Iain Banks - La fabbrica degli orrori

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Frank Cauldhame, il diciassettenne protagonista della
, è uno dei personaggi più cattivi della letteratura, non solo contemporanea. Frank uccide: a sangue freddo, minuscoli insetti e innocenti bambini. Frank odia: il padre, ex hippy con manie da scienziato pazzo; la madre, che lo ha abbandonato subito dopo averlo messo al mondo; tutte le donne, quasi tutti gli uomini e la maggior parte degli animali. Ha un fratello, maniaco incendiario appena uscito dal manicomio (le cui vittime preferite sono i cani). E ha un amico, Jamie il nano, con cui beve birra al pub. Frank non piace a nessuno e nessuno piace a lui, in realtà non piace nemmeno a se stesso, e sull’isolotto scozzese sul quale vive da recluso vive una vita scandita da complessi rituali, plasmati sulla base di una personalissima religione…
Una favola inquietante di «educazione alla violenza», un romanzo micidiale che mescola l’universo giovanile a un immaginario allucinato al limite dell’incubo.

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«Scciòono in paeese, figliòolo» disse lui sottovoce, come se stesse per scoppiare a piangere. Lo sentii tirare un respiro profondo. «Fraang, lo scciaii che ti ho sccembree uoluto beene… Sto… sto chiamàando dal paeese, figliòolo. Uuoi ueniire qui, uuoi ueniire… vieeni… Hanno préscioo Eric, figliòolo.»

Restai immobile. Guardai la carta da parati dietro al tavolino d’angolo col telefono che sta dove le scale fanno la curva. La carta aveva un disegno di foglie, verde su bianco, con una specie di rampicante che spuntava qua e là tra la vegetazione. Era attaccata un po’ storta. Non ci avevo mai fatto caso prima di allora, dopo tutte le volte che avevo risposto al telefono. Era orribile. Mio padre era stato un idiota a sceglierla.

«Fraang?» Si schiarì la gola. «Fraang, figliòolo?» disse, in modo quasi normale, poi si lasciò andare di nuovo: «Frang, scceii llì? Dì uualcossciaa, figliòolo. Dimmi uualche coosciia, figliòolo. Ho ddetto che hanno préscioo Eric. Scci scentii, figliòolo? Frang, sceii angòora lì?»

«Ti…» Le labbra mi si incepparono e la frase mi morì sul nascere. Mi schiarii la gola accuratamente e ricominciai. «Ti ho sentito, papà. Hanno preso Eric. Ho sentito. Arrivo subito. Dove ci vediamo, alla polizia?»

«No, no, figliòolo. Uediàmosci dauaanti… dauaanti alla bibglioteca. Sì, la bibglioteca. Ci uediàamo là.»

«La biblioteca?» dissi io. «Perché là?»

«Uaa beene, figliòolo… Scii ueediàmo. Eh?» Lo sentii sbatacchiare un po’ il ricevitore, poi la linea si ammutolì. Riattaccai lentamente. Sentii una fitta ai polmoni, una sensazione quasi metallica che andava di pari passo col battito martellante del cuore e con il vuoto dentro la testa.

Restai immobile per qualche istante, poi risalii le scale fino alla soffitta per chiudere il lucernario e spegnere la radio. Mi facevano male le gambe, le sentivo stanche. Forse avevo un po’ esagerato con gli sforzi in quegli ultimi tempi.

Gli squarci nelle nuvole si muovevano lentamente verso l’interno man mano che risalivo il sentiero per il paese. Erano le sette e mezza, ma era quasi buio, una foschia estiva di luce morbida che si spandeva dappertutto sopra la terra arida. Qualche uccello si agitò letargicamente al mio passaggio. Qualche altro se ne restò appollaiato sui fili del telefono che si dipanano fino all’isola sui loro pali scheletrici. Le pecore emettevano il solito suono rotto e sgradevole, e gli agnelli piagnucolavano al seguito. C’erano uccelli appostati anche sul filo spinato dei recinti, dove ciuffi di lana sporca rimasti impigliati segnavano il tragitto delle pecore. Nonostante tutta l’acqua ingurgitata durante il giorno, la testa cominciava di nuovo a farmi male. Sospirai e continuai a camminare, attraversando le dune declinanti e i campi incolti e i pascoli radi. Mi sedetti un attimo sulla sabbia, subito prima che le dune cessassero del tutto, e mi asciugai la fronte. Mi scrollai un po’ di sudore dalle dita e guardai in lontananza le pecore immobili e gli uccelli appollaiati. Dal paese si sentivano le campane, provenienti probabilmente dalla chiesa cattolica. O forse si era diffusa la notizia che i maledetti cani erano ormai al sicuro. Ghignai, sbuffai dal naso con una specie di mezza risata e oltrepassai con lo sguardo i prati e la boscaglia e la sterpaglia fino a che non vidi i campanili della Chiesa di Scozia. Riuscivo quasi a vedere la biblioteca, da lassù. Sentii i miei piedi gemere, e capii che non avrei dovuto sedermi. Mi avrebbero fatto troppo male, una volta ripreso il cammino. Sapevo perfettamente che stavo solo cercando di ritardare il mio arrivo in paese, così come avevo ritardato l’uscita da casa dopo la telefonata di mio padre. Guardai di nuovo gli uccelli sui fili, gli stessi fili telefonici che mi avevano comunicato la notizia. Sembravano quasi delle note in un pentagramma. Notai che c’era una zona vuota.

Corrugai la fronte, guardai più da vicino, mi accigliai ancora di più. Cercai il binocolo, mi tastai il petto. L’avevo lasciato a casa. Mi alzai e ripresi a camminare verso i terreni incolti, allontanandomi dal sentiero, poi affrettai il passo. Dopo un po’ mi misi a correre e attraversai la sterpaglia e i canneti, scavalcai una recinzione e mi ritrovai nel pascolo, dove le pecore si alzarono e si sparpagliarono blaterando lamentosamente.

Ero senza fiato quando arrivai ai cavi del telefono.

Ce n’era uno a terra. Il filo reciso penzolava di fianco al palo dalla parte della terraferma. Alzai lo sguardo e mi assicurai di non avere le traveggole. Alcuni degli uccelli appollaiati nei paraggi erano volati via, disegnando dei cerchi, e lo stridìo cupo delle loro voci si levò nell’aria immobile sopra l’erba riarsa. Raggiunsi di corsa il palo dalla parte dell’isola, all’altro capo del filo tagliato. Un orecchio, coperto di pelo corto bianco e nero e ancora sanguinante, era inchiodato al palo. Lo toccai e sorrisi. Mi guardai attorno in preda all’esagitazione, poi mi calmai. Volsi lo sguardo in direzione del paese, dove i campanili si ergevano come un dito puntato in segno di accusa.

«Bugiardo schifoso» mormorai, poi mi avviai di nuovo verso l’isola, prendendo velocità man mano che andavo avanti, squarciando il sentiero al mio passaggio, pestandone a fondo la superficie. Arrivai di corsa fino al Salto e lo superai con un volo. Mi misi a urlare e schiamazzare, poi mi azzittii e risparmiai il fiato prezioso per la corsa.

Tornai a casa e mi inerpicai schiumante di sudore fino alla soffitta, fermandomi un secondo davanti al telefono per verificare che funzionasse. La linea era interrotta. Corsi di sopra, diedi una rapida occhiata col binocolo dal lucernario, poi mi ricomposi, cercando di fare mente locale. Mi adagiai sulla sedia, riaccesi la radio e continuai a guardare.

Era là fuori da qualche parte. Dovevo ringraziare gli uccelli. Sentii un fremito dentro lo stomaco, quasi un’ondata di gioia gastroenterica che mi fece rabbrividire nonostante il caldo. Quel vecchio bugiardo di merda aveva provato a stanarmi da casa solo perché lui aveva paura di affrontare Eric. Mio Dio, che idiota a non aver percepito subito il tono menzognero in quella voce impastata! Con che coraggio poi mi sgridava quando bevevo! Almeno io lo facevo quando sapevo di potermelo permettere, non quando sapevo che avrei avuto bisogno di tutta la mia lucidità per affrontare una crisi. Che merda. E si considera un uomo!

Bevvi qualche altro bicchiere di succo d’arancia, ancora fresco dentro la brocca, mangiai una mela e un po’ di pane e formaggio, e continuai la perlustrazione. La serata si rabbuiò velocemente quando il sole calò e le nuvole si richiusero. Le correnti d’aria calda che avevano squarciato il cielo si erano già dissolte, e la coltre distesa sulle pianure e le colline si stava ricompattando, grigia e informe. Dopo un po’ sentii un tuono, e qualcosa di aspro e minaccioso si diffuse nell’aria. Ero sotto tensione, e non riuscivo a non aspettare lo squillo del telefono, anche se sapevo che non sarebbe arrivato. Quanto ci avrebbe messo mio padre a capire che stavo tardando? Pensava che arrivassi in bici? Era caduto in qualche fosso? Oppure barcollava alla testa di qualche banda di paesani diretti in massa all’isola con le torce accese per stanare l’Ammazzacani?

Non faceva molta differenza. Avrei visto chiunque fosse arrivato, anche al buio, e avrei accolto mio fratello o abbandonato la casa per rifugiarmi sull’isola se si fossero fatti vivi i vigilantes. Spensi la radio in modo tale da poter sentire i rumori della terraferma, e strabuzzai gli occhi per vedere nella luce morente. Dopo un po’ irruppi in cucina e raccattai del cibo, lo misi in una sacca e me lo portai su in soffitta. Nel caso avessi dovuto lasciare la casa per incontrare Eric. Forse avrebbe avuto fame. Tornai a sedermi, scrutando centimetro per centimetro le ombre che calavano sulla terra sempre più buia. In lontananza, ai piedi delle colline, c’erano delle luci che si muovevano sulla strada, scintillando nel crepuscolo e lanciando bagliori, come lampi di fari intermittenti, in mezzo agli alberi, dietro le curve, sopra le alture. Mi sfregai gli occhi e mi stiracchiai, cercando di mandar via la stanchezza.

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