Blake Pierce - Una Ragione per Nascondersi

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Una trama dinamica che ti afferra dal primo capitolo e non ti lascia più andare. Midwest Book Review, Diane Donovan (su Il killer della rosa) Dall’autore #1 di gialli best seller Blake Pierce arriva un nuovo capolavoro di tensione psicologica: UNA RAGIONE PER NASCONDERSI (Un mistero di Avery Black – Libro 3) Stanno apparendo dei corpi nella periferia di Boston, cadaveri bruciati al punto di essere irriconoscibili, e la polizia capisce che un nuovo serial killer si aggira per le strade. Mentre la stampa si scatena e la pressione si alza, il Dipartimento di Polizia di Boston deve rivolgersi alla sua più brillante e controversa detective, Avery Black. Avery, mentre ancora cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita – la relazione appena nata con Ramirez, la sua riconciliazione con Rose – si ritrova improvvisamente ad affrontare il caso più difficile della sua carriera. Con poche prove a disposizione, deve entrare nella mente di un assassino psicopatico, cercare di capire la sua ossessione per il fuoco e che cosa suggerisce sulla sua personalità. Gli indizi la portano nel cuore dei quartieri più malfamati di Boston, ad affrontare i suoi peggiori maniaci, e alla fine, a una scoperta inimmaginabile. In un gioco psicologico del gatto contro il topo, una frenetica corsa contro il tempo conduce Avery attraverso una serie di sconvolgenti e inaspettate rivelazioni, per culminare in un finale che neanche lei avrebbe potuto immaginare. Un oscuro thriller psicologico di una suspense mozzafiato, UNA RAGIONE PER NASCONDERSI è il #3 libro di un’appassionante nuova serie, con un’amata nuova protagonista, che vi costringerà leggere fino a notte inoltrata. Presto sarà disponibile il #4 libro della serie di Avery Black. Un capolavoro del mistero e del giallo. Pierce ha fatto un lavoro magnifico sviluppando personaggi con un lato psicologico, descritti tanto bene che ci sembra di essere nelle loro teste, a provare le loro paure e applaudendo i loro successi. La trama è intelligente e vi terrà con il fiato sospeso per tutto il libro. Pieno di svolte inaspettate, questo libro vi terrà svegli fino a quando non avrete girato l’ultima pagina. Books and Movie Reviews, Roberto Mattos (su Il killer della rosa)

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Sentendo che avevano già superato la nube temporalesca che era il difficile argomento di Jack, Avery cercò di affrontare quello del sacrificio in questione. Non c’era modo di arrivarci per vie traverse, quindi decise di dirlo e basta.

“Stavo pensando che potrei chiedere meno ore di lavoro i prossimi mesi. Mi sono detta che potremmo provare davvero a far funzionare le cose tra di noi.”

Rose si fermò per un istante. Sembrò presa in contropiede e genuinamente sorpresa. Fece un piccolo cenno in segno di assenso e tornò a svuotare le scatole. Emise un lieve sbuffo.

“Che c’è?” chiese Avery.

“Ma tu ami il tuo lavoro.”

“È così,” confermò lei. “Ma sto pensando di farmi trasferire dalla Omicidi. Se lo facessi, avrei molto più tempo libero.”

Rose lasciò perdere le scatole del tutto. Nel giro di un secondo tutta una gamma di emozioni le attraversò il volto. Avery fu felice di vederne una che sembrava essere speranza.

“Mamma, non devi farlo.” La sua voce era tenera e vulnerabile, quasi come la bambina che Avery ricordava bene. “È come se stravolgessi la tua vita.”

“No, non lo è. Sto invecchiando e ho capito di essermi persa molte cose della mia famiglia. È quello che mi serve per andare avanti… per stare meglio.”

Rose si sedette sul divano coperto di scatole e vestiti sparsi. Alzò lo sguardo su Avery, con quella luce di speranza ancora negli occhi.

“Sei sicura che sia quello che vuoi?” chiese.

“Non lo so. Forse.”

“E poi,” aggiunse Rose, “ho capito da dove viene la mia abilità a cambiare argomento. Abbiamo già smesso di parlare della faccenda della solitudine.”

“Te ne sei accorta, allora?”

“Sì. E a essere sinceri, anche papà lo ha notato.”

“Rose…”

Rose si voltò verso di lei.

“Gli manchi, mamma.”

Avery si ritirò in se stessa. Rimase ferma lì, in silenzio per un momento, incapace di rispondere.

“A volte anche lui mi manca,” ammise. “Solo non abbastanza da chiamarlo e riaffrontare fuori tutto il nostro passato.”

Gli manchi, mamma.

Avery rifletté su quelle parole. Raramente pensava a Jack in un senso veramente romantico. Ma aveva detto la verità: lui le mancava sul serio. Le mancava il suo buffo senso dell’umorismo, il modo in cui il suo corpo sembrava sempre un po’ troppo freddo al mattino, e come la sua voglia di sesso fosse comicamente imprevedibile. Più di ogni altra cosa però, le mancava guardarlo essere un ottimo padre. Ma ormai era tutto finito, parte di una vita che Avery stava cercando con impegno di lasciarsi alle spalle.

E tuttavia non riusciva a evitare di chiedersi come sarebbe stato, consapevole di aver avuto l’occasione di godersi una bella vita. Una vita fatta di staccionate bianche, raccolte di fondi scolastici e pigre domeniche pomeriggio trascorse in cortile.

Ma quell’occasione era svanita per sempre. Rose non aveva potuto avere quella vita perfetta e Avery incolpava ancora se stessa.

“Mamma?”

“Scusa, Rose. È solo che non credo che io e tuo padre potremmo aggiustare le cose, capisci? Oltretutto,” aggiunse, e fece un profondo respiro, preparandosi alla reazione di Rose, ”forse tu non sei l’unica ad aver incontrato qualcuno.”

Rose si voltò verso di lei e Avery fu sollevata di vederla sorridere. La ragazza la guardò con quella specie di sorrisetto malizioso che si scambiavano le amiche quando parlavano di uomini davanti a un cocktail. Scaldò il cuore di Avery in un modo a cui non era preparata, né che riusciva a spiegarsi.

“Che cosa?” chiese Rose, fingendosi scioccata. “Tu? Dettagli, grazie.”

“Ancora non ci sono dettagli.”

“Beh, chi sarebbe?”

Avery ridacchiò, sapendo quando sarebbe sembrato sciocco. Fu quasi sul punto di non dirlo. Che diavolo, aveva a malapena detto all’uomo in questione quello che provava. Ammetterlo ad alta voce davanti a sua figlia sarebbe stato surreale.

Almeno lei e Rose stavano facendo progressi. Non aveva senso reprimerli per via del suo imbarazzo nel provare sentimenti per un uomo che non fosse il padre di Rose.

“È un uomo con cui lavoro. Ramirez.”

“Siete stati a letto insieme?”

“Rose!”

Rose scrollò le spalle. “Ehi… volevi una relazione aperta e sincera con tua figlia, no?”

“Sì, immagino di sì,” rispose lei con un sorriso. “E no… non siamo stati a letto insieme. Però credo di provare qualcosa per lui. È gentile. Divertente, sexy, e ha un certo fascino che all’inizio mi irritava ma ora… è interessante, in un certo modo.”

“Anche tu gli piaci?” chiese Rose.

“Sì. O comunque gli piacevo. Credo di aver rovinato tutto. Lui è stato paziente ma credo che non abbia più voglia aspettare.” Ciò che non disse fu che aveva preso la decisione di dire a Ramirez quello che provava per lui ma che non aveva ancora trovato il coraggio di farlo.

“Lo hai allontanato?” domandò Rose.

Avery sorrise.

“Accidenti, che intuito.”

“Te l’ho detto, è ereditario.”

Rose sorrise di nuovo, sembrando dimenticarsi per un momento delle scatole da svuotare.

“Vai e colpisci, mamma!”

“Oh, mio Dio.”

Rose scoppiò a ridere e presto Avery si unì a lei. Probabilmente era stato il momento di maggior vulnerabilità che avevano avuto da quando avevano iniziato ad aggiustare il loro rapporto. All'improvviso l'idea di allontanarsi dalla Omicidi e prendersi un po' di tempo dal lavoro sembrò una necessità piuttosto che un'idea speranzosa.

“Hai dei progetti per questo fine settimana?” chiese Avery.

“Devo svuotare gli scatoloni. Forse un appuntamento con Ma... il tizio che per ora rimarrà senza nome.”

“Che ne dici di una giornata tra ragazze con la tua mamma, domani? Pranzo, un film, una pedicure.”

Rose arricciò il naso all'idea, ma sembrò prenderla seriamente in considerazione. “Posso scegliere io il film?”

“Se devi proprio.”

“Sembra divertente,” commentò Rose con un pizzico di eccitazione. “Ci sto.”

“Fantastico,” rispose Avery. Poi sentì il bisogno di fare una domanda—una domanda strana, ma che andando avanti sarebbe stata fondamentale per il loro rapporto. La consapevolezza di ciò che stava per domandare a sua figlia era umiliante, ma in una strana maniera, liberatoria allo stesso tempo.

“Quindi a te andrebbe bene se io andassi avanti?” chiese Avery.

“Che cosa vuoi dire?” domandò Rose. “Se trovassi qualcuno che non sia papà?”

“Sì. Un altro uomo, ma anche se superassi quella parte della mia vita, la parte che ha reso le cose difficili a tutti noi. Per me significherebbe non essere più gravata dal senso di colpa per ciò che avrebbe potuto essere. E per farlo devo allontanarmi anche da tuo padre. Gli vorrò bene per sempre e lo rispetto per averti cresciuta mentre io non c'ero, ma fa parte di quella vita da cui devo prendere le distanze. Lo capisci?”

“Sì, lo capisco,” disse Rose. La sua voce era di nuovo bassa e vulnerabile. Sentirla fece desiderare ad Avery di andare da lei sul divano e abbracciarla. “E non ti serve il mio permesso, mamma,” continuò la ragazza. “Lo so che ci stai provando. Lo vedo, davvero.”

Per la terza volta in quindici minuti, Avery si sentì vicina alle lacrime. Sospirò e ricacciò giù la voglia di piangere.

“Come hai fatto a venir su così bene?” domandò.

“È genetica,” rispose Rose. “Anche se hai fatto qualche errore, sei sempre stata una tosta, mamma.”

Prima che Avery riuscisse a formulare una risposta, Rose le si avvicinò e l’abbracciò. Fu un abbraccio genuino, che non riceveva da sua figlia da molto tempo.

Quella volta, Avery lasciò che le lacrime scendessero.

Non riusciva a ricordarsi quando fosse mai stata tanto felice. Per la prima volta dopo moltissimo tempo, si sentì come se stesse veramente facendo qualcosa per sfuggire dagli errori del suo passato.

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