Robert Jordan - L'Occhio del Mondo
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Tornati nel corridoio, trovarono sul primo gradino un vassoio con dolcetti al miele che mandavano un profumo dolce e intenso. C’erano anche due boccali e un bricco di sidro aromatizzato e fumante. Anche se proprio lui aveva ammonito di terminare prima il lavoro, Rand si ritrovò a fare gli ultimi due viaggi fra carretto e cantina cercando di destreggiarsi reggendo un fusto e un dolcetto bollente.
Sistemato nella rastrelliera l’ultimo fusto, si pulì dalle labbra le briciole, mentre Mat posava il proprio carico, e disse: «E ora il menestre...»
Sulle scale risuonarono dei passi e Ewing Finngar quasi ruzzolò giù per la fretta; il viso grassoccio gli brillava per l’ansia di raccontare la novità. «Ci sono forestieri nel villaggio» esclamò. Riprese fiato e lanciò a Mat un’occhiata di storto. «Non ho visto segugi spettrali, ma ho sentito dire che qualcuno ha infarinato i cani di mastro Luhhan. E comare Luhhan crede di sapere chi è il colpevole. La differenza d’età fra i due e Ewin, solo quattordicenne, di solito era più che sufficiente perché Mat e Rand lo liquidassero in fretta. Ma stavolta questi ultimi si scambiarono un’occhiata di sorpresa e parlarono tutt’e due nello stesso tempo.»
«Nel villaggio?» disse Rand. «Non nei boschi?»
E Mat: «Ha il mantello nero? L’hai visto in faccia?»
Ewin, incerto, guardò dall’uno all’altro, ma quando Mat avanzò minacciosamente d’un passo, rispose in fretta: «Certo che l’ho visto in faccia. E il mantello è verde. O forse grigio. Cambia colore. Sembra adeguarsi a dove si trova. A volte non lo vedi, anche se ce l’hai davanti al naso, se lui non si muove. E quello di lei è azzurro, come il cielo, e dieci volte più elegante di qualsiasi abito della festa che abbia mai visto. E lei è dieci volte più graziosa di chiunque altra. Una dama di nobili natali, come nelle storie. Di sicuro.»
«Lei?» disse Rand. «Ma di chi parli?» Guardò Mat, che si era messo le mani sulla testa e aveva chiuso gli occhi.
«I due di cui volevo parlarvi» borbottò Mat «prima che tu tirassi in ballo...» S’interruppe e aprì gli occhi per dare a Ewin un’occhiata penetrante. «Sono arrivati ieri sera» continuò dopo un attimo «e hanno preso alloggio qui alla locanda. Li ho visti arrivare a cavallo. Che cavalli, Rand! Non ne ho mai visti di così alti e lustri. Sembrano capaci di correre per sempre. Credo che lui lavori per lei.»
«Al suo servizio» intervenne Ewin. «Lo chiamano essere al servizio, nelle storie.»
Mat continuò come se Ewin non avesse parlato. «Comunque, le ubbidisce. Ma non sembra un dipendente. Un soldato, forse. Porta la spada come fosse una parte di lui, la mano o il piede. Fa sembrare cani randagi le guardie dei mercanti. E lei, Rand. Nemmeno in sogno ho mai visto una come lei. Sembra uscita dalle storie dei menestrelli. Sembra... sembra...» S’interruppe per rivolgere a Ewin un’occhiata acida. «Sembra una dama di nobili natali» concluse con un sospiro.
«Ma chi sono?» domandò Rand. Tranne i mercanti (una volta all’anno per comprare lana e tabacco) e i venditori ambulanti, nella terra dei Fiumi Gemelli non venivano mai, o quasi mai, forestieri. Forse a Taren Ferry, ma non così a meridione. E poi i mercanti erano quasi sempre gli stessi, quindi non erano veri e propri forestieri. Erano trascorsi cinque anni, da quando a Emond’s Field si era visto un forestiero, un tale che cercava di nascondersi per qualche guaio combinato a Baerlon di cui al villaggio nessuno aveva capito molto. Non si era fermato a lungo. «Cosa vogliono?» disse ancora.
«Cosa vogliono?» esclamò Mat. «Me ne frego, di cosa vogliono. Forestieri, Rand, e forestieri come non ti sogni nemmeno. Pensaci!»
Rand aprì la bocca, la richiuse senza dire niente. Il cavaliere dal mantello nero l’aveva reso nervoso come un gatto in mezzo ai cani.
Sembrava solo un’eccessiva coincidenza, tre forestieri nel villaggio nello stesso momento. Tre, se il mantello cangiante di quel tipo non diventava mai nero.
«Si chiama Moiraine» disse Ewin, in quell’attimo di silenzio. «Lui l’ha chiamata così. Lady Moiraine. Lui si chiama Lan. Forse alla Sapiente lei non è simpatica, ma a me sì.»
«Cosa ti fa pensare che a Nynaeve sia antipatica?» domandò Rand.
«Stamattina le ha chiesto la strada e l’ha chiamata “bambina".» Rand e Mat mandarono un fischio e Ewin s’ingarbugliò nella fretta di spiegare: «Lady Moiraine non sapeva che lei era la Sapiente. Si è scusata, quando l’ha scoperto. Davvero. E le ha fatto domande su certe erbe e sulla gente di Emond’s Field, mostrandosi rispettosa come le donne del villaggio... anche più di certune. Lei fa sempre domande: l’età della gente, da quanto tempo stanno qui... oh, non so che altro. Comunque, Nynaeve ha risposto come se avesse addentato un limone acerbo. Poi, quando Lady Moiraine si è allontanata, Nynaeve è rimasta a fissarla come, come... insomma, non era amichevole. Ve lo dico io.»
«Tutto qui?» disse Rand. «Conosci il carattere di Nynaeve. Quando l’anno scorso Cenn l’ha chiamata bambina, gli ha dato un colpo di bastone in testa, anche se lui fa parte del Consiglio e potrebbe essere suo nonno. Si arrabbia per qualsiasi cosa; ma, il tempo di girarsi, e le passa.»
«Per me è anche troppo» borbottò Ewin.
«Non m’interessano le bastonate di Nynaeve» ridacchiò Mat «finché non sono io a prenderle. Sarà un Bel Tine memorabile. Un menestrello, una lady... cosa vogliamo di più? Che importano i fuochi d’artificio?»
«Un menestrello?» disse Ewin, con voce più acuta.
«Vieni, Rand» continuò Mat, senza badare al ragazzino. «Qui abbiamo terminato. Devi vedere questo tipo.»
Salì a balzi gli scalini, con Ewin che gli arrancava alle calcagna e gridava: «C’è davvero un menestrello, Mat? Non è come i segugi spettrali, vero? O come le rane?»
Rand si soffermò il tempo necessario a spegnere il lume, poi si affrettò a raggiungerli.
Nella sala comune, Rowan Hurn e Samel Crawe si erano uniti agli altri, perciò l’intero Consiglio del Villaggio era presente. Al momento parlava Bran al’Vere, in tono così basso che solo un borbottio filtrava al di là del cerchio di sedie. Il sindaco sottolineava le parole battendo l’indice sul palmo dell’altra mano e guardando tutti, negli occhi, uno dopo l’altro. I presenti annuirono, d’accordo con quel che diceva, anche se Cenn si mostrò un po’ più riluttante degli altri.
Il modo come si tenevano vicini era più chiaro d’un cartello. Di qualsiasi cosa parlassero, il discorso riguardava solo il Consiglio, almeno per il momento. Non avrebbero approvato che Rand tentasse di ascoltarli. Con riluttanza, il giovane si allontanò. C’era sempre il menestrello. E i due forestieri.
Fuori, Bela e il carretto erano scomparsi, portati via da Hu o da Tad, gli stallieri della locanda. A qualche passo dalla porta principale, Mat e Ewin si guardavano di storto.
«Per l’ultima volta» ringhiò Mat «non è uno scherzo. C’è davvero un menestrello. Ora vattene. Rand, spiega a questa testa di legno che dico la verità, così mi lascia in pace.»
Rand si strinse nel mantello e avanzò per confermare le parole di Mat, ma la voce gli mancò e gli si rizzarono i capelli. Aveva di nuovo l’impressione d’essere osservato. Non era la stessa esperienza avuta col cavaliere nero, ma risultava ugualmente spiacevole, soprattutto a così breve distanza dalla prima.
Una rapida occhiata al Parco gli mostrò quel che aveva già visto: bambini che giocavano, gente che preparava la Festa, nessuno che guardasse dalla sua parte. L’Albero di Primavera aspettava il suo momento, senza nessuno intorno. Frastuono e strilli di bambini riempivano le vie laterali. Non c’era niente d’insolito. A parte il fatto che lui si sentiva osservato.
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