Grazia Deledda - Canne al vento

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«Tutti son laggiù; anche i miei nipotini, Nostra Signora li aiuti. Ah, tutti son laggiù e han fresco, perché vedono il mare…»

«E perché non siete andata anche voi?»

«E la casa, missignoria? Per quanto povera, una casa non deve esser mai abbandonata del tutto: altrimenti ci si installa il folletto. I vecchi rimangono, i giovani vanno!»

Sospirò, curvando il viso per guardarsi e aggiustarsi i coralli sul petto, e raccontò di quando anche lei andava alla festa con suo marito, sua figlia, le buone vicine. Poi sollevò gli occhi e guardò verso l’antico cimitero.

«Di questi giorni mi par di rivedere tutti i morti risuscitati. Tutti andavano a divertirsi, laggiù. Mi sembra di rivedere la madre di vossignoria, donna Maria Cristina, seduta sulla panca all’angolo del grande cortile. Sembrava una regina, con la gonna gialla e lo scialle nero ricamato. E le donne di tanti paesi le stavano sedute intorno come serve… Essa mi diceva: Pottoi, vieni, assaggia questo caffè; cosa ti pare, è buono? – Sì, così umile era. Ah, per questo non amo neppure tornare laggiù; mi pare che ci ho lasciato qualche cosa e che non la ritroverei più…»

Noemi assentì vivacemente, con la testa reclinata sul lavoro; la voce della vecchia le sembrava l’eco del suo passato.

«E don Zame, missignoria? Era l’anima della festa. Gridava, spesso, sembrava la burrasca, ma in fondo era buono. L’arcobaleno c’è sempre, dietro la tempesta. Ah, sì, proprio in questi giorni, quando sto seduta giù a filare, mi sembra di sentire un passo di cavallo… Eccolo, è lui che va alla festa, sul suo cavallo nero, con le bisacce piene… Passa e mi saluta: Pottoi, vieni in groppa? Su, mala fata!»

Ella rifaceva commossa la voce del nobile morto; poi, a un tratto, seguendo i suoi pensieri, domandò:

«E questo don Giacintino non arriva più?».

Noemi s’irrigidì, perché non permetteva a nessuno di immischiarsi nei fatti di casa sua.

«Se verrà ch’egli sia il benvenuto», rispose fredda; ma andata via la vecchia riprese il filo dei suoi pensieri. Riviveva talmente nel passato che il presente non la interessava quasi più.

A misura che l’ombra calda della casa copriva il cortile e l’odore dell’euforbia arrivava dalla pianura, ricordava più intensamente la fuga di Lia. Ecco, è un tramonto come questo: il Monte bianco e verde incombe sulla casa, il cielo è tutto d’oro. Lia sta su nelle camere di sopra e vi si aggira silenziosa; s’affaccia al balcone, pallida, vestita di nero, coi capelli scuri che par riflettano un po’ l’azzurro dorato del cielo; guarda laggiù verso il castello, poi d’improvviso solleva le palpebre pesanti e si scuote tutta agitando le braccia. Pare una rondine che sta per spiccare il volo. Scende, va al pozzo, innaffia i fiori, e mentre il profumo dolce della violacciocca si mesce all’odore acre dell’euforbia, le prime stelle salgono sopra il Monte.

Lia va a sedersi sull’alto della scala, con la mano sulla corda, gli occhi fissi nella penombra.

Noemi la ricordava sempre così, come l’aveva veduta l’ultima volta passandole accanto per andare a letto. Dormivano assieme nello stesso letto, ma quella sera ella l’aveva attesa invano. s’era addormentata aspettandola e ancora l’aspettava…

Il resto le si confondeva nella memoria: ore e giorni d’ansia e di terrore misterioso come quando si ha la febbre alta… Rivedeva solo il viso livido e contratto di Efix che si curvava a guardare per terra quasi cercasse un oggetto smarrito.

«Padrone mie, zitte, zitte!», mormorava, ma egli stesso era poi corso per il paese domandando a tutti se avevano veduto Lia; e si curvava a guardare entro i pozzi, e spiava le lontananze.

Poi era tornato don Zame…

A questo ricordo un fragore di tempesta echeggiava nella memoria di Noemi; ogni volta ella sentiva il bisogno di muoversi, come per rompere un incubo.

s’alzò dunque e salì nella sua camera, la stessa ove un tempo dormiva con Lia: lo stesso letto di ferro arrugginito a foglie d’oro stinte, a grappoli d’uva di cui solo qualche acino conservava come nei grappoli veri acerbi un po’ di rosso e di violetto: le stesse pareti imbiancate con la calce, i quadretti con cornici nere, con antiche stampe di cui nessuno in casa conosceva il valore: lo stesso armadio tarlato, sopra la cui cornice arance e limoni in fila luccicavano al tramonto come pomi d’oro.

Noemi aprì l’armadio per rimettere il lavoro, e il cardine stridette nel silenzio come una corda di violino, mentre il sole già senza raggi gettava un chiarore roseo sulla biancheria disposta sulle assi rivestite di carta turchina.

Tutto era in ordine là dentro: in alto alcune trapunte logore, tappeti di seta, coperte di lana che il lungo uso aveva ingiallito come lo zafferano: più giù la biancheria odorosa di mele cotogne, e canestrini di asfodelo e di giunchi sul cui sfondo giallino si disegnavano in nero i vasi, i pesci, gl’idoletti dell’arte sarda primitiva.

Noemi rimise il suo lavoro entro uno di questi canestrini, e ne sollevò un altro: sotto c’era un plico di carte, le carte di famiglia, gli stromenti, i legati, gli atti di una lite, stretti forte da un nastrino giallo contro il malocchio. Il nastrino giallo che non aveva impedito alle terre di passare in altre mani e alla lite di esser vinta dagli avversari, legava alle carte morte una lettera che Noemi, ogni volta che sollevava il panierino, guardava come si guarda dalla riva del mare il cadavere di un naufrago respinto lentamente dall’onda.

Era la lettera di Lia dopo la fuga.

Quel giorno Noemi aveva come il male del ricordo: la lontananza delle sorelle e un’istintiva paura della solitudine la riconducevano al passato. Lo stesso chiarore aranciato del crepuscolo, il Monte coperto di veli violetti, l’odore della sera, tutto le ridestava l’anima di vent’anni prima. Silenziosa, nera nel chiarore tra la finestruola e l’armadio, sembrava essa stessa una figura del passato, salita su dall’antico cimitero per visitare la casa abbandonata. Rimise in ordine le trapunte e i cestini; chiuse, riaprì: l’armadio strideva e pareva la sola cosa viva della casa.

Finalmente si decise e strappò la lettera dal fascio di carte; era ancora bianca, entro la busta bianca; sembrava scritta ieri e che nessuno ancora l’avesse letta.

Noemi sedette sul letto, ma aveva appena svolto il foglio e messo una mano sul pomo d’ottone che qualcuno picchiò, giù: prima un colpo, poi tre, poi incessantemente.

Ella sollevò la testa, guardando verso il cortile con occhi spaventati.

«Il postino non può essere: è già passato…»

I colpi echeggiavano nel cortile silenzioso: così picchiava suo padre quando tardavano ad aprirgli…

Abbandonò la lettera e corse giù, ma arrivata al portone si fermò ad ascoltare: il cuore le batteva come se i colpi arrivassero al petto.

«Signore! Signore! Non può esser lui…»

Finalmente domandò un po’ aspra:

«Chi è?».

«Amici», rispose una voce straniera.

Ma Noemi non riusciva ad aprire, tanto le tremavano le mani.

Un uomo giovane che pareva un operaio, alto e pallido, vestito di verde, con le scarpe gialle polverose e i piccoli baffi in colore delle scarpe, stava davanti al portone appoggiato a una bicicletta. Appena vide Noemi si tolse il berretto che lasciava l’impronta sui folti capelli dorati, e le sorrise mostrando i bei denti fra le labbra carnose.

Ella lo riconobbe subito agli occhi, occhi grandi a mandorla, d’un azzurro verdognolo; erano ben gli occhi dei Pintor, ma il suo turbamento aumentò quando lo straniero balzato sugli scalini del portone la strinse forte fra le sue braccia dure.

«Zia Ester! Sono io… E le zie?»

«Sono Noemi…», ella disse un poco umiliata: ma tosto s’irrigidì. «Non ti aspettavamo. Ester e Ruth sono alla festa…»

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