Robert Silverberg - Le maschere del tempo

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25 dicembre 1998; al centro di Piazza di Spagna, a Roma, compare dal nulla un uomo completamente nudo. è Vornan-19, e dice di provenire da mille anni nel futuro. Quest’improvvisa manifestazione, simile alla nascita di un dio, sconvolge un mondo che si avvicina alla fine del secondo millennio fra i tumulti provocati dai fanatici che predicano l’Apocalisse e la necessità di dare libero sfogo agli istinti. Ma chi è Vornan-19: un ciarlatano o un messaggero dell’Utopia? Un agente del caos o un portatore della legge? Un nuovo messia o un anticristo? Un angelo o un serpente? Qual è l’immagine nascosta sotto le maschere cangianti che s’alternano sul suo volto? Forse, Vornan-19 è entrambe le cose: demonio distruttore e divinità adatta ai tempi della crisi e del rinnovamento. Durante una sua visita negli Stati Uniti, una commissione di studio cerca di scoprire i suoi segreti. La presenza di Vornan-19 sconvolge però la vita dei singoli e delle moltitudini, semina scandalo e rabbia per la sua totale amoralità, per la completa dissennatezza del suo comportamento. I tabù della civiltà occidentale (il denaro, il potere, il sesso) vengono sconvolti: l’Utopia è corrosiva, e a contatto con essa la realtà si disintegra. Chi si illudeva di strumentalizzare l’Uomo Futuro, ne finisce schiavo e annientato. Un romanzo tra i capolavori del «nuovo Silverberg».

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«L’anarchia si è scatenata nel mondo,» borbottai. «Da quanto tempo dura tutto questo?»

«Da luglio, Leo,» rispose Shirley, sottovoce. «Tu non lo sapevi?»

«Ho avuto molto da fare.»

Jack disse: «È un fenomeno nettamente in crescendo. All’inizio era un movimento di fanatici eccentrici nel Midwest, nel ’93, ’94… un migliaio di aderenti o giù di lì, convinti che era loro dovere pregare perché al Giorno del Giudizio mancava ormai meno di un decennio. Poi si fecero prendere dalla smania di far proseliti e cominciarono a predicare la fine del mondo, ma questa volta il loro messaggio attecchì. Ed il movimento sfuggì loro di mano. Durante gli ultimi sei mesi si è diffusa la convinzione che sarebbe una stupidaggine sprecarsi a fare qualunque cosa che non sia spassarsela, perché ormai non è rimasto più molto tempo.»

Rabbrividii. «Pazzia universale?»

«Proprio così. In tutti i continenti dilaga la convinzione profonda che le bombe cadranno il primo gennaio dell’anno prossimo. Mangia, bevi e stai allegro… Il contagio si diffonde. Preferisco non pensare a quali livelli arriverà l’isteria collettiva fra un anno, durante la settimana precedente la presunta fine del mondo. Può darsi che noi tre saremo gli unici superstiti, Leo.»

Continuai a fissare lo schermo ancora per qualche istante, sgomento.

«Spegnete quel coso,» dissi alla fine.

Shirley ridacchiò. «Com’è possibile che tu non ne avessi sentito parlare, Leo?»

«Ho perduto il contatto con la realtà.» Lo schermo si oscurò. I dèmoni dipinti di Chicago saltavano ancora oscenamente nel mio cervello. Il mondo sta impazzendo, pensai, ed io non me ne sono neppure accorto. Shirley e Jack si avvidero che la rivelazione dell’apocalisse degli Apocalittici mi aveva sconvolto, e cambiarono abilmente argomento, parlando delle antiche rovine indiane che avevano scoperto nel deserto, a pochi chilometri di distanza. Molto prima di mezzanotte lasciai capire che ero stanco e mi mandarono a letto. Shirley tornò in camera mia per qualche minuto, più tardi; si era spogliata, ed il suo corpo nudo splendeva sulla soglia come una candela festiva.

«Hai bisogno di qualcosa, Leo?»

«No, grazie,» risposi.

«Buon Natale, caro. Oppure hai dimenticato anche questo? Domani è Natale.»

«Buon Natale, Shirley.»

Le mandai un bacio, e lei spense la luce. Mentre io dormivo, Vornan-19 entrò nel nostro mondo a diecimila chilometri di distanza, e niente, per noi, avrebbe più potuto continuare ad essere come prima: mai più.

III

La mattina di Natale mi svegliai tardi. Jack e Shirley dovevano essere alzati da parecchio. Avevo in bocca un gusto amaro, e non volevo compagnia, neppure la loro; com’era mio privilegio, andai in cucina e, in silenzio, mi programmai la colazione. Loro intuirono il mio malumore e mi girarono al largo. Il succo d’arancia e il toast uscirono dal pannello dell’autochef. Li divorai, poi premetti i tasti per ordinare un caffè senza panna, quindi scaricai i piatti nella lavatrice, attivai il ciclo ed uscii. Camminai da solo per tre ore. Quando ritornai, mi sentivo purificato. Era una giornata troppo fresca per prendere il Sole o per darsi al giardinaggio. Shirley mi mostrò alcune delle sue sculture, Jack mi lesse qualche sua poesia, ed io parlai, esitando, dell’ostacolo che bloccava il mio lavoro. Quella sera cenammo splendidamente: tacchino arrosto e Chablis ghiacciato.

I giorni che seguirono furono rasserenanti. I miei nervi si distesero. Qualche volta facevo passeggiate da solo nel deserto; qualche volta Jack e Shirley mi accompagnavano. Mi portarono a visitare le loro rovine indiane. Jack s’inginocchiò per mostrarmi i frammenti di vasellame nella sabbia: cunei triangolari di ceramica bianca ornati di strisce e di punti neri. M’indicò i contorni ribassati di un’abitazione scavata nel terreno; mi mostrò le fondamenta frammentarie di un edificio fatto di rozza pietra cementata con l’argilla.

«È roba costruita dai Papago?» chiesi io.

«Ne dubito. Sto ancora controllando, ma sono sicuro che sia troppo evoluta per i Papago. Secondo me qui c’era un’antica colonia di Hopi, diciamo un migliaio di anni fa, arrivati da Kayenta. Shirley ha promesso che mi porterà qualche bobina di archeologia la prima volta che andrà a Tucson. La biblioteca dei dati non possiede i testi veramente approfonditi.»

«Potresti richiederli,» dissi io. «Non dovrebbe essere difficile ottenere che la biblioteca di Tucson trasferisca i facsimili alla centrale del datafono e li faccia trasmettere a te. E se a Tucson i testi non ci sono, possono procurarseli a Los Angeles. La rete di trasmissione dei dati è basata sull’idea che chiunque possa avere a domicilio quello di cui ha bisogno, e subito, quando…»

«Lo so,» disse gentilmente Jack. «Ma non vorrei sollevare un polverone. Altrimenti, prima di rendermene conto, potrei trovarmi qui una squadra di archeologi. Ci procureremo i testi nel modo antiquato, andando in biblioteca.»

«Da quanto tempo conosci l’esistenza di questo posto?»

«Un anno,» disse lui. «Non c’è fretta.»

Gli invidiai quella libertà sottratta ad ogni sollecitazione normale. Com’erano riusciti, quei due, a crearsi una vita nel deserto? Per un attimo, preso dalla gelosia, mi augurai che fosse possibile per me fare altrettanto. Ma non avrei potuto restare sempre con loro, anche se magari non avrebbero obiettato, e l’idea di vivere in solitudine in qualche altro angolo del deserto non mi affascinava. No. Il mio posto era all’Università. Finché avevo il privilegio di rifugiarmi dai Bryant quando se ne presentava la necessità, potevo cercare consolazione nel mio lavoro. E a quel pensiero provai un guizzo di gioia: ero lì da due giorni soltanto, e cominciavo a pensare di nuovo con interesse al mio lavoro!

Il tempo passava tranquillo. Celebrammo l’arrivo del 1999 con una festicciola, ed io mi presi una leggera sbronza. La mia tensione si placava. Un’esplosione improvvisa di calore estivo investì il deserto durante la prima settimana di gennaio, e noi ci sdraiammo nudi al Sole, spensierati e felici. Un cactus a fioritura invernale produsse nel loro giardino una cascata di boccioli gialli e da chissà dove arrivarono le api. Lasciai che un grosso calabrone peloso, con le zampe cariche di polline, mi atterrasse sul braccio e non cercai neppure di scacciarlo. Dopo un momento volò da Shirley ed esplorò la calda valletta tra i suoi seni. Poi scomparve. Ridemmo. Chi poteva aver paura di un calabrone così grosso?

Erano trascorsi ormai dieci anni da quando Jack aveva abbandonato l’Università e aveva condotto Shirley nel deserto. L’anno nuovo portò le solite riflessioni sul passare del tempo, e noi dovemmo ammettere che eravamo cambiati pochissimo. Sembrava che una specie di stasi fosse scesa su di noi verso la fine degli Anni Ottanta. Sebbene io avessi passato la cinquantina, avevo l’aspetto e la salute di un uomo molto più giovane: avevo ancora i capelli neri e il volto senza rughe. Ne ero soddisfatto, ma avevo pagato un prezzo salato per la mia conservazione: la prima settimana del 1999 non ero molto più avanti, nel mio lavoro, di quanto fossi stato nella prima settimana del 1989. Cercavo ancora il modo di confermare la mia teoria, secondo la quale il flusso del tempo è bidirezionale e che, almeno al livello subatomico, può venire invertito. Per un intero decennio mi ero mosso in un circolo vizioso, senza approdare a nulla, mentre la mia fama cresceva ed il mio nome figurava spesso tra quelli dei candidati al Nobel. Io la chiamo la Legge di Garfield: quando un fisico teorico diventa un personaggio famoso, vuol dire che nella sua carriera qualcosa è andato storto. Per i giornalisti ero un affascinante stregone che un giorno o l’altro avrebbe donato al mondo la macchina del tempo; per me stesso ero un fallito, prigioniero in un labirinto di deviazioni.

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