col binocolo, esaminando l’orizzonte velato dal tremolio dell’afa. Mi prudeva la testa dal sudore, e sentivo un formicolio in mezzo alle gambe. Controllai diverse volte e con estrema accuratezza le cose che avevo portato con me. Soppesai distrattamente l’astuccio con i proiettili, portai una mano alla vita per controllare coltello e fionda, verificai se avevo ancora l’accendino, il pettine, lo specchio, la penna e la carta. Sorseggiai un po’ d’acqua dalla borraccia, anche se ormai era calda e sapeva di stantio.
Vidi qualche relitto dall’aspetto interessante sulla spiaggia e lungo la battigia, ma me ne restai sulle dune, seguendo la strada più scoscesa quando non potevo fare altrimenti, e spingendomi verso l’estremo nord, oltre ruscelletti e piccoli acquitrini, oltre il Cerchio della Bomba e oltre lo spiazzo (a cui non avevo mai dato un nome vero e proprio) dove Esmeralda aveva preso il volo.
Pensai a quei luoghi solo dopo averli superati.
Dopo un’ora o giù di lì cominciai a spostarmi verso l’interno, poi girai a sud, seguendo le ultime dune, e mi fermai a guardare i pascoli smangiucchiati con le pecore che si muovevano lente sull’erba e continuavano a brucare. Sembravano quasi delle larve. Rimasi immobile per un attimo e seguii il volo di un uccello che si stagliava contro l’azzurro ininterrotto del cielo, volteggiando nella corrente e solcando il cielo con movimenti spiraliformi, ora in un verso, ora nell’altro. Più in basso sfrecciò uno stormo di gabbiani, con le ali tese e il collo bianco allungato come a puntare qualcosa. Trovai una rana morta stecchita in cima a una duna, ancora sporca di sangue sul dorso e tutta incrostata di sabbia, e mi chiesi come fosse potuta arrivare fin là. Forse l’aveva lasciata cadere un uccello. Mi infilai il berretto verde, proteggendomi gli occhi dalla luce abbagliante. Mi avviai a passo spedito giù per il sentiero, all’altezza dell’isola e della casa. Ogni tanto mi fermavo per guardare col binocolo. Le macchine e i camion scintillavano in mezzo agli alberi, a circa un chilometro di distanza. Passò anche un elicottero, forse diretto verso una piattaforma o un oleodotto.
Mi inoltrai in mezzo agli arbusti e arrivai alla discarica, subito dopo mezzogiorno. Mi sedetti all’ombra del fogliame e ispezionai il posto attraverso le lenti degli occhiali. C’erano un po’ di gabbiani, e nessuno in giro. Un filo di fumo saliva lentamente da un fuoco acceso al centro, e tutt’attorno si vedevano i resti sparsi di ciò che era stato gettato via in città e dintorni: scatoloni e sacchi di plastica nera, insieme al bianco luccicante e rovinato di vecchie lavatrici, cucine e frigoriferi. Per un istante si alzò il vento, e le cartacce varie si sollevarono nell’aria disegnando un mulinello, poi ricaddero al suolo.
Mi avvicinai ancora di più alla discarica, assaporandone l’odore marcio e dolciastro. Presi a calci le immondizie, capovolgendo a colpi di stivale gli oggetti più interessanti, ma non c’era niente che valesse veramente la pena di raccattare. Uno dei motivi per cui la discarica mi è sempre piaciuta tanto è che ogni volta è diversa. Si sposta, come fosse un immenso essere vivente, si espande come un’ameba gigantesca man mano che assorbe la terra feconda e i rifiuti di tutta la gente. Ma quel giorno sembrava stanca e noiosa. Diventai insofferente nei suoi confronti, lasciandomi quasi prendere dalla rabbia. Lanciai un paio di boccette per l’aerosol nel debole fuoco acceso nel mezzo. Caddero senza alcun vigore tra le fiamme pallide, dandomi poca soddisfazione. Lasciai la discarica e ripresi il mio cammino verso sud. A circa un chilometro dalla discarica, vicino a un torrente, c’era una specie di villetta, una casa per le vacanze che dava dritta sul mare. Era sigillata e deserta, e non c’erano impronte recenti sul sentiero sconnesso che portava all’entrata e poi alla spiaggia. Era proprio su quel viottolo che Willie, un amico di Jamie, ci aveva fatto fare la corsa sul furgone, sgommando a tutta velocità sulla sabbia.
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