Iain Banks - La fabbrica degli orrori

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Frank Cauldhame, il diciassettenne protagonista della
, è uno dei personaggi più cattivi della letteratura, non solo contemporanea. Frank uccide: a sangue freddo, minuscoli insetti e innocenti bambini. Frank odia: il padre, ex hippy con manie da scienziato pazzo; la madre, che lo ha abbandonato subito dopo averlo messo al mondo; tutte le donne, quasi tutti gli uomini e la maggior parte degli animali. Ha un fratello, maniaco incendiario appena uscito dal manicomio (le cui vittime preferite sono i cani). E ha un amico, Jamie il nano, con cui beve birra al pub. Frank non piace a nessuno e nessuno piace a lui, in realtà non piace nemmeno a se stesso, e sull’isolotto scozzese sul quale vive da recluso vive una vita scandita da complessi rituali, plasmati sulla base di una personalissima religione…
Una favola inquietante di «educazione alla violenza», un romanzo micidiale che mescola l’universo giovanile a un immaginario allucinato al limite dell’incubo.

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Sprofondai di schiena, lasciando che l’acqua mi venisse addosso.

Mi infilai la vestaglia e scesi in cucina. Mio padre era seduto a tavola in calzoncini e canottiera, con i gomiti appoggiati sul piano e lo sguardo fisso sull’ Inverness Courier. Rimisi in frigo il succo d’arancia e tirai su il coperchio del tegame; dentro c’era un intruglio al curry che si stava raffreddando, da accompagnarsi con l’insalata disposta sul tavolo in una ciotola. Mio padre sfogliava il giornale, ignorandomi.

«Caldo, eh?» dissi, in mancanza di altri argomenti.

«Mmmh.»

Mi sedetti all’altro capo del tavolo. Mio padre voltò un’altra pagina, a testa bassa. Mi schiarii la gola.

«C’è stato un incendio giù, vicino a quella casa nuova. L’ho visto. E l’ho anche spento» dissi per coprirmi le spalle.

«Sarà stato per il caldo» disse mio padre senza alzare lo sguardo. Annuii tra me, grattandomi in mezzo alle gambe senza dare nell’occhio, attraverso i lembi della vestaglia.

«Ho sentito le previsioni. Dicono che domani sul tardi cambia il tempo» dissi scrollando le spalle. «Così pare.»

«Bene, staremo a vedere» disse mio padre. Richiuse il giornale e si alzò a controllare lo stufato. Annuii, giocherellando con la cintura della vestaglia, e buttai un’occhiata distratta al quotidiano. Mio padre si sporse in avanti per annusare l’intruglio. Io rimasi immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto.

Mi voltai verso di lui, mi alzai, girai intorno alla seggiola su cui prima era seduto, mi fermai, come a voler guardare fuori dalla porta. Ma i miei occhi caddero di sbieco sui titoli del giornale. MISTERIOSO INCENDIO DIVAMPA IN CASA DI VILLEGGIATURA, c’era scritto in prima pagina, in fondo a sinistra. Una villetta subito a sud di Inverness era andata a fuoco immediatamente prima che il giornale andasse in stampa. La polizia stava conducendo le indagini.

Tornai all’altro capo del tavolo, mi misi a sedere.

Mangiammo l’insalata e lo stufato, e io ricominciai a sudare. Un tempo pensavo di essere una strana creatura perché avevo scoperto che il giorno dopo aver mangiato curry anche le mie ascelle sapevano di curry, ma poi Jamie mi disse che succedeva anche a lui, e la cosa mi tranquillizzò notevolmente. Mangiai lo stufato, poi uno yogurt e una banana, ma non servì a togliermi il piccante dalla bocca. Mio padre, che aveva sempre avuto un atteggiamento masochistico nei confronti di quel piatto, non riuscì a finirlo, e ne lasciò quasi la metà.

Ero ancora in vestaglia, a guardare la tv in soggiorno, quando squillò il telefono. Mi avviai verso la porta, ma sentii mio padre che usciva dal suo studio per andare a rispondere. Rimasi sulla soglia ad ascoltare. Non riuscii a capire molto, poi sentii i passi di mio padre che veniva giù dalle scale e tornai in fretta alla mia poltrona, ci sprofondai dentro e poggiai la testa su un bracciolo, con gli occhi chiusi e la bocca semiaperta. Mio padre aprì la porta.

«Frank, è per te.»

«Eh?» dissi io piano. Aprii gli occhi, mi voltai verso la tv, poi mi alzai un po’ barcollante. Mio padre lasciò la porta aperta e ritornò nello studio. Andai al telefono.

«Sì… Pronto?»

«Buo-o-n-giorno, pa-a-rlo con Fra-a-nk?» disse una voce strascicata.

«Sì. Chi è?»

«Ah, ah, piccolo Frank!» urlò Eric. «Bene, eccomi qua, sono nel cuore della foresta e continuo a mangiare i miei hot dog ! Ah, ah! Allora come stai, ragazzo mio? L’oroscopo ti è favorevole, vero? A proposito, di che segno sei? L’ho dimenticato.»

«Del cane.»

«Oh, davvero?»

«Sì. E tu di che segno sei?» chiesi io seguendo diligentemente un suo vecchio tormentone.

«Cancro!» arrivò la risposta, urlata.

«Benigno o maligno?» domandai io in tono stanco.

«Maligno!» stridette Eric. «Ho detto cancro, non tumore

Allontanai l’orecchio dalla cornetta. Cominciò a ridere sguaiatamente, e io dissi: «Senti, Eric…»

«Come stai? Come vanno le cose? A che pensi? Stai bene? Come te la passi? Che mi dici? Che fai di bello? Dove stai con la testa in questo momento? Dove sei stato? Cristo santo, Frank, sai perché le Volvo fischiano? Be’, neanch’io, ma chi se ne frega? Cosa disse Trotskij? “Ho bisogno di Stalin come di un buco in testa”. Ah ah ah ah ah! A dire il vero non mi piacciono queste macchine tedesche. Hanno i fari troppo ravvicinati. Stai bene, Frankie?»

«Eric…»

«A letto, a dormire. Forse a masturbarti. Ce l’hai il preservativo? Ah ah ah!»

«Eric» dissi io guardando su per le scale per controllare che mio padre non fosse là attorno. «Vuoi stare zitto?»

«Che?» disse Eric con voce rotta e risentita.

«Il cane» dissi io con un sibilo. «Oggi ho visto il cane. Quello vicino alla casa nuova. Ero lì. L’ho visto.»

«Che cane?» chiese Eric perplesso. Sentivo i suoi sospiri pesanti e un chiacchiericcio in sottofondo.

«Non cercare di confondermi, Eric. L’ho visto. Voglio che tu la smetta, hai capito? Basta coi cani. Mi senti? Hai capito? Allora?»

«Che? Che cani?»

«Hai capito benissimo. Sento che non sei lontano da qui. Niente più cani. Lasciali in pace. E smettila anche coi bambini. Niente vermi. Scordatelo. Se vuoi vieni a trovarci — sarebbe bello — ma niente vermi e niente cani in fiamme. Sto dicendo sul serio, Eric. Faresti meglio a darmi retta.»

«Dare retta a cosa? Di che stai parlando?» disse lui lamentoso.

«Hai sentito» dissi, e misi giù il telefono. Rimasi in piedi lì accanto, guardando in alto verso le scale. Dopo pochi secondi squillò di nuovo. Tirai su la cornetta, sentii solo il segnale e riattaccai. Restai in attesa per qualche minuto, ma non accadde altro.

Tornai in soggiorno e incrociai mio padre che usciva dallo studio asciugandosi le mani con uno straccio. Aveva gli occhi spalancati e si portava dietro una scia di odori incomprensibili.

«Chi era?»

«Jamie che faceva una voce strana» dissi.

«Mmmh» rispose, apparentemente risollevato, e tornò indietro.

A parte lo stufato che gli tornava su, mio padre fu molto silenzioso. Quando la serata cominciò a rinfrescarsi uscii a fare un giro sull’isola. Arrivavano delle nuvole dal mare, e sembrava che una porta si stesse sbarrando lentamente davanti al cielo, intrappolando sopra l’isola il calore delle giornate. Si sentivano dei tuoni dall’altra parte delle colline. Niente lampi. Piombai in un sonno agitato, senza mai smettere di sudare e rigirarmi nel letto, finché un’alba iniettata di sangue non fece la sua comparsa sopra la spiaggia.

11. Il figliol prodigo

Mi svegliai dall’ultimo scampolo di sonno inquieto con la trapunta per terra, di fianco al letto. Ero in un bagno di sudore. Mi alzai, mi feci una doccia, mi rasai con cura e mi arrampicai su in soffitta prima che il caldo si facesse troppo intenso.

La soffitta era afosa. Aprii i lucernari e misi fuori la testa, perlustrando col binocolo l’orizzonte, la terra da una parte, il mare dall’altra. Il cielo era ancora coperto. C’era una luce stanca, e il vento sapeva di stantio. Armeggiai un po’ con la Fabbrica, diedi da mangiare alle formiche, al ragno e alla Venere, controllai i fili, spolverai il vetro della facciata, provai le batterie e lubrificai le porticine e gli altri meccanismi, più che altro per accertarmi che fosse tutto a posto. Diedi una pulita all’altare e sistemai con cura tutti gli oggetti, servendomi di un righello per controllare che i barattolini e gli altri pezzi fossero disposti in perfetta simmetria.

Tornai di sotto grondante di sudore, ma non me la sentii di farmi un’altra doccia. Mio padre era in piedi, intento a preparare la colazione, e nel frattempo mi misi a guardare un po’ di tv, i programmi del sabato mattina. Mangiammo in silenzio. Dopo colazione uscii a fare un giro sull’isola. Andai al Bunker e presi la sacca con le teste, in modo da poter fare le mie riparazioni ai Pali intanto che ero là in giro.

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