Robert Silverberg - Il paradosso del passato

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— Dovremo istituire una tabella oraria rigorosa — dissi io. — Uno di noi lavora come Corriere, mentre l’altro si nasconde su per la linea. E non dobbiamo mai trovarci contemporaneamente nello stesso tempo, né su né giù per la linea. Ma come…

— Ho trovato — disse lui. — Stabiliremo un’esistenza in tempo attuale nel 1105, come ha fatto Metaxas, ma per noi sarà continuativa. Ci sarà sempre uno o l’altro di noi inchiodato al tempo attuale — dell’inizio del dodicesimo secolo: farà la parte di Gheorghios Markezinis e vivrà nella villa di Metaxas. L’altro farà il Corriere, e passerà per il ciclo lavoro e vacanza…

— … prendendosi le ferie in qualunque tempo tranne che nella base del 1105.

— Esatto. E quando avrà completato il ciclo dovrà andare alla villa e assumerà l’identità di Markezinis, e l’altro andrà giù per la linea e si presenterà in servizio come Corriere…

— … e se manteniamo la coordinazione, non c’è pericolo che la Pattuglia ci scopra.

— Geniale!

— E quello che sarà Markezinis — conclusi io, — potrà sempre continuare una relazione a tempo pieno con Pulcheria, e lei non saprà mai che faremo a turno.

— Appena Pulcheria sarà di nuovo se stessa.

— Appena Pulcheria sarà di nuovo se stessa — convenni.

Era un pensiero sconsolante. Il nostro piano turbinoso per alternarci era solo un mucchio di chiacchiere se prima non sistemavamo il pasticcio causato da Sauerabend.

Controllai l’ora. — Tu ritorna nel 1105 e aiuta Sam e Metaxas — dissi. — Smistati qui di nuovo alle tre e mezzo di stanotte.

— Bene — fece lui, e se ne andò.

LIX

Ritornò in orario, disgustato, e disse: — Ti stiamo aspettando tutti quanti il 9 agosto 1100, presso le mura dietro Blachernae, un centinaio di metri a destra della prima porta.

— Cos’è questa storia?

— Va’ a vedere tu stesso. Mi viene la nausea solo a pensarci. Vai e fa’ quel che deve essere fatto, e poi questa immonda pazzia sarà finita. Su, smistati e raggiungici là.

— A che ora? — domandai.

Jud B rifletté un istante. — Alle venti, direi.

Uscii dalla locanda, andai alle mura, regolai con cura il timer e balzai. La transizione dalle tenebre della notte al fulgore meridiano mi accecò per un istante: quando smisi di sbattere le palpebre mi trovai davanti a tre individui dalla faccia torva: Sam, Metaxas… e Jud B.

— Gesù! — esclamai. — Non ditemi che abbiamo commesso un’altra duplicazione.

— Questa volta è solo il paradosso dell’accumulazione temporale — replicò il mio alter ego. — Niente di grave.

Ero troppo confuso per capire. — Ma se siamo qui tutt’e due, chi sorveglia i nostri turisti nel 1204?

— Idiota — fece rabbiosamente Jud B., — pensa in quattro dimensioni! Come puoi essere così stupido, se sei identico a me? Ascolta: io sono balzato qui da un punto di quella notte del 1204, e tu sei balzato qui da un altro punto a quindici minuti di distanza. Quando torniamo indietro, ciascuno torna al proprio punto di partenza. Io devo arrivare alle tre e mezzo, e tu devi arrivare solo alle quattro meno un quarto: ma questo non significa che non siamo qui adesso. O che non ci siano gli altri.

Mi guardai intorno. Vidi almeno cinque gruppi di me-Metaxas-Sam disposti in un ampio arco presso le mura. Evidentemente avevano sorvegliato con grande attenzione quel punto del tempo, compiendo ripetuti balzi avanti e indietro per controllare la sequenza degli eventi, e il paradosso cumulativo ne ammucchiava una moltitudine.

— Comunque — dissi, un po’ smarrito, — mi sembra di non afferrare con esattezza la catena lineare di…

Al diavolo la catena lineare! — ringhiò l’altro Jud. — Vuoi guardare là? Là, oltre la porta!

Tese la mano.

Io guardai.

Vidi una donna dai capelli grigi, vestita semplicemente. Riconobbi in lei una versione un po’ più giovane della donna che aveva scortato Pulcheria Dücas nel negozio di spezie quel giorno che mi pareva tanto lontano, cinque anni più giù per la linea, nel 1105. La dama di compagnia stava appoggiata alle mura e ridacchiava da sola. Aveva gli occhi chiusi.

Poco lontano da lei c’era una ragazzina sui dodici anni, che poteva essere solo Pulcheria più giovane. La somiglianza era inequivocabile. Aveva ancora i lineamenti non formati di una bambina, e i seni erano solo delicati rilievi sotto la tunica, ma c’era tutta la materia prima della bellezza di Pulcheria.

Accanto alla ragazzina c’era Conrad Sauerabend, vestito come un bizantino di classe medio-inferiore.

Tubava nell’orecchio della ragazzina. Le faceva dondolare davanti agli occhi un gingillo del secolo ventunesimo, un pendente giroscopico o qualcosa del genere.

L’altra mano era infilata sotto la tunica di lei, e brancicava visibilmente nei dintorni delle cosce. Pulcheria aggrottava la fronte, ma non faceva nulla per allontanare quella mano indiscreta. Sembrava un po’ incerta sulle intenzioni di Sauerabend, ma era totalmente affascinata dal gingillo e forse non badava neppure a quelle dita vaganti.

Metaxas disse: — Lui vive a Costantinopoli da poco meno di un anno, e spesso si trasferisce nel 2059 per portare manufatti da vendere. Passa tutti i giorni dalle mura, per vedere la ragazzina e la sua governante che fanno la passeggiata di mezzogiorno.

La bambina è Pulcheria Botaniates, e quello là è palazzo Botaniates. Circa mezz’ ora fa Sauerabend è arrivato e le ha viste. Ha dato un aleggiatore alla governante, e da quel momento lei è partita. Poi si è seduto accanto alla ragazzina e ha cominciato a incantarla. Ci sa fare veramente, con le bambine.

— È il suo hobby — replicai io.

— Sta’ a vedere cosa succede — disse Metaxas.

Sauerabend e Pulcheria si alzarono e si avviarono verso la porta. Ci nascondemmo nell’ombra per passare inosservati. Quasi tutti i nostri paradossali duplicati erano scomparsi, evidentemente smistandosi in altre posizioni lungo la linea per seguire gli eventi. Guardammo l’uomo grasso e l'incantevole bambina che varcavano la porta e uscivano nella campagna, la quale cominciava subito oltre i confini della città.

Feci per seguirli.

— Aspetta — disse Sam. — Guarda chi sta arrivando. È il fratello maggiore di Pulcheria, Andronico.

Un giovane sui diciotto anni si avvicinò. Si fermò e fissò incredulo la governante che ridacchiava. Lo vedemmo precipitarsi verso di lei, scrollarla, rimetterla in piedi di peso. La donna ricadde, incapace di reggersi…

— Dov’è Pulcheria? — ruggì il giovane. — Dov’è? — La governante rise.

Il giovane Botaniates, disperato, si precipitò per la strada assolata e deserta, chiamando a gran voce la sorellina. Poi corse verso la porta.

— Seguiamolo — disse Metaxas. Diversi altri gruppi formati da noi erano già oltre la porta. Me ne accorsi quando ci arrivammo. Andronico Botaniates corse di qua e di là. Udii il suono di uria risata fanciullesca che sembrava proveniente dalle mura.

Lo udì anche Andronico. Nelle mura c’era una breccia profonda circa cinque metri, una specie di grotta a livello del terreno. Botaniates corse là. Anche noi corremmo là, facendoci largo tra una folla che consisteva interamente di nostri duplicati.

Dovevamo essere quindici: cinque per ciascuno.

Andronico entrò nella breccia e lanciò un urlo terribile. Un attimo dopo, sbirciai nell’interno.

Pulcheria, nuda, con la tunica abbassata fin quasi alle caviglie, stava nella classica posa pudibonda, con una mano sui seni in boccio e l’altra aperta sull’inguine.

Accanto a lei c’era Sauerabend, con la veste aperta. Aveva tirato fuori l’arnese, pronto per l’uso. Immagino che al momento dell’interruzione fosse sul punto di sistemare Pulcheria in una posizione adatta.

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