Robert Silverberg - Il sogno del tecnarca

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Il Tecnarca McKenzie ha fretta, perché vuol gli uomini sparsi per tutto l’Universo durante il periodo del suo governo. Per questo lo irritano tanto le notizie portate dall’equipaggio dell’astronave che ha compiuto felicemente un viaggio di prova sperimentando la nuova propulsione. Gli uomini non sono i soli esseri intelligenti. Gli astronauti hanno notato tracce di attività su uno dei pianeti scelti da Tecnarca per la colonizzazione terrestre. Un’altra civiltà vi sta installando una sua colonia. Il Tecnarca McKenzie ha fretta di definire la questione, perciò bisogna mettersi in contatto con gli altri, far loro capire chi sono i terrestri, ed accordarsi perché le sfere di influenza delle due civiltà non vengano mai a conflitto, e si dividano amichevolmente l’Universo. E l’astronave appena tornata dal difficile viaggio deve ripartire subito, con lo stesso equipaggio, che è stanco ma è l’unico di cui il Tecnarca si fidi. Con l’equipaggio viaggeranno i cinque uomini migliori della Terra, ognuno eccellente nel proprio campo, per negoziare con l’altra razza e concludere secondo i desideri del Tecnarca il quale, avendo già rinunciato a una parte del suo sogno, non intende rinunciare anche alla metà dell’universo che gli è rimasta. Ma le cose non vanno come stabilito, e il Tecnarca dovrà mettersi a segnare il passo insieme a tutta la razza umana, perché la spedizione terrestre fa una scoperta che costringerà McKenzie a rinunciare ai suoi sogni.

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Erano convenuti là, da ogni parte del mondo, abbandonando i loro compiti specifici per accorrere alla chiamata di McKenzie, e si erano disposti attorno alla lunga tavola rettangolare occupando i seggi tradizionali. A capotavola sedeva il Geoarca, il vecchio Ronholm, nominalmente il primo tra i tredici Pari che costituivano l’Arconato. Alla destra di Ronholm sedeva il Tecnarca McKenzie. Alla sinistra del Geoarca sedeva Wissiner, l’Arconte delle Comunicazioni. Lungo il lato di Wissiner sedevano, nell’ordine: Nelson, Arconte dell’Istruzione; Heimrich, dell’Agricoltura; Vornik, della Sanità; Lestrade, della Sicurezza; Dawson, delle Finanze. Alla destra di McKenzie c’erano: Klaus, Arconte della Difesa; Ghang, delle Colonie; Santelli, dei Trasporti; Minek, dei Lavori Pubblici; Croy, dell’Energia.

Come Arconte della Tecnologia, delle Scienze e delle Ricerche, McKenzie era l’uomo più importante dell’aula; ma, deciso a osservare scrupolosamente il protocollo, il Tecnarca lasciò che il Geoarca Ronholm prendesse la parola per primo.

«Questa sessione straordinaria» esordì con voce tremula il vecchio Ronholm «è stata convocata dal Tecnarca McKenzie per comunicazioni che considera di primaria importanza per il benessere futuro dei nostri mondi. Cedo perciò senz’altro la parola all’Arconte dello Sviluppo Tecnologico.»

McKenzie parlò senza alzarsi. «Membri dell’Arconato, quattro ore fa una nave spaziale è atterrata in Australia Centrale dopo aver portato a termine un viaggio di quasi diecimila anni-luce in meno di un mese. Di questo mese, più di tre settimane sono state spese in giri d’esplorazione. Il viaggio interstellare vero e proprio è stato pressoché istantaneo, il che, in tempi normali, sarebbe motivo di esultanza e di generale compiacimento. Ora, infatti, le stelle sono a portata dell’uomo, e chiunque può andarvi in poco tempo. Ma… c’è un fattore nuovo, una complicazione imprevista. Invito adesso il dottor John Laurance, Comandante della VUL-XV rientrata appunto poche ore fa, a spiegare la natura di questo fattore.»

McKenzie fece un gesto, e Laurance si alzò: figura alta e snella, bene eretta al centro della stanza.

I cinque uomini d’equipaggio sedevano di faccia agli Arconti, la cui tavola rettangolare si trovava su una piattaforma rialzata.

Quei cinque uomini, a quanto avevano detto, non dormivano da più di trentasei ore, ma il Tecnarca non aveva esitato a convocare subito gli Arconti in seduta straordinaria, e quindi Laurance e i suoi uomini non avevano avuto modo di concedersi un po’ di riposo. Avevano avuto appena il tempo di tagliarsi barba e capelli, di lavarsi e di rimettersi in forma con degli stimolanti.

Laurance continuò ad avanzare finché venne a trovarsi a cinque o sei metri dagli Arconti. Era sulla quarantina, capelli folti e ricciuti che cominciavano appena a ingrigire, e un volto scarno e ossuto che in quel momento rifletteva la tensione sofferta durante l’ultimo viaggio. I suoi occhi, d’un grigio pallido, avevano una luce calda e pacata, stranamente in contrasto con la prontezza dei suoi riflessi mentali, e la muscolosa agilità della sua persona.

Parlò pesando bene le parole, con voce profonda e solenne. «Eccellenze, venni scelto da voi per comandare la prima nave interstellare Daviot-Leeson con equipaggio umano. Lasciai la Terra coi quattro uomini che vedete dinanzi a voi. Viaggiando a una velocità costante di grado interplanetario, raggiungemmo orbita di Plutone, la zona di sicurezza assegnataci, e da quel momento applicammo la propulsione Daviot-Leeson.»

«Lasciato l’Universo normale a una distanza di circa quaranta unità astronautiche della Terra, seguimmo la nostra rotta precalcolata per diciassette ore, fino a raggiungere la posizione stabilita. Facendo uso nuovamente della propulsione Daviot-Leeson, rientrammo nell’Universo normale e scoprimmo di avere effettivamente raggiunto il nostro obiettivo, ovvero la stella NGCR 185143, a una distanza media di novemilaottocento anni-luce dalla Terra.

«Questa stella è un sole con undici pianeti. Seguendo le istruzioni ricevute, siamo atterrati sul quarto di questi pianeti. I primi dati ci confermarono che si trattava di un pianeta Sei punti, tipo Terra, e quindi adatto per la colonizzazione. Con nostra grande sorpresa, scoprimmo che su questo pianeta un’intera città era in via di costruzione.»

Sulla pedana, McKenzie si accigliò! La narrazione di Laurance era stata fin qui incredibilmente piatta, schematica, sinottica; l’uomo era riuscito a spogliare di ogni senso di meraviglia il primo viaggio interstellare v-u-l (velocità ultra luce), e a trasformare il resoconto in un semplice rapporto meccanico. La cosa aveva irritato molto il Tecnarca.

«Parlateci degli esseri che avete visto» ordinò.

«Sì, Eccellenza. Inviai Hernandez e Clive in ricognizione. Essi osservarono gli alieni per parecchie ore.»

«Senza essere visti?» chiese McKenzie.

«Questo è quanto ci risulta, Eccellenza» replicò Laurance.

«Che aspetto hanno gli alieni?» volle sapere Klaus, l’Arconte della Difesa. Aveva una vocetta sottile e petulante.

«Sono umanoidi, Eccellenza. Abbiamo anche diverse fotografie che sarebbero state pronte se… se ci avessero avvertiti in tempo di prepararle. Comunque, misurano due metri circa d’altezza, hanno due gambe, respirano ossigeno, e per molti aspetti assomigliano a noi. La pigmentazione della pelle è verde, ma ne sono stati osservati alcuni azzurri. Pare invece che abbiano giunture più complesse delle nostre. Le braccia hanno due gomiti, che permettono movimenti in tutte le direzioni, e per quanto si è potuto distinguere da lontano, pare che abbiano sette od otto dita. Indossano vestiti. In poche parole, potremmo dire di avere scoperto una razza intelligente a uno stadio di evoluzione più o meno simile al nostro.»

L’Arconte della Sicurezza chiese, calmo: «Siete certi di non essere stati visti?»

«Alla nostra astronave non badavano affatto. I miei uomini sono rimasti sempre nascosti, mentre li osservavano. Dopo due ore di osservazione abbiamo lasciato il quarto pianeta e ci siamo spostati sul terzo, sempre del tipo-Terra, e anche qui c’erano colonie in costruzione. Dal sistema NGCR 185143, attraverso l’iperspazio, ci siamo spostati su un’altra stella a due anni-luce di distanza, e anche qui abbiamo osservato un processo di colonizzazione. Una terza visita, a un terzo sistema distante parecchi anni-luce, ci ha rivelato un’altra colonia in costruzione. Non ci sono dubbi possibili: questa razza, questi alieni stanno conducendo un’attiva opera di colonizzazione nel proprio settore della spazio. Dopo la nostra visita al terzo sistema stellare, ci siamo messi in viaggio per il ritorno, e siamo arrivati alcune ore fa.»

«Quindi, non siamo noi i soli» mormorò il Geoarca Ronholm, quasi a se stesso. «Altri esseri, là fuori, fondano come noi le loro colonie…»

«Già» lo interruppe brusco McKenzie. «Fondano come noi le loro colonie. Io vi dico che siamo incappati nella più grande minaccia che la Terra abbia mai incontrato in tutta la storia dell’Umanità.»

«Come potete esserne certo?» chiese Nelson, l’Arconte dell’Istruzione, con un certo calore. «D’accordo. C’è un’altra razza, una specie aliena che a migliaia di anni-luce dal nostro sistema sta colonizzando nuovi mondi. E con questo? Non mi pare proprio il caso di trarre conclusioni così drammatiche.»

«È il caso, invece, ed è quello che faccio. Oggi la sfera dei mondi terrestri e quella della razza aliena sono separate da migliaia di anni-luce. Ma la nostra espansione è in continuo aumento, e altrettanto si può dire della loro. Questo condurrà, prima o poi, a un urto inevitabile. Non parlo di una collisione tra due astronavi, o due pianeti, o addirittura due soli; la collisione inevitabile avverrà tra due imperi spaziali, il nostro e il loro.»

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