Robert Silverberg - Il paradosso del passato

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— Ormai non importa più. L’abbiamo riportato indietro. Ricominciamo da zero.

— E adesso c’è uno di noi di troppo — osservò Jud B. — Facciamo a turno come abbiamo detto?

— Sicuro. Uno di noi resta con questi buffoni, li porta giù al 1453 secondo il programma, e poi di nuovo nel ventunesimo secolo. L’altro va alla villa di Metaxas.

Lanciamo una moneta?

— Perché no? — Jud B tirò fuori dalla borsa un bisante di Alessio I e lasciò che lo verificassi. Non era truccato: da una parte la figura di Alessio in piedi, dall’altra un’immagine di Cristo in trono. Stabilimmo che Alessio era testa e Gesù Croce. Poi lanciai in alto la moneta, l’afferrai con uno scatto della mano, e la sbattei sul dorso dell’altra mano. Dalla lieve concavità dell’orlo contro la mia pelle compresi che era uscita testa.

— Croce — disse l’altro Jud.

— Ti è andata male, amigo. — Gli mostrai la moneta. Se la riprese con una smorfia.

Disse, cupo: — Mi restano tre o quattro giorni con questa comitiva, giusto? Poi due settimane di licenza, che non posso trascorrere nel 1105. Questo significa che puoi aspettarti il mio arrivo a casa di Metaxas fra diciassette-diciotto giorni assoluti.

— Qualcosa del genere — ammisi.

— E nel frattempo te la farai come un pazzo con Pulcheria.

— Naturalmente.

— Fanne una anche per me — disse, ed entrò nella stanza.

Scesi le scale, mi appoggiai a una colonna, e passai mezz’ora a ricontrollare tutti i miei andirivieni di quella notte frenetica, per assicurarmi che sarei finito nel 1105 in un punto non discontinuo. Ci mancava solo che sbagliassi i calcoli e comparissi là prima dell’intera faccenda di Sauerabend, trovando un Metaxas per il quale tutta la storia sarebbe stata… be’, greco.

Feci i calcoli.

Mi smistai.

Tornai di nuovo alla bellissima villa.

Era andato tutto perfettamente. Metaxas mi abbracciò, felice. Il flusso del tempo è di nuovo intatto — disse. — Sono tornato dal 1100 solo un paio d’ore fa, ma mi è bastato per controllare tutto. La moglie di Leone Dücas si chiama Pulcheria. Un certo Angelo è il proprietario della taverna che era di Sauerabend. Nessuno, qui, ricorda niente di niente. Sei salvo.

— Non so dirti quanto ti sono…

— Lascia perdere.

— Va bene. Dov’è Sam?

— Giù per la linea. Doveva tornare al lavoro. E io sto per fare lo stesso — aggiunse Metaxas. — La mia licenza è finita, e c’è una comitiva che mi aspetta a metà dicembre del 2059. Quindi rimarrò assente circa due settimane, e tornerò qui il… — Rifletté un momento. — Il 12 ottobre 1105. E tu?

— Resterò fino al 22 ottobre — risposi. — Poi il mio alter ego finirà la sua licenza e mi sostituirà qui, mentre io andrò giù per la linea a guidare il prossimo giro.

— E come farete? A turno?

— È l’unico sistema.

— Probabilmente hai ragione — disse Metaxas. Ma non era così.

LXII

Metaxas se ne andò, e io feci un bagno. E poi (veramente rilassato per la prima volta da parecchie ere geologiche, mi pareva) pensai al mio futuro immediato.

Prima un sonnellino. Poi una corsa in città per far visita a Pulcheria, reinsediata al posto che le spettava nella famiglia Dücas e ignara della strana metamorfosi che aveva temporaneamente alterato il suo destino.

Avremmo fatto l’amore, e io sarei ritornato alla villa, e la mattina dopo sarei ritornato in città, e poi…

E poi smisi di sfornare altri progetti, perché Sam apparve all’improvviso e rovinò tutto.

Indossava un mantello bizantino, ma era un travestimento frettoloso perché vidi che sotto portava i suoi abiti normali del 2059. Era sconvolto, stralunato.

— Cosa diavolo ci fai, qui? — domandai.

— Un favore a te.

— Eh?

— Ho detto che sono qui per farti un favore. E non resterò a lungo, perché non voglio che la Pattuglia temporale se la prenda anche con me.

— La Pattuglia se l’è presa con me?

— Puoi scommetterci il tuo bianco deretano! — gridò lui. — Rastrella la tua roba e vattene in fretta! Devi nasconderti da qualche parte, magari tre o quattromila anni indietro. Sbrigati!

Cominciò a raccattare la mia roba sparsa per la stanza. Io l’afferrai per un braccio e dissi: — Vuoi spiegarmi cosa succede? Siediti e finiscila di comportarti come un demente. Arrivi qui a un milione di chilometri all’ora e…

— E va bene — disse Sam. — E va bene. Te lo dirò chiaro: e se arrestano anche me, pazienza. Sono contaminato dal peccato. Merito che mi arrestino. E…

— Sam…

— E va bene — ripeté. Chiuse un attimo gli occhi. — La mia base in tempo attuale — disse con voce cavernosa, — è il 25 dicembre 2059. Buon Natale. Diversi giorni fa, sul mio cronolivello, il tuo alter ego ha portato la tua comitiva di ritorno da Bisanzio. Compreso Sauerabend. Sai cos’è successo all’altro te stesso nell’istante in cui è arrivato nel 2059?

— La Pattuglia temporale l’ha arrestato?

— Peggio.

— Cosa può esserci in peggio?

— È svanito, Jud. È diventato una non-persona. Ha cessato di essere mai esistito.

Provai l’impulso di ridere. — Quel bastardo presuntuoso! Gliel’avevo detto che quello reale ero io e che lui era solo una specie di fantasma, ma non ha voluto ascoltarmi. Bene, non posso dire che mi dispiaccia.

— No, Jud — fece tristemente Sam. — Era assolutamente reale quanto te, quando era qui su per la linea. E adesso tu sei assolutamente irreale quanto lui.

— Non capisco.

— Sei una non-persona, Jud, proprio come lui. Hai cessato retroattivamente di esistere. Mi dispiace. Tu non ci sei mai stato. Ed è colpa nostra quanto tua. Ci siamo mossi così in fretta che siamo scivolati su un piccolo dettaglio.

Sam era spaventosamente triste. Ma che espressione si può avere, quando si va a dire a qualcuno che non soltanto è morto ma che non è mai neppure nato?

— Cos’è successo, Sam? Quale dettaglio?

— Ecco, Jud. Tu sai che quando abbiamo portato via il timer truccato di Sauerabend gliene abbiamo messo un altro. Metaxas ne tiene a portata di mano due o tre di contrabbando… quel furbo bastardo ha di tutto.

— E allora?

— Il numero di serie, naturalmente, era diverso da quello del timer con cui Sauerabend aveva cominciato il giro turistico. Normalmente nessuno bada a cose del genere; ma quando la comitiva è rientrata, per caso l’addetto al controllo era un pignolo e ha esaminato i numeri di serie. Ha visto che c’era stata una sostituzione, e ha chiamato la Pattuglia.

— Oh — feci io, con un filo di voce.

— Hanno interrogato Sauerabend — proseguì Sam, — e naturalmente lui era restio a rispondere, più per proteggere se stesso che te. E siccome non sapeva fornire una spiegazione del cambio, la Pattuglia si è fatta autorizzare a ricontrollare l’intero giro che lui aveva appena concluso.

— Oh-oh.

— L’hanno sorvegliato da ogni angolo. Ti hanno visto lasciare la comitiva, hanno visto Sauerabend squagliarsela nel momento in cui tu te ne andavi, hanno visto te e me e Metaxas ricatturarlo e riportarlo a quella notte del 1204.

— Così siamo nei guai tutt’e tre?

Sam scosse il capo. — Metaxas è influente. E anch’io. Ce la siamo cavata sostenendo che l’avevamo fatto per aiutare un collega nei guai. Abbiamo dovuto far ricorso a tutta la nostra influenza. Ma non abbiamo potuto far nulla per te, Jud. La Pattuglia vuole la tua testa. Ha visto che nel 1204 ti sei duplicato, e ha cominciato a rendersi conto che eri colpevole non solo di negligenza, per esserti lasciato scappare Sauerabend, ma anche di vari paradossi, causati dai tentativi illeciti di rimediare alla situazione. Le accuse contro di te erano così gravi che non siamo riusciti a farle revocare: e sì che abbiamo tentato, amico, abbiamo tentato!. Perciò la Pattuglia ha agito contro di te.

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