Dino Buzzati - Sessanta racconti
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- Название:Sessanta racconti
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- Издательство:Mondadori, collana Oscar classici moderni
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In quanto al padre e alla moglie del disgraziato, non sapevano spiegarsi l'accaduto. Willy era tornato già da oltre un mese, più taciturno e chiuso che mai. E di quanto gli era capitato aveva detto poco o niente. Avevo detto soltanto di essersi imbarcato su una nave, che alla fine della guerra questa nave si era autoaffondata, che lui era stato internato in Argentina e che qui se l'era passata discretamente, fin quando lo avevano fatto rimpatriare. Però non aveva spiegato che nave, né dove, né quando, né le circostanze relative. Strano anche che dopo il rimpatrio non si fosse fatto vivo col Regulus a cui era sempre stato affezionato. La moglie una volta gli aveva chiesto: " Come mai non scrivi al comandante Regulus? È venuto qui apposta a cercarti, sarà felice di saperti tornato ". " Sì, sì, gli scriverò " aveva risposto Willy. Ma poi non ne aveva fatto niente.
Capo Untermeyer riconobbe il suo ex-superiore quando costui entrò nella stanzetta d'ospedale? Il Regulus scrive che la cosa è incerta. Tuttavia alle sue domande il ferito rispose quasi sempre a tono. Poche domande in verità perché i medici avevano proibito di interrogarlo. Parlava fin troppo lui da solo, quasi che dentro egli avesse uno spaventoso ingorgo di cose rimaste compresse che adesso volevano sfogarsi; quasi che il colpo della rivoltella avesse aperto un varco e di qui traboccasse fuori ciò che in lui fermentava con dolore da troppo lungo tempo.
Capo Untermeyer, in questi interminabili sproloqui che terminarono soltanto un'ora prima della sua morte, non fece mai un racconto filato. I ricordi lo assalivano dalle più svariate parti senza ordine alcuno, per cui a un episodio ne seguiva un altro che magari si riferiva a parecchi mesi prima.
La storia che il Regulus ne ricavò presentò perciò lacune e sconnessioni. In compenso il Regulus crede che nulla di quanto usciva dalle labbra di Untermeyer fosse frutto di delirio. Per quanto frammentaria, la narrazione è in ogni suo punto motivata e soprattutto risponde in modo esauriente ai maggiori interrogativi che l' " Eventualità 9000 " aveva lasciato. Sia come sia, si tratta dell'unica testimonianza attendibile e diretta su uno degli avvenimenti più meravigliosi del nostro tempo.
A questo punto comincia la seconda parte del libro, la più importante e, purtroppo, la più breve. A ragione, il Regulus non ha voluto, per amplificarla, lavorare di fantasia e neppure coordinare la rotta materia con legamenti e aggiunte che la logica poteva anche autorizzare. Nel trascrivere ciò che disse l'Untermeyer, il suo intervento si limita a disporre i fatti secondo un'ovvia successione cronologica e nel dare forma sintattica alle cose che dalla bocca dell'agonizzante uscirono in frasi monche, espressioni dialettali, balbettii. E ora non resta che ascoltare. Nel cantiere dell'isola di Rugen – detto appunto cantiere 9000 – con una segretezza che avrebbe fatto invidia ai pallidi burocrati degli Uffici Cifra e un impegno di mezzi che sembrava dovesse esaurire il sangue stesso del Paese fino all'ultima estenuata stilla, per cui tutti i presenti avevano una specie di paura quasi che fosse una follia calamitosa; all'ombra di una sterminata tettoia sulla quale ogni mattina degli uomini stendevano ramaglie verdi, sterpi giallastri, blocchi di neve, a seconda delle stagioni; in ermetica clausura di militari e operai; protetta da un giuramento solenne di tutti i partecipanti; fu costruita dal giugno 1942 al gennaio 1945 la corazzata König Friedriech II che doveva essere l'arma segreta del grande Reich per sbaragliare le flotte unite della Gran Bretagna e Stati Uniti e quante altre vi si affiancassero, infelici loro, pace all'anima dei marinai che vi si fossero trovati a bordo poiché non avranno neppure il tempo di rivolgere una breve preghiera al Signore Nostro Onnipossente.
Il dislocamento doveva essere di 120.000 tonnellate e tale infatti riuscì. La velocità, 30 nodi. Duplice protezione antisiluri della carena per cui la nave poteva incassare almeno 30 torpedini prima di vacillare. Propulsione a getto con due eliche ausiliarie. Protezione verticale di 45 centimetri dell'opera viva, di 35 sul ponte corazzato. Quattro torri trinate da 203, 36 complessi da 75 antiaerei. E l'armamento principale consisteva in dodici ordigni senza precedenti, a gruppi di tre, che forse erano cannoni e forse no, capo Untermeyer li denominava Vernichtungsgeschutze e diceva che potevano annientare in pochi secondi qualsiasi unità di superficie in un raggio di 40 chilometri. Lunghezza, circa 280 metri. Equipaggio 2100 uomini. I fumaioli erano tre.
All'ospedale, in un intermezzo di relativa calma, capo Untermeyer si fece portare dalla moglie le sue carte chiuse in una cartella di cuoio e ne trasse, per consegnarla al comandante Regulus, una piccola fotografia del leviatano. Non essendoci nella veduta alcun punto di riferimento, le dimensioni non si possono apprezzare, inoltre si tratta di una mediocre istantanea da inesperto dilettante. Nel complesso la sagoma ripete la linea delle precedenti grandi unità tedesche con la caratteristica prora falcata. Solo che mancano le solite torri dei grossi calibri, al loro posto si vedono delle aste o tubi metallici lunghi almeno una ventina di metri a brandeggio ed elevazioni autonomi, che potrebbero essere cannoni ma anche no. Manca a queste armi, almeno in apparenza, qualsiasi corazzatura protettiva. Essi si dipartono all'altezza della coperta, protendendosi in alto con forte inclinazione (almeno nella fotografia). Il Regulus esclude che si trattasse di armi atomiche, dimostra pure che non potevano essere dei semplici lanciarazzi; e rinuncia a una descrizione tecnica.
Fu varata nell'ottobre 1944, passarono parecchi mesi prima che fosse pronta. Non si sa se eseguì in zona esercitazioni di tiro, e anche troppe altre cose non si sanno di quella vigilia disperata. Ma nessuno dei nemici ebbe mai il sospetto di ciò che si stava preparando nel cantiere 9000 non ci furono quindi mai bombardamenti e i ricognitori di passaggio tiravano via apparentemente soddisfatti.
Poi venne il febbraio, il marzo, l'aprile, la barriera difensiva del fronte scardinata, i russi che premevano su Berlino; ma sebbene i bollettini del Quartier Generale non facessero più mistero della disfatta, a bordo della König Friedrich II gli uomini vivevano tranquilli. Come chi è chiuso nella solida casa di granito mentre di fuori la bufera mugola. Tanto pareva invincibile la nuova grande corazzata, Supremo capolavoro della stirpe tedesca.
Ma perché non si accendevano i fuochi? Che si aspettava ancora? Di veder comparire alle spalle le prime fangose pattuglie sovietiche? Berlino stava per cadere, doveva anzi essere già caduta, una sera il bollettino del Quartier Generale non fu più trasmesso.
Allora gli operai e gli ingegneri sbarcarono dalla corazzata, l'aria sopra i tre fumaioli cominciò a tremolare, segno che le caldaie erano state accese, opposti pensieri e speranze si combattevano negli animi, la pace sembrava terribilmente desiderabile pur nell'obbrobrio della disfatta ma era anche amaro abbandonare così il bastimento meraviglioso senza aver tentato neppure di combattere.
Il comandante dell'unità, capitano di vascello Rupert George, fece suonare dalla tromba l'assemblea generale. Era un uomo alto, biondo, aristocratico, dagli occhi molto chiari, così sensibile e vergognoso dei propri sentimenti che per salvarsi si era dovuto fare una volontà di ferro.
Erano le ore 3 pomeridiane del 4 giugno 1945. Come tutto l'equipaggio fu riunito sulla coperta di poppa, il comandante cominciò a parlare nei seguenti termini:
" Ufficiali, sottufficiali, marinai, devo dirvi poche cose, e gravi.
" Come forse voi stessi immaginate, le forze armate tedesche di terra, di mare e dell'aria stanno cessando di combattere. Entro stasera forse verrà firmato un armistizio. Alle clausole di tale armistizio tutti i militari del Reich dovranno sottostare. "
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