Grazia Deledda - Canne al vento

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Efix aspettò ch’ella scendesse. Seduto al sole sugli scalini, con la berretta ripiegata per farsi un po’ d’ombra sul viso, appuntava col suo coltello a serramanico un piuolo che donna Ruth desiderava piantare sotto il portico; ma lo scintillare della lama al sole gli faceva male agli occhi e la violacciocca già appassita tremolava sul suo ginocchio. Egli sentiva le idee confuse e pensava alla febbre che lo aveva tormentato l’anno scorso.

«Già di ritorno quella diavola?»

Donna Ester ridiscese, con un vasetto di sughero in mano: egli si tirò in là per lasciarla passare e sollevò il viso ombreggiato dalla berretta.

«Padrona mia, non esce più?»

«E dove vuoi che vada, a quest’ora? Nessuno mi ha invitato a pranzo!»

«Vorrei dirle una cosa. È contenta?»

«Di che, anima mia?»

Ella lo trattava maternamente, senza famigliarità però; lo aveva sempre considerato un uomo semplice.

«Che… che sieno tutte d’accordo per la venuta di don Giacintino?»

«Son contenta, sì. Doveva esser così.»

«È un bravo ragazzo. Farà fortuna. Bisogna comprargli un cavallo. Però…»

«Però?»

«Non bisognerà dargli molta libertà, in principio. I ragazzi son ragazzi… Io ricordo quando ero ragazzo, se uno mi permetteva di stringergli il dito mignolo io gli torcevo tutta la mano. Eppoi gli uomini della razza Pintor, lei lo sa… donna Ester… sono superbi…»

«Se mio nipote arriverà, Efix, io gli dirò come all’ospite: siediti, sei come in casa tua. Ma egli capirà che qui lui è ospite…»

Allora Efix si alzò, scuotendosi dalle brache la segatura del piuolo. Tutto andava bene, eppure un senso di inquietudine lo agitava: aveva da dire ancora una cosa ma non osava.

Seguì passo passo la donna, si tolse la berretta per piantar con più forza il piuolo, attese di nuovo pazientemente finché donna Ester tornò per attinger acqua.

«Dia! Dia a me», disse togliendole di mano la secchia, e mentre tirava su l’acqua guardava dentro il pozzo, per non guardare in viso la padrona, poiché si vergognava di chiederle i denari che ella gli doveva.

«Donna Ester, non vedo più i fasci di canne. Le ha poi vendute?»

«Sì, le ho vendute in parte a un Nuorese, in parte le ho adoperate per accomodare il tetto, e così ho pagato anche il muratore. Sai che l’ultimo giorno di quaresima il vento portò via le tegole.»

Egli non insisté dunque. Ci son tanti modi di aggiustar le cose, senza mortificar la gente a cui si vuol bene! Andò quindi da Kallina l’usuraia, fermandosi a salutare la nonna del ragazzo rimasto a guardia del poderetto. Alta e scarna, col viso egizio inquadrato dal fazzoletto nero con le cocche ripiegate alla sommità del capo, la vecchia filava seduta sullo scalino della sua catapecchia di pietre nerastre. Una fila di coralli le circondava il lungo collo giallo rugoso, due pendenti d’oro tremolavano alle sue orecchie come gocce luminose che non si decidevano a staccarsi. Pareva che invecchiando ella avesse dimenticato di togliersi quei gioielli di giovinetta.

«Ave Maria, zia Pottoi; come ve la passate? Il ragazzo è rimasto lassù, ma stasera sarà di ritorno.»

Ella lo fissava coi suoi occhi vitrei.

«Ah, sei Efix? Dio ti aiuti. Ebbene, la lettera di chi era? Di don Giacintino? Se egli arriva accoglietelo bene. Dopo tutto torna a casa sua. È l’anima di don Zame, perché le anime dei vecchi rivivono nei giovani. Vedi Grixenda mia nipote! È nata sedici anni fa, per la festa del Cristo, mentre la madre moriva. Ebbene, guardala: non è sua madre rinata? Eccola…»

Ecco infatti Grixenda che torna su dal fiume con un cestino di panni sul capo, alta, le sottane sollevate sulle gambe lucide e dritte di cerbiatta. E di cerbiatta aveva anche gli occhi lunghi, umidi nel viso pallido di medaglia antica: un nastro rosso le attraversava il petto, da un lembo all’altro del corsettino aperto sulla camicia, sostenendole il seno acerbo.

«Zio Efix!», gridò carezzevole e crudele, mettendogli il cestino sul capo e frugandogli le saccocce.

«Anima mia bella! Sempre penso a voi, e voi non avete nulla da darmi… Neanche una mandorla!»

Efix lasciava fare, rallegrato dalla grazia di lei. Ma la vecchia, col viso immobile e gli occhi vitrei, disse con dolcezza:

«Don Zame bonanima ritorna».

Allora Grixenda s’irrigidì, e il suo bel viso e i suoi begli occhi rassomigliavano vagamente a quelli della nonna.

«Ritorna?»

«Lasciate queste storie!», disse Efix deponendo il cestino ai piedi della fanciulla, ma ella ascoltava come incantata le parole della nonna, e anche lui discendendo la strada credeva di rivedere il passato in ogni angolo di muro. Ecco, laggiù, seduto sulla panchina di pietra addossata alla casa grigia del Milese un grosso uomo vestito di velluto la cui tinta marrone fa spiccare meglio il colore del viso rosso e della barba nera.

Non è don Zame? Come lui sporge il petto, coi pollici nei taschini del corpetto, le altre dita rosse intrecciate alla catena d’oro dell’orologio. Egli sta lì tutto il giorno a guardare i passanti e a beffarsi di loro: molti cambiano strada per paura di lui, e altrettanto fa Efix per raggiungere non visto la casa dell’usuraia.

Una siepe di fichi d’India recingeva come una muraglia pesante il cortile di zia Kallina: anche lei filava, piccola, con le scarpette ricamate, senza calze, col visetto bianco e gli occhi dorati di uccello da preda lucidi all’ombra del fazzoletto ripiegato sul capo.

«Efix, fratello caro! Come stai? E le tue padroncine? E questa visita? Siedi, siedi, indugiati.»

Galline sonnolente che si beccavano sotto le ali, gattini allegri che correvano appresso ad alcuni porcellini rosei, colombi bianchi e azzurrognoli, un asino legato a un piuolo e le rondini per aria davano al recinto l’aspetto dell’arca di Noè: la casetta sorgeva sullo sfondo della vecchia casa riattata del Milese, alta, quest’ultima, col tetto nuovo, ma qua e là scrostata e come graffiata dal tempo indispettito contro chi voleva togliergli la sua preda.

«Il podere?», disse Efix appoggiandosi al muro accanto alla donna. «Va bene. Quest’anno avremo più mandorle che foglie. Così ti pagherò tutto, Kallì! Non stare in pensiero…»

Ella aggrottò le sopracciglia nude, seguendo con gli occhi il filo del suo fuso.

«Non ci pensavo neanche, vedi! Tutti fossero come te, e i sette scudi che tu mi devi fossero cento!»

«Saetta che ti sfiori!», pensava Efix. «m’hai dato quattro scudi, a Natale, e ora son già sette!»

«Ebbene, Kallì», aggiunse a bassa voce, curvando la testa come parlasse ai porcellini che gli fiutavano con insistenza i piedi. «Kallì, dammi un altro scudo! Così fan otto, e a luglio, come è vero il sole, ti restituirò fino all’ultimo centesimo…»

L’usuraia non rispose; ma lo guardò a lungo da capo a piedi e tese il pugno verso di lui facendo le fiche.

Efix sobbalzò e le afferrò il polso, mentre i porcellini scappavano seguiti dai gattini e a tanto subbuglio le galline starnazzavano.

«Kallì, saetta che ti sfiori, se non ci fossero gli uomini come me, tu invece di praticar l’usura andresti a pescar sanguisughe…»

«Meglio pescar sanguisughe che farsi succhiare il sangue come te, malaugurato! Sì, Maccabeo, te lo do lo scudo; dieci e cento te ne do, se li vuoi, come li do a gente più ragguardevole di te, alle tue padroncine, ai nobili e ai parenti dei Baroni, ma le fiche te le farò sempre finché sarai uno stupido, cioè fino alla tua morte… Te li darò…»

E andò a prendere cinque lire d’argento.

Efix se ne andò, con la moneta nel pugno, seguito dai saluti ironici della donna.

«Di’ alle tue padroncine che si conservino bene.»

Ma egli era deciso a sopportare ogni pena pur di far bella figura all’arrivo di don Giacintino. Voleva comprarsi una berretta nuova per riceverlo, e scese quindi alla bottega del Milese, rassegnandosi anche a salutare l’uomo seduto sulla panchina. Era don Predu, il parente ricco delle sue padroncine.

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