— Evidentemente. — Gesalla lanciò uno sguardo all’altra donna con aperto disgusto. — Ebbene?
— Ebbene cosa?
— Non mi presenti alla tua… amica?
Toller imprecò dentro di sé quando si accorse che non aveva la più piccola speranza di salvare la situazione. Anche giustificandosi con il fatto che stava andando alla deriva in un mare di vino quando aveva incontrato la sua occasionale compagna, come aveva potuto trascurare una così basilare formalità come chiederle il suo nome? Gesalla era l’ultima persona al mondo alla quale avrebbe potuto spiegare il suo stato d’animo della sera prima, e stando così le cose sarebbe stato inutile cercare di placarla. “Mi dispiace per questo, caro fratello” pensò.
“Non volevo che andasse così”.
— Questa gelida donna è mia cognata, Gesalla Maraquine — disse mettendo un braccio attorno alle spalle della sua compagna e baciandola sulla fronte. — Vorrebbe sapere il tuo nome e, considerata la nostra recente attività notturna, lo vorrei sapere anch’io.
— Fera — rispose la donna, dando un’ultima sistemata ai suoi indumenti. — Fera Rivoo.
— Non è carino? — Toller sorrise apertamente a Gesalla. — Ora possiamo essere tutti amici.
Per favore, fai in modo che esca da una delle uscite laterali — disse Gesalla. Si volse e se ne andò a grandi passi, la testa eretta, i piedi accuratamente paralleli l’uno all’altro.
Toller scosse la testa. — Cosa le avrà preso?
— Alcune donne si irritano facilmente. — Fera si irrigidì e spinse Toller lontano da lei. — Mostrami la strada per uscire.
— Pensavo che volessi la colazione.
— Pensavo che tu volessi farmi andare a casa.
— Devi avermi frainteso — riprese Toller. — Mi piacerebbe se restassi, per tutto il tempo che tu vuoi. Hai un lavoro di cui preoccuparti?
— Oh, ho una posizione molto importante al mercato di Samlue: pulire il pesce. — Fera gli fece vedere le mani, che erano arrossate e segnate da numerosi piccoli tagli. — Come credi che mi sia fatta questi?
— Lascia perdere il lavoro — le suggerì Toller prendendole le mani tra le sue. — Torna a letto e aspettami lì. Ti farò mandare del cibo. Puoi riposare e mangiare e bere tutto il giorno, e stanotte viaggeremo sulle barche del piacere.
Fera sorrise riempiendo il vuoto triangolare dei suoi denti con la punta della lingua. — Tua cognata…
— È solo mia cognata. Io sono nato e cresciuto in questa casa, e ho il diritto di avere degli ospiti. Resterai, vero?
— Ci sarà maiale speziato?
— Ti assicuro che un intero allevamento di suini viene speziato tutti i giorni in questa casa — disse Toller, riaccompagnandola dentro la stanza. — Adesso tu stai qui finché non torno, poi riprenderemo da dove abbiamo lasciato.
— Va bene. — Fera si sdraiò sul letto, si sistemò comodamente sui cuscini e distese le gambe.— Solo una cosa prima che te ne vada.
— Sì?
Gli rivolse uno dei suoi bianchissimi sorrisi. — Forse sarebbe meglio che mi dicessi il tuo nome.
Toller stava ancora ridacchiando quando raggiunse le scale alla fine del corridoio e scese verso la parte centrale della casa, dalla quale proveniva il suono di molte voci. Aveva trovato stimolante la compagnia di Fera, ma la sua presenza lì poteva essere un affronto davvero troppo grande perché Gesalla lo tollerasse a lungo. Due o tre giorni sarebbero stati sufficienti per chiarirle che lei non aveva il diritto di insultare lui o i suoi ospiti, e che ogni sforzo avesse fatto per dominarlo, come faceva con suo fratello, sarebbe stato destinato a fallire.
Quando Toller raggiunse l’ultimo gradino della scalinata trovò una dozzina di persone riunite nell’ingresso. Alcuni erano assistenti di calcolo; altri erano domestici e servi che sembravano èssersi riuniti per salutare il loro padrone che partiva per il suo appuntamento al Gran Palazzo. Lain Maraquine indossava l’abbigliamento tradizionale dei filosofi anziani, una tunica grigio tortora lunga sino ai piedi con triangoli neri all’orlo e ai polsi. La stoffa di seta metteva in risalto la fragilità della sua corporatura, ma il suo portamento era eretto e nobile. Il viso, sotto i pesanti ciuffi di capelli neri, era molto pallido. Toller sentì un’ondata di affetto e preoccupazione mentre suo fratello attraversava la sala; la riunione del consiglio era evidentemente un’occasione importante per lui, e i segni della sua tensione erano evidenti.
— Sei in ritardo — disse Lain, gettandogli un’occhiata critica. — E dovresti indossare la tunica grigia.
— Non ho avuto il tempo di prepararla. Ho avuto una notte turbolenta.
— Gesalla mi ha appena detto che tipo di notte hai avuto. L’espressione di Lain mostrava un miscuglio di divertimento e di irritazione. — È vero che non sapevi nemmeno il nome della donna?
Toller fece spallucce per mascherare il suo imbarazzo.
Cosa importano i nomi?
— Se non lo sai, non ha molto senso che io cerchi di illuminarti.
— Non ho bisogno che tu… — Toller trasse un profondo respiro, deciso per una volta a non aumentare i problemi di suo fratello perdendo la pazienza. — Dov’è il materiale che devo portare?
La residenza ufficiale di Re Prad Neldeever era più notevole per le sue dimensioni che non per il valore architettonico. Generazioni successive di sovrani avevano aggiunto ali, torri e cupole secondo il loro capriccio individuale, quasi sempre nello stile della loro epoca, con il risultato che la costruzione somigliava vagamente a un banco di coralli, o a una di quelle strutture erette da determinate specie di insetti. Un vecchio architetto di giardini aveva tentato di imporre un qualche ordine piantando boschetti di paròle sincroni e di alberi ad alto fusto, ma nel corso dei secoli vi si erano aggiunte altre varietà di piante. Il palazzo, già di per sé un variegato guazzabuglio di motivi architettonici diversi, finì per essere schermato da una vegetazione ugualmente irregolare anche nel colore, e da una certa distanza risultava difficile distinguere l’edificio dal giardino.
Toller Maraquine, comunque, non era preoccupato da problemi estetici mentre scendeva da Greenmount in coda al modesto seguito di suo fratello. Prima dell’alba era piovuto e l’aria del mattino era pulita e frizzante, impregnata di una piacevole sensazione di nuove promesse. In alto, l’enorme disco di Sopramondo brillava di puro splendore e molte stelle ornavano l’azzurro del cielo circostante. La città era un insieme incredibilmente complesso di chiazze multicolori che si allargavano in giù verso il nastro blu ardesia del Borann, dove le vele luccicavano come fiocchi di neve.
Il piacere di trovarsi di nuovo a Ro-Atabri, di essere sfuggito alla desolazione di Haffanger, aveva cancellato in Toller l’insoddisfazione per la sua vita di insignificante membro dell’ordine filosofico. Dopo lo sfortunato inizio della giornata, la curva del suo umore era in fase ascendente. La sua mente pullulava di progetti ancora informi per migliorare la sua abilità nella lettura, per scovare qualche aspetto interessante del lavoro dell’ordine a cui dedicarsi con tutte le energie, per far sì che Lain fosse fiero di lui. Riflettendoci, si rendeva conto che Gesalla aveva avuto ogni diritto di essere furiosa per il suo comportamento. Sarebbe stata niente più che normale cortesia far uscire Fera dal suo appartamento, quella mattina.
Il robusto blucorno che gli era stato assegnato dal capo stalla era una bestia tranquilla che sembrava conoscere da sola il tragitto per il palazzo. Lasciandolo fare di testa sua mentre arrancava a fatica per le vie sempre più affollate, Toller cercò di farsi un’immagine più definita del suo immediato futuro, qualcosa che potesse impressionare Lain. Aveva sentito di un gruppo di ricerca che stava cercando di mettere a punto una lega di ceramica e vetro abbastanza resistente da sostituire il brakka per la produzione di spade e armature. Era molto scettico sulle possibilità di successo, ma era comunque una cosa molto più vicina al suo gusto che non faccende come la misurazione della pioggia, e a Lain avrebbe fatto piacere che lui appoggiasse il movimento di conservazione. Il passo successivo sarebbe stato cercare di entrare nelle grazie di Gesalla…
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