Theodore Sturgeon - Venere più X

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Venere più X: краткое содержание, описание и аннотация

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Un mondo completamente diverso dal nostro; la civiltà dei ledom, enigmatiche creature ermafrodite, che hanno osato rivoluzionare sesso e religione per ottenere quello che l’homo sapiens non ha mai avuto. Charlie Johns, un uomo come tanti altri, uno di, noi, scaraventato d’improvviso in una situazione estranea, costretto ad osservare e giudicare questa civiltà alternativa. Da questi elementi Theodore Sturgeon, uno dei massimi autori americani di science-fiction, ha tratto una storia sublime e impegnativa; ha costruito un’opera che scava ’nelle nostre coscienze, indagando senza pietà sino al fondo della storia umana. Un romanzo che non è semplicemente un romanzo: una stupefacente lezione di libertà, un canto corale sul futuro del nostro pianeta. E i bambini diventano divinità, il tempo perde le dimensioni consuete, il cielo è una cupola d’energia. Attraverso una trama magicamente semplice, ricca di simbolismi e d’inventiva, Sturgeon tiene avvinto il lettore fino all’agghiacciante conclusione. Come ha scritto Frederik Pohl: “Forse questo non e il romanzo più strano di Sturgeon, ma e senz’altro il più bello.”
Nominate per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1961.

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Qualcosa scattò dentro Charlie Johns, che era stato spinto, tirato, trascinato, lanciato, scagliato, sbalordito, imbarazzato e sconvolto esattamente un po' più di quanto potesse sopportare. Puntò educatamente il piede contro il posteriore avvolto nella stoffa rossa, e mandò la creatura a fare uno scivolone attraverso la stanza, fin quasi ai piedi della scrivania dell'individuo abbigliato di giallo.

Cadde un profondo silenzio.

Lentamente l'individuo in rosso si alzò, si girò verso di lui, tastandosi con grazia il posteriore offeso.

Charlie si appoggiò più saldamente alla porta che non dava segno di volersi aprire e attese. Uno dopo l'altro, incontrò cinque paia di occhi. Non c'era collera, in quegli occhi, e poca sorpresa; solo dispiacere; e a Charlie sembrò più malaugurante del furore. «Be', accidenti!» disse all'Accappatoio Rosso «te la sei voluta!»

Uno di loro tubò, un altro gorgogliò in risposta. Poi quello vestito di rosso si fece avanti con una versione molto più elaborata della serie di gemiti e di gesti che Charlie aveva visto e sentito; il messaggio: «Sono un porco non volevo offenderti».

Charlie capì, ma ne fu seccato. Aveva voglia di dire: be', se capisci di aver sbagliato, perché sei stato così stupido da sbagliare?

Quello vestito di giallo si alzò lentamente, con imponenza, districandosi dall'abbraccio della scrivania.

Con espressione calorosa e compassionevole, proferì una parola di tre sillabe e fece un gesto, e dietro di lui una porta si aprì, o piuttosto una parete si dilatò. Vi fu un sommesso ululato di assenso, e tutti annuirono e sorrisero e fecero gesti di richiamo e indicarono quel passaggio.

Charlie Johns avanzò quel tanto che bastava per veder oltre apertura. Ciò che vide era, come aveva immaginato, scarsamente familiare, ma quel mucchio di ordigni affusolati, stranamente sbilanciati e fusi l'uno nell'altro, non poteva nascondere la funzione della piatta tavola imbottita in mezzo a un cerchio di luce, l'oggetto a forma di elmo a una estremità, le morse in cui dovevano venire infilate le braccia e le gambe; era una specie di sala operatoria, e lui non ne voleva sapere.

Indietreggiò bruscamente, ma dietro di lui c'erano tre persone. Sferrò un pugno e si accorse che glielo avevano bloccato. Cercò di scalciare, e una gamba nuda scattò e gli bloccò le ginocchia, ed era veramente una gamba molto forte. L'individuo vestito di arancione avanzò, sorridendo con fare di scusa e premette una sfera bianca, grande come una pallina da ping-pong, contro il bicipite destro di Charlie. La sfera ticchettò e si afflosciò. Charlie si riempì i polmoni per urlare ma non riuscì mai a ricordare se era riuscito ad emettere un suono.

«Visto?» dice Herb. Sono nel soggiorno di Smith, e Herb sfoglia pigramente le pagine del giornale. Smith sta dando da bere al piccino che tiene abilmente disteso lungo il braccio e dice: «Cosa?».

«Mutandine ridottissime… ma per uomo.»

«Vuoi dire da portare come biancheria?»

«Come i bikini, soltanto ancora più piccole se è possibile. A maglia. Mio Dio, non possono pesare più di dieci grammi.»

«Anche meno. È la cosa migliore che abbiano inventato, dopo la cipolla da cocktail.»

«Tu le hai già prese?»

«Puoi star sicuro. A quanto le offrono lì?»

Herb consulta l'annuncio pubblicitario sul giornale. «A un dollaro e mezzo.»

«Vai allo Spaccaprezzi sulla Quinta Strada. Due paia per due e settantatré.»

Herb guarda le illustrazioni. «Ci sono in bianco, nero, giallo chiaro, celeste e rosa.»

«Yup» dice Smitty. Ritira con cura il poppatoio; il bambino, che adesso non ha più il singhiozzo, si è addormentato.

«Su Charlie… svegliati!»

Oh Mamma ancora quattro minuti non farò più tardi ti giuro sono rientrato quasi alle due e spero che tu non sappia mai quanto ero sottosopra e lascia perdere l'ora. Mamma?

«Charlie… non so dirti quanto mi dispiace.» Ti dispiace, Laura? Ma io volevo che fosse perfetto. Perché chi, nella vita reale, riesce perfettamente, la prima volta? Su, su… è molto facile da sistemare; lo faremo ancora… Oh-h-h… Charlie.

«Charlie? Ti chiami Charlie? Chiamami solo Rossa.»

…una volta quando avevo quattordici anni (ricordava) c'era una ragazzina che si chiamava Ruth e c'era una specie di festicciola per ragazzi e, senza scherzi, giocavano all'ufficio postale. L'ufficio postale era una specie di compartimento stagno formato dalla doppia porta esterna e dalla doppia porta interna, coperta da tende pesanti, nella vecchia casa di Sansom Street, e per tutta la festa Charlie aveva continuato a guardare Ruth. Lei aveva quel tipo speciale di pelle calda e olivastra e i capelli corti, fini e lucenti, d'un nero dai riflessi azzurri. Aveva una voce melodiosa e sussurrante, una bocca contegnosa e gli occhi timidi. Aveva paura di guardarti per più di un secondo, e con quella pelle olivastra un rossore lo intravedevi appena, ma anche senza veder nulla capivi che era un rossore a riscaldarla. E quando le risatine e le dita puntate e il chiacchiericcio finirono per indicare il nome di Charlie e poi quello di Ruth, perché entrassero insieme nell'ufficio postale e chiudessero la porta, qualcosa dentro di lui disse soltanto: «Bene, certo!». Charlie le aprì la porta e lei entrò con gli occhi così bassi che sembravano chiusi; con le lunghe ciglia quasi posate sulle guance calde; con le spalle piegate per la tensione e stringendosi i polsi tra le mani; facendo passetti minuscoli; e Charlie strizzò l'occhio al pubblico che rumoreggiava e intimava il suono dei baci, poi chiuse la porta… e lei aspettava, in silenzio, e lui era un galletto sfacciato e aveva bisogno di avere quella reputazione, e la prese saldamente per le spalle. Per la prima volta lei svelò gli occhi timidi e saggi e lasciò che lui precipitasse in quella remota oscurità, dove galleggiò, senza muoversi, per secondi che parvero lunghi quanto anni; e lui disse: «È tutto quello che voglio fare con te, Ruth» e la baciò con grande cautela, molto leggermente, sulla fronte liscia e calda e si tirò di nuovo indietro per guardare in quegli occhi. «Perché, Ruth» disse «è tutto quello che oserei fare con te.» Tu mi capisci, Charlie , mormorò lei, tu sì, tu mi capisci.

«Tu mi capisci, Charlie. Tu sì, tu mi capisci.»

Aprì gli occhi e le nebbie fuggirono. Qualcuno si chinò su di lui, non Mamma, non Laura, non la Rossa non Ruth, non qualcuno ma quella cosa nell'accappatoio rosso, che disse ancora: «Adesso tu mi capisci, Charlie».

Quelle parole non erano inglese, ma per lui erano chiare come l'inglese.

Lui capiva persino la differenza. La struttura era diversa; tradotta, quella frase avrebbe significato press'a poco: «Tu (seconda persona singolare, ma in una forma alternativa che non denotava intimità né formalità, ma amicizia e rispetto, come se fosse un vocativo rivolto a uno zio molto caro) mi (un “mi” che indicava una utile assistenza e un'amichevolezza, quale poteva venire da un consigliere o da una guida, e non indicava, invece, una superiorità legale o altro) capisci (nel semplice senso verbale, piuttosto che nel significato di comprensione emotiva o psichica), Charlie». Era completamente consapevole di tutte le parole alternative e del loro contenuto semantico, ma non del sistema culturale che le aveva foggiate in quel modo, ed era consapevole che, se avesse desiderato rispondere in inglese, avrebbe potuto farlo. Era stato aggiunto qualcosa: non gli era stato tolto nulla.

Si sentiva… benissimo. Si sentiva come se fosse stato un poco senza dormire, e si sentiva un po' intimidito dalla nuova certezza interiore che la sua indignazione di poco prima era stata assurda quanto la sua paura; quella gente non aveva avuto intenzione di ridicolizzarlo e non dava il minimo segno di volergli fare del male.

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