Fritz Leiber - Ombre del male

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Ombre del male: краткое содержание, описание и аннотация

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Questo romanzo di uno dei «padri» della fantascienza, Fritz Leiber, assume oggi una modernità sconcertante, perché ha saputo esprimere nel modo più netto i dubbi e le perplessità dell’uomo contemporaneo di fronte a delle realtà che paiono inspiegabili. La scienza «ufficiale» riesce a giustificare compiutamente tutti i fatti che vediamo accadere intorno a noi? Forse molte risposte dovrebbero essere cercate in una conoscenza più antica e dimenticata, che poneva come chiave di volta dell’universo i poteri indefiniti della mente umana. Metà della razza umana, si chiede Fritz Leiber, pratica ancora, attivamente, le arti arcane? Forse tutte le donne sono streghe? Un uomo, un uomo moderno, che è uno studioso, è costretto a convincersi di sì: la sua stessa moglie ne è la prova. E non basta. Altre tre donne, mogli di suoi colleghi, fanno uso delle conoscenze scientifiche dei mariti, dando alla magia un impulso moderno, per assicurarsi successo e vantaggi materiali. Contendono l’una con l’altra. Esperimentano la loro forza. Si distruggono a vicenda invocando antiche forze del male. E quando egli costringe la moglie ad astenersi da tali pratiche, la rende inerme di fronte alle male arti delle altre.

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Eppure vi era riuscita. Oggi Norman (fatto paradossale) era considerato come un ottimo, un solido Hempnelliano, «vanto dell’ateneo», «uno che farà grandi cose», molto amico del preside Gunnison («che poi non è così terribile, a ben conoscerlo»), sul quale si appoggiava l’insulso presidente Pollard. E a paragone del suo collega di sezione, Hervey Sawtelle, così pauroso e servile, Norman sembrava una robusta torre. Da iconoclasta era diventato idolo, senza compromettere affatto (questa era davvero la cosa stupefacente) i suoi veri ideali, e senza chinare il capo neanche una volta davanti a imposizioni reazionarie.

Nel suo presente umore meditativo e sereno, sembrò a Norman che vi fosse qualcosa di incredibile nella sua ascesa a Hempnell, qualcosa di magico e di spaventoso. Lui e Tansy erano come una coppia di pellirosse, un giovane guerriero e la sua sposa, capitati tra 1 fantasmi ancestrali, e che fossero riusciti a far credere che erano anche loro degli anziani di una tribù, debitamente seppelliti, nascondendo la loro vera natura di individui in carne e ossa. E tutto ciò, in mezzo a mille tranelli, era accaduto solo perché Tansy possedeva quel sortilegio protettivo destinato a trionfare in ogni situazione. Naturalmente la spiegazione era semplicemente che entrambi erano persone mature e consapevoli. Ogni essere umano doveva superare quel vecchio scoglio, cioè imparare a controllare l’impulso infantile, se non voleva rovinarsi l’esistenza. Eppure…

Il sole si fece più brillante, più caldo e più dorato. Pareva che un elettricista cosmico avesse dato un altro giro all’interruttore. Nello stesso momento una delle due studentesse dalla camicetta svolazzante girò l’angolo della strada e scoppiò in una lunga, giovanile risata. Norman voltò le spalle alla finestra. Proprio allora Totem, la gattina, si alzò dalla trapunta di seta rosa dov’era rimasta a sonnecchiare in mezzo a una chiazza di sole, e si abbandonò a uno sbadiglio stiracchiandosi in maniera tale che pareva doversi slogare ogni articolazione. Grato dell’esempio, Norman fece altrettanto, ma con più prudenza. Ah, certo, era un giorno meraviglioso, uno di quelli in cui la realtà è solo un susseguirsi di immagini così brillanti e nitide da far temere che all’improvviso quella sottile pellicola si strappi e riveli l’illimitata, ignota oscurità da essa ricoperta. È il momento in cui tutto sembra così giusto e amichevole, che ti prende la paura di quel lampo intuitivo che in un baleno scopre il cumulo di orrori, di odio, di brutalità e di ignoranza sul quale riposa la vita stessa.

Mentre Norman finiva il suo sbadiglio, sentì che quell’istante di estasi era arrivato agli sgoccioli.

Nello stesso momento gli cadde l’occhio sulla porta dello spogliatoio di Tansy.

Sentiva di dover fare ancora qualcosa, prima di rimettersi al lavoro, o di prendersi qualche svago. Sentiva la necessità di un gesto insolito, inutile, ozioso e, perché no, infantile, magari un po’ riprovevole, cui avrebbe ripensato poi con divertita vergogna.

Se ci fosse Tansy, naturalmente… Ma poiché era fuori, il suo spogliatoio avrebbe fatto le veci della sua deliziosa persona.

La porta socchiusa lo tentava. Intravedeva all’interno l’orlo di una sedia leggera, sulla quale era gettata una sottoveste che pendeva fino a terra, coprendo per metà una pantofolina ornata di piume. Accanto alla sedia, il ripiano del tavolo coperto di vasetti era piacevolmente oscuro perché lo spogliatoio, che non aveva finestre, era poco più di un grande armadio a muro.

Norman non aveva mai ficcato il naso nelle cose di Tansy, né aveva mai pensato di farlo. Nemmeno lei, per quanto ne sapesse, aveva mai avuto voglia di curiosare nelle cose del marito. Era un atteggiamento che sin dai primi giorni del loro matrimonio gli era sembrato logico, scontato e fondamentale nei rapporti fra marito e moglie.

La curiosità peccaminosa che egli provava ora non si poteva certo definire morbosa. Era simile a un gesto illecito d’amore, e in ogni caso una infrazione molto leggera.

Dopotutto nessun essere umano aveva il diritto di considerarsi perfetto e neppure così adulto da dover frenare qualche impulso briccone.

Inoltre, da quando si era allontanato dalla finestra non aveva fatto altro che porsi delle domande a proposito di sua moglie, dell’enigma che lei rappresentava, della sua strana abilità a sopportare e a vincere la soffocante atmosfera di un ambiente aggressivo come quello di Hempnell. Non era certo un problema importante e comunque non era di quelli che si possono risolvere con un rapido sopralluogo in uno spogliatoio. Eppure…

Esitò.

Totem aveva ripiegato le zampette bianche sotto la pettorina nera e lo stava osservando.

Entrò nello spogliatoio di Tansy.

Totem con un balzo saltò dal letto e lo seguì. Egli accese la lampada dal paralume rosa, ispezionò la fila dei vestiti appesi, gli scaffali delle scarpe. Vi era un leggero disordine; ma molto sano, adorabile. Un tenue profumo gli ricordava cose piacevoli.

Osservò le fotografie appese al muro intorno allo specchio. Una di queste rappresentava loro due vestiti da indiani. Era stata scattata l’estate in cui erano andati a studiare le tribù Yumas, tre anni prima. Apparivano entrambi solenni, come degli autentici indiani. Nell’altra fotografia, un po’ sbiadita, apparivano in costume da bagno foggia 1928, in piedi, sorridenti, su un piccolo molo inondato dal sole. Quell’istantanea era stata scattata a Bayport un anno prima che si sposassero. Una terza fotografia rappresentava un tumultuoso battesimo negro nel fiume. Era l’anno in cui Norman aveva ottenuto la borsa di studio Hazelton ed era andato a raccogliere il materiale destinato al suo saggio sul Comportamento del nero degli Stati del Sud e a quello successivo sull’ Elemento femminile nella superstizione. Tansy gli era stata estremamente utile in quel periodo, aiutandolo a porre le basi della sua futura fama. Lei lo aveva accompagnato, aveva scrìtto sotto dettatura i racconti coloriti dei vecchi neri dagli occhi lucidi, che descrivevano i giorni della schiavitù con conoscenza di causa, essendo stati loro stessi schiavi, da giovani. Ricordò com’era Tansy all’epoca: esile, un po’ maschietta, tanto emotiva e forse un po’ goffa. Quella stessa estate avevano lasciato l’università di Gorham per venire a Hempnell. Quanta disinvoltura aveva acquistato Tansy, da quel lontano giorno!

La quarta fotografia rappresentava uno stregone nero, dal viso grinzoso, dalla fronte alta e fiera sotto la tesa di un logoro cappello. Si teneva eretto, le spalle indietro, lo sguardo sfolgorante, come se disprezzasse la cultura occidentale all’acqua di rose, e la respingesse perché lui possedeva ben altre cognizioni, molto più profonde. Non sarebbe stato più impressionante nemmeno con le guance tatuate e le penne di struzzo sul capo. Norman ricordava bene quell’individuo, uno dei suoi informatori più preziosi ma più difficili. Ce n’erano voluti degli incontri, prima di ottenere informazioni interessanti…

Guardò il tavolo con la specchiera e l’infinito numero di cosmetici. Tansy era stata la prima fra le mogli dei professori a usare rossetto e smalto per le unghie. Aveva suscitato critiche velate e chiacchiere a non finire sull’«esempio che diamo agli studenti.» Ma aveva tenuto duro e un bel giorno, anche Hulda Gunnison era comparsa al ballo mascherato dell’università con qualcosa che, a guardar bene, era indubbiamente una traccia violacea e inconfondibile di rossetto, leggera e storta sulle labbra. Da quel giorno in poi, tutto era andato liscio.

Fra due vasetti di crema c’era una piccola fotografia di Norman e davanti a questa un mucchietto di monetine: soldi e centesimi.

Rimproverò se stesso: non era questa l’indebita, peccaminosa curiosità che aveva inteso. Aprì un cassetto a caso, osservò un attimo le calze che lo riempivano, tutte accuratamente arrotolate, poi impugnò la maniglia d’avorio dell’altro cassetto.

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