Robert Jordan - L'Occhio del Mondo
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La locanda Fonte di Vino si trovava all’estremità orientale del Parco, quasi a fianco del Ponte Carraio. Il pianterreno era di ciottoli del fiume, ma le fondamenta erano di pietra più antica, che alcuni dicevano provenisse dalle montagne. Il primo piano, intonacato — dove, sul retro, alloggiava con moglie e figlie Brandelwyn al’Vere, padrone della locanda e sindaco di Esmond’s Field per gli ultimi vent’anni — sporgeva tutt’intorno al piano inferiore. Il tetto a tegole rosse, l’unico del villaggio, brillava alla debole luce del sole; da tre della decina d’alti comignoli usciva fumo.
Sul lato meridionale della locanda, lontano dal corso d’acqua, c’erano i resti di fondamenta di pietra più estese, che un tempo facevano parte dell’edificio, o così si diceva. Ora, al centro delle rovine, cresceva una quercia enorme: la circonferenza del tronco misurava trenta passi e i rami erano grossi quanto una persona. In estate, Bran al’Vere disponeva tavoli e panche all’ombra della quercia e la gente si godeva un boccale e la brezza fresca mentre chiacchierava o faceva una partita al gioco dei sassolini.
«Siamo arrivati, ragazzo.» Tam allungò la mano verso la briglia di Bela, che si fermò da sola davanti alla locanda. «Conosce la strada meglio di me» ridacchiò Tam.
Mentre svaniva l’ultimo cigolio dell’assale, dalla locanda uscì Bran al’Vere, col suo passo leggero, quasi incongruo in un uomo della sua mole: come circonferenza, era almeno il doppio di ogni altro del villaggio. Un sorriso gli divideva in due il viso rotondo, sotto la frangia di capelli grigi e radi. Nonostante il freddo, il locandiere era in maniche di camicia e portava un grembiule bianco immacolato. Sul petto gli pendeva un medaglione d’argento a forma di bilancia a piatti.
Il medaglione, oltre alla vera e propria serie di piatti per pesare le monete dei mercanti che venivano da Baerlon a comprare lana o tabacco, era il simbolo della carica di sindaco. Bran lo portava solo quando trattava con i mercanti, o in occasione delle feste, dei banchetti e degli sposalizi. Stavolta l’aveva messo con un giorno d’anticipo, ma quella era la Notte d’Inverno, che precede Bel Tine, e tutti si sarebbero scambiati visite e piccoli doni, avrebbero mangiato un boccone e bevuto un goccio. “Dopo l’inverno” pensò Rand “la Notte è scusa sufficiente per non aspettare fino a domani."
«Tam» gridò il sindaco, affrettandosi verso di loro «la Luce m’illumini, che piacere vederti finalmente. Anche te, Rand. Come stai, ragazzo?»
«Bene, grazie, mastro al’Vere» rispose Rand. Ma l’attenzione di Bran era già rivolta di nuovo a Tam.
«Cominciavo a pensare che quest’anno non avresti portato l’acquavite. Di solito non arrivi così tardi.»
«Non lascio volentieri la fattoria, di questi tempi, Bran» rispose Tam. «Con i lupi così audaci e con questo tempaccio.»
Bran si schiarì la gola. «Mi piacerebbe che qualcuno parlasse d’altro, oltre che del tempo. Tutti se ne lamentano, sembrano quasi aspettarsi che provveda io a farlo cambiare. Ho appena perso venti minuti per spiegare a comare al’Donel che non posso fare niente per le cicogne. Chissà cosa s’aspettava da me...» Scosse la testa.
«Brutto presagio» annunciò una voce gracchiante «se per Bel Tine le cicogne non fanno il nido sui tetti.» Cenn Buie, scuro e nodoso come una vecchia radice, si avvicinò a Tam e a Bran e si appoggiò al bastone, lungo quasi quanto lui e altrettanto nodoso. Mosse dall’uno all’altro gli occhi piccoli e lucenti «E non abbiamo ancora visto il peggio, segnatevi queste parole.»
«Sei forse diventato indovino e interpreti i presagi?» replicò, secco, Tam. «O ascolti il vento, come una Sapiente? Certo di vento ce n’è fin troppo. E qualche folata nasce non lontano da qui.»
«Prendimi pure in giro» brontolò Cenn. «Ma se non si sbriga a fare caldo, più d’una cantina sarà vuota, prima che ci sia un raccolto. Il prossimo inverno potrebbe non esserci anima viva, nei Fiumi Gemelli, a parte lupi e corvi. Se ci sarà un prossimo inverno: forse sarà sempre questo.»
«Cosa vorresti dire?» replicò, brusco, Bran.
Cenn rivolse ai due un’occhiata acida. «Non apprezzo molto Nynaeve al’Meara, lo sapete. Intanto, è troppo giovane per... Non importa. La Cerchia delle Donne, a quanto pare, non vuole nemmeno che il Consiglio del Villaggio parli dei loro affari, ma interferisce nei nostri ogni volta che ne ha voglia, ossia ogni momento, almeno così sembra a...»
«Cenn» lo interruppe Tam «c’è uno scopo, in questo discorso?»
«Certo, al’Thor. Domanda alla Sapiente quando finirà l’inverno e vedrai che se ne andrà senza risponderti. Forse non vuole riferirci quel che ascolta nel vento. Forse sa che l’inverno continuerà finché la Ruota gira e l’Epoca finisce.»
«E forse le pecore si metteranno a volare» replicò Tam. Bran alzò le mani al cielo.
«La Luce mi salvi dagli sciocchi. Tu fai parte del Consiglio, Cenn, ma vai in giro a spargere queste chiacchiere dei Coplin. Bene, ascolta me, ora. Abbiamo già abbastanza guai senza...»
Uno strattone alla manica e una voce bassa, in modo che solo lui udisse, distrassero Rand dal discorso degli anziani. «Vieni via, Rand, mentre discutono. Prima che ti mettano al lavoro.»
Rand abbassò lo sguardo e fu costretto a sorridere. Mat Cauthon era accovacciato accanto al carretto, dove Tam, Bran e Cenn non potevano vederlo.
Negli occhi castani aveva come al solito uno scintillio malizioso. «Dav e io abbiamo catturato un vecchio tasso, tutt’altro che contento d’essere fuori della tana. Lo lasceremo libero nel Parco e guarderemo le ragazze darsela a gambe.»
Rand sorrise; un paio d’anni prima, l’idea sarebbe stata divertente, ma sembrava che Mat non crescesse mai. Lanciò un’occhiata al padre — i tre continuavano a discutere parlando tutti insieme — e abbassò la voce. «Ho promesso di scaricare il sidro. Ma dopo ci vediamo.»
Mat roteò gli occhi al cielo. «Portare barili! La Luce mi fulmini, preferirei giocare a sassolini con mia sorella appena nata. Be’, c’è qualcosa di meglio del tasso: forestieri. L’altra sera...»
Per un attimo Rand smise di respirare. «Un uomo in groppa a un cavallo nero?» domandò, attento. «Con un mantello nero, che non si muove al vento?»
Mat perdette il sorriso e abbassò la voce in un mormorio ancora più rauco. «L’hai visto anche tu? Credevo d’essere stato il solo. Non ridere, Rand, ma ho avuto paura.»
«Non rido. Ho avuto paura anch’io. Giurerei che mi odiava, che voleva uccidermi.» Rabbrividì. Fino a quel giorno non aveva mai pensato che qualcuno potesse provare davvero voglia di ucciderlo. Cose del genere non accadevano, nei Fiumi Gemelli. Baruffe a suon di pugni, forse, o scontri di lotta, ma non uccisioni.
«Non so se mi odiava, Rand, però mi ha spaventato per bene. Si è limitato a starsene in groppa e fissarmi, appena fuori del villaggio; ma non ho mai avuto tanta paura in vita mia. Be’, ho girato lo sguardo, solo per un momento... non era facile, bada; quando ho guardato di nuovo, lui era sparito. Sangue e ceneri! Sono passati tre giorni, ma ancora ci penso e continuo a guardarmi alle spalle.» Tentò una risata che risultò un gracidio. «La paura fa brutti scherzi, mette in testa idee balzane. Ho pensato davvero... solo per un istante, bada bene... che fosse il Tenebroso.» Tentò un’altra risata, ma stavolta non emise suono.
Rand inspirò a fondo. Più per ricordarlo a se stesso che per altre ragioni, recitò a memoria: «Il Tenebroso e tutti i Reietti sono imprigionati a Shayol Ghul, al di là della Grande Macchia, imprigionati dal Creatore nel momento della Creazione, fino alla fine del tempo. La mano del Creatore protegge il mondo e la Luce risplende su noi tutti.» Riprese fiato. «E poi, se fosse libero, per quale motivo il Pastore della Notte se ne starebbe nella terra dei Fiumi Gemelli a osservare ragazzi di campagna?»
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