Robert Silverberg - Il sogno del tecnarca

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Il Tecnarca McKenzie ha fretta, perché vuol gli uomini sparsi per tutto l’Universo durante il periodo del suo governo. Per questo lo irritano tanto le notizie portate dall’equipaggio dell’astronave che ha compiuto felicemente un viaggio di prova sperimentando la nuova propulsione. Gli uomini non sono i soli esseri intelligenti. Gli astronauti hanno notato tracce di attività su uno dei pianeti scelti da Tecnarca per la colonizzazione terrestre. Un’altra civiltà vi sta installando una sua colonia. Il Tecnarca McKenzie ha fretta di definire la questione, perciò bisogna mettersi in contatto con gli altri, far loro capire chi sono i terrestri, ed accordarsi perché le sfere di influenza delle due civiltà non vengano mai a conflitto, e si dividano amichevolmente l’Universo. E l’astronave appena tornata dal difficile viaggio deve ripartire subito, con lo stesso equipaggio, che è stanco ma è l’unico di cui il Tecnarca si fidi. Con l’equipaggio viaggeranno i cinque uomini migliori della Terra, ognuno eccellente nel proprio campo, per negoziare con l’altra razza e concludere secondo i desideri del Tecnarca il quale, avendo già rinunciato a una parte del suo sogno, non intende rinunciare anche alla metà dell’universo che gli è rimasta. Ma le cose non vanno come stabilito, e il Tecnarca dovrà mettersi a segnare il passo insieme a tutta la razza umana, perché la spedizione terrestre fa una scoperta che costringerà McKenzie a rinunciare ai suoi sogni.

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Fare i bagagli era un problema più complesso. Scartò alcuni libri troppo voluminosi, ne prese con sé solo due di piccolo formato, infine mise in valigia alcuni indumenti personali e qualche memodisco. Non riuscì a prendere sonno, nemmeno con i tranquillanti. Verso l’alba era già in piedi, e passeggiava su e giù, agitatissimo, per l’appartamento. Verso le undici decise di raggiungere via transmat New York, ma dall’orario scoprì che sarebbe arrivato dall’altra parte dell’Atlantico alle prime luci dell’alba. Aspettò un’altra ora, manovrò il quadrante apposito per ottenere il benestare alla traversata e regolò il suo trasmat per farsi portare alla Sede dell’Arconato.

Entrò nella cella, un po’ preoccupato come sempre al pensiero del percorso trasmat. Il suo pensiero venne interrotto a mezzo mentre il campo transmat si impossessava di lui. Quando emerse al capo opposto, terminò il pensiero.

Le facce arcigne degli uscieri addetti all’Arconato lo aspettavano.

«Da questa parte, dottor Bernard.»

Li seguì, sentendosi stranamente osservato, come una vittima che venga condotta all’altare del sacrificio. Gli uscieri lo condussero in una sala attigua, la cui imponenza rivelava a prima vista che si trattava dello studio privato del Tecnarca McKenzie: l’incarnazione della forza e dell’ambizione umana.

Al momento il Tecnarca non era nel suo studio. C’erano invece altri tre signori, che subito si fecero attenti all’entrare di Bernard, squadrandolo con l’ansia di gente ancora incerta sulla propria posizione.

Bernard li osservò a sua volta.

Alla sua sinistra, nell’angolo più lontano della stanza, c’era un tipo alto, con le labbra tirate in una linea austera, quasi tetra. Il suo corpo, lungo e angoloso, sembrava fatto di tubi e bastoni tanto era rigido. Indossava abiti scuri, che indicavano la sua affiliazione al movimento dei Neopuritani. Bernard si mise istintivamente sulla difensiva; era avvezzo a considerare i Neopuritani con aperto disgusto, come gente i cui ideali erano talmente lontani dai suoi da non permettere alcuna possibilità d’intesa.

Più vicino a Bernard, c’era un secondo individuo, più basso, ma sempre di statura notevole. Era un tipo affabile e bonario, sulla cinquantina, con una faccia rosea e rasata di fresco che irradiava buona salute e gioia di vivere. Il terzo era basso e corpulento, con occhi neri e vividi, e la fronte solcata da rughe profonde. Sembrava una pila di energia, contenuta ma pronta a esprimersi nel momento più impensato.

Bernard si guardò attorno, cercando di mascherare il suo disagio. «Salve» disse, prima che qualcun altro avesse aperto bocca. «Sono Martin Bernard, sociologo, nonché uno dei coscritti; piuttosto perplessi direi, di questa strana impresa. Voi tre siete qui solo per conferire col Tecnarca, o fate parte anche voi della spedizione?»

L’uomo dalla faccia rosea e l’aria affabile sorrise cordialmente e porse la mano. Bernard la strinse. Una mano morbida, liscia, e tuttavia molto energica… «Roy Stone» si presentò l’uomo. «In linea di massima sono un politico, penso. Ufficialmente, sono Vicearconte per gli Affari Coloniali.»

«Piacere» mormorò Bernard.

«E io sono Norman Dominici» disse l’uomo corpulento, attraversando la stanza a passi nervosi, che esasperavano l’impressione di energia compressa che emanava da lui. «Sono un biofisico… quando non mi spediscono a fare visita a strane creature verdognole, cioè. Benvenuto nel nostro piccolo gruppo, Bernard.»

Solo il Neopuritano non si era presentato. Rimase dov’era, accanto alla parete ma senza addossarvisi.

Bernard si sentì punto sul vivo da quella mancanza di cortesia, ma l’innato desiderio di stabilire rapporti cordiali prese il sopravvento, e lui si rivolse al Neopuritano ben deciso a fare il primo passo.

«Salve» disse, un po’ dubbioso.

«Attento» lo avvertì Dominici a fior di labbra. «Sembra un tipo poco socievole.»

L’omone si voltò lentamente dalla parte di Bernard. Aveva quell’espressione assente e chiusa non rara in chi, fin da piccolo, si è sentito emarginato per cause non inerenti la sua volontà. Nel suo caso specifico, all’origine della sua emarginazione c’era sicuramente la statura abnorme. Un quindicenne che ha superato il metro e novanta difficilmente riesce a sentirsi a suo agio con i coetanei sui quali torreggia, e con gli anni il senso di isolamento finisce, com’è logico, per ingigantire.

«Sono Thomas Havig» disse lo spilungone, con voce acuta e stridula, sorprendente in un individuo così alto. «Non credo che ci siamo mai incontrati, dottor Bernard, ma negli ultimi tempi abbiamo figurato insieme sulle pagine di alcune dotte riviste.»

Gli occhi di Bernard si spalancarono per l’improvvisa meraviglia e costernazione. Ma pensa un po’, tra tanta gente… «Siete Thomas Havig della Columbia?» chiese.

«Thomas Havig della Columbia, sì» confermò l’altro. «Quel Thomas Havig che ha scritto «Congetture sui morfemi etruschi», dottor Bernard.» Una vaghissima traccia di sorriso apparve sulle labbra di Havig. «Un articolo che probabilmente non avrete apprezzato.»

Bernard guardò gli altri due, poi di nuovo Havig. «Be’, ecco… semplicemente non sono riuscito a mandar giù nemmeno una delle vostre supposizioni. Vedete, Havig, mi sono trovato in disaccordo fin dalla premessa di base, e via via fino all’ultima riga del vostro scritto. Voi negavate senza riguardi tutto ciò che si conosce sulla personalità e la cultura degli Etruschi, tentavate spietatamente di deformare addirittura l’essenza stessa della conoscenza per fare posto alla vostra preconcetta filosofia sociale… Insomma, voi non avete affrontato la questione in modo equo, scusate!»

«E di conseguenza» dichiarò tranquillamente Havig «voi vi siete sentito in dovere di tentare di distruggere la mia reputazione e la mia importanza nel mondo accademico.»

«Io mi sono limitato a esporre un’opinione dissenziente» replicò Bernard, accalorandosi. «Non potevo permettere che le vostre affermazioni restassero senza risposta. E il «Journal» ha trovato la mia replica degna d’essere stampata. Era…»

«Era un articolo perverso e diffamatore» disse Havig, senza alzare la voce al livello assunto da Bernard. «Con la scusa della polemica erudita mi avete coperto di ingiustificato ridicolo, e avete irriso alle mie convinzioni personali.»

«Che però incidevano sull’argomento che stavate presentando.»

«Ciò nonostante, tutto il vostro atteggiamento, dottor Bernard, non era certo degno di un erudito. Il vostro attacco così poco obiettivo contro di me faceva perdere di vista l’argomento base, e rendeva impossibile agli osservatori disinteressati distinguere quale fosse in realtà il motivo del nostro dissenso. Il vostro articolo era un’esibizione di ingegno e di arguzia, un’esibizione brillantissima, mi dicono, ma ben lontana dalla confutazione di un erudito.»

Stone e Dominici si erano tenuti in disparte, con aria piuttosto perplessa durante quell’acceso scambio di accuse. Ora, evidentemente, Stone aveva deciso che la disputa fosse andata troppo oltre. Fece un risolino, il risolino conciliante del diplomatico di professione, e disse in tono mellifluo: «A quanto pare, signori miei, siete vecchi amici, pur senza esservi mai incontrati. O forse sarebbe più esatto dire vecchi nemici?»

Bernard guardò sdegnato il Neopuritano. Brutto impostore baciapile pensò. «Abbiamo avuto delle divergenze culturali» ammise.

«Ma non penserete di trascinarvi appresso queste divergenze per diecimila anni-luce, spero!» osservò Dominici. «Temo che l’aria diverrebbe piuttosto irrespirabile su quell’astronave, se voi due continuaste ad azzuffarvi sui morfemi etruschi. Non pare anche a voi?»

Bernard sorrise suo malgrado. Non si sentiva particolarmente ben disposto nei riguardi di Havig, ma tanto non aveva niente da guadagnare nel continuare quella lite. Le cause, pensava Bernard, sono troppo profonde perché si possa sperare di eliminarle facilmente. Era convinto che Havig lo odiasse con tutte le sue forze, e che fosse impossibile placarlo. D’altra parte, l’armonia della spedizione contava assai più delle beghe personali. «Immagino che possiamo anche lasciare da parte gli Etruschi, durante il viaggio» disse. «Che ne dite, Havig? In fondo, la nostra divergenza di opinioni riguarda un campo molto limitato, direi.»

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