Marion Bradley - La torre proibita

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Darkover è un pianeta gelido e ostile, illuminato da un fioco sole rosso-sangue, su cui hanno fatto naufragio, agli inizi del volo interstellare, alcuni coloni terrestri. Col passare degli anni gli abitanti di Darkover hanno imparato a usare le “pietre matrici” per sviluppare i loro poteri psi, e sul pianeta si è formata una cultura di tipo feudale basata sull’uso delle matrici. Queste pietre, tenute in torri austere e isolate, sono oggetto di un rituale mistico: solo le Custodi, donne che hanno fatto voto di castità, hanno il diritto di adoperarle. Contrapposta alla cultura dei “clan” di Darkover, si trova la civiltà dei terrestri, i quali, dopo vari millenni, hanno riscoperto il pianeta, e vorrebbero portare ai suoi abitanti risorse tecnologiche e armi più moderne. Ma i fanatici guardiani che proteggono la verginità delle Custodi vigilano affinché il pianeta del sole rosso non cada sotto l’influenza dei materialistici terrestri.
La torre proibita è la storia di due uomini e due donne che hanno osato sfidare il potere dei guardiani e la tradizione delle Torri.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1978.

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— Non ho bisogno di cortesie, cugino — disse Leonie, avvicinandosi. — Mi rincresce soltanto di trovarti così. Avevo sentito dire che eri stato ferito, ma non sapevo che fosse tanto grave.

— Non lo sapevo neppure io. Era una piccola ferita (ne ho ricevute di più profonde e dolorose dagli ami da pesca); ma, piccola o grande, la spina dorsale è stata lesa e dicono che non potrò camminare mai più.

— Avviene spesso, con le lesioni spinali; sei fortunato a poter usare le mani.

— Oh, sì. Credo di sì. Posso starmene seduto su una sedia; e Damon ha ideato un sostegno per la schiena, tanto che posso star seduto senza ciondolare come un bambinetto troppo piccolo per il seggiolone. E Andrew mi aiuta a badare alla tenuta e al bestiame, mentre Dezi è qui per sbrigarmi le commissioni. Posso ancora dirigere tutto dalla mia sedia: quindi posso ritenermi fortunato, come dici tu. Ma ero un soldato, e adesso… — Esteban s’interruppe, scrollando le spalle. — Damon, ragazzo mio, com’è andata la tua campagna?

— C’è poco da dire, suocero — rispose Damon. — Gli uomini-felini che non sono morti sono fuggiti nelle loro foreste. Alcuni hanno tentato una resistenza disperata, ma sono morti. A parte questo, non c’è altro da aggiungere.

Esteban ridacchiò ironicamente. — È facile capire che non sei un vero soldato, anche se so bene che sei capace di combattere quando è necessario! Un giorno, Leonie, dappertutto si racconterà di quando Damon ha portato la mia spada a Corresanti, contro gli uomini-felini, collegato mentalmente attraverso la matrice… Ma ne parleremo un’altra volta! Perché adesso, immagino, se vorrò conoscere i particolari della campagna e delle battaglie dovrò chiederli a Eduin: lui sa quello che voglio sentire! Quanto a te, Leonie, sei venuta a far ragionare la mia sciocca figliola e a ricondurla ad Arilinn, dov’è il suo giusto posto?

— Padre! — protestò Callista. Leonie sorrise debolmente.

— Non è così facile, cugino, e sono sicura che lo sai.

— Perdonami, parente. — Esteban sembrava intimidito. — La mia ospitalità è scandalosa. Ellemir ti accompagnerà nelle tue stanze… Diamine, e adesso dov’è andata, quella ragazza? — Alzò la voce, gridando: — Ellemir!

Ellemir rientrò in fretta dalla porta di fondo, asciugandosi sul lungo grembiule le mani sporche di farina. — Le ancelle mi hanno chiamata ad aiutarle per i dolci, padre: sono giovani e inesperte. Perdonami, parente. — Abbassò gli occhi, nascondendo le mani infarinate. Leonie disse gentilmente: — Non devi scusarti di essere una buona massaia, ragazza mia.

Ellemir si sforzò di ricomporsi e disse: — Ti ho fatto preparare una camera, mia signora, e un’altra per la tua dama di compagnia. Dezi provvederà ad alloggiare la tua scorta; vero, cugino? — Damon notò che Ellemir parlava a Dezi nel tono che denotava l’intimità familiare; e aveva notato anche che Callista non lo faceva. — Provvederemo noi, Ellemir — disse, e uscì con Dezi.

Ellemir condusse Leonie e la sua dama di compagnia (senza la quale sarebbe stato scandaloso, per una donna di sangue Comyn, compiere un così lungo viaggio) su per la scala, attraverso i grandi corridoi dell’antica casa. Leonie chiese: — Dirigi da sola questa grande residenza, figliola?

— Soltanto nella stagione del Consiglio, quando resto qui sola — rispose Ellemir. — E il nostro coridom è vecchio e esperto.

— Ma non hai una donna responsabile, una parente, una dama di compagnia? Sei troppo giovane per addossarti un simile peso da sola!

— Mio padre non si è ancora lamentato — disse Ellemir. — Dirigo la sua casa da quando si è sposata mia sorella maggiore: e allora avevo quindici anni. — Parlava con orgoglio, e Leonie sorrise.

— Non ti stavo accusando d’inefficienza, cuginetta. Volevo solo dire che ti sentirai molto sola. Se Callista non resterà con te, credo che dovrai far venire una parente o un’amica a vivere qui per qualche tempo. Sei già sovraccarica di lavoro; e adesso che tuo padre ha bisogno di tante cure, come faresti se ti ritrovassi incinta di Damon?

Ellemir arrossì leggermente e disse: — A questo non avevo pensato…

— Be’, prima o poi una sposa ci deve pensare. Forse una delle sorelle di Damon potrebbe venire a farti compagnia… Piccola, è questa la mia camera? Non sono abituata a tanto lusso!

— Era l’appartamento di mia madre. C’è un’altra stanza dove potrà dormire la tua dama di compagnia; ma spero che tu abbia condotto con te la tua ancella, perché io e Callista non possiamo prestartene una. La vecchia Bethiah, che era stata la nostra balia, è rimasta uccisa durante la scorreria nella quale è stata rapita Callista, e finora non ce la siamo sentita di mettere un’altra a! suo posto. Adesso, nella nostra tenuta ci sono soltanto le donne della cucina e le sguattere.

— Io non ho ancelle — disse Leonie. — Nella Torre, l’ultima cosa che desideriamo è la presenza di estranei: sono sicura che Darnon te l’ha detto.

— No, non parla mai del suo soggiorno nella Torre — replicò Ellemir, e Leonie proseguì: — Be’, è vero: non abbiamo servitori umani, anche se così dobbiamo provvedere a noi stessi. Quindi so cavarmela benissimo, figliola. — Sfiorò lievemente la guancia della ragazza per congedarla, e Ellemir scese le scale pensando sorpresa: È gentile: mi è simpatica! Ma molte delle cose che Leonie aveva detto la turbavano. Cominciava a comprendere che c’erano molti particolari che non conosceva, sul conto di Damon. Aveva accettato come una cosa normale il fatto che Callista non volesse intorno servitori, e aveva assecondato la gemella; ma adesso capiva che gli anni trascorsi da Damon nella Torre, gli anni di cui non parlava mai (aveva scoperto che si rattristava, quando lo interrogava sull’argomento), sarebbero stati per sempre una barriera tra loro due.

E Leonie aveva detto: «Se Callista non resterà con te». Era una domanda? Era possibile che Callista venisse rimandata ad Arilinn, convinta — contro la sua volontà — che quello era il suo dovere? Oppure (Ellemir rabbrividì) era possibile che Leonie rifiutasse di liberare Callista, che Callista fosse costretta a mettere in atto la sua minaccia, ad abbandonare Armida e perfino Darkover, e fuggire insieme a Andrew nei mondi dei terrestri?

Si augurò di avere un barlume della precognizione che di tanto in tanto si presentava in quelli del sangue di Alton; ma il futuro le era inaccessibile. Per quanto si sforzasse d’inviare la mente nel futuro, non riusciva a vedere altro che un’inquietante immagine di Andrew, con la faccia nascosta tra le mani, curvo e piangente, squassato da un’angoscia insopportabile. Lentamente, preoccupata, si avviò verso la cucina, cercando l’oblio tra i pasticcini.

Pochi minuti dopo, la dama di compagnia — una donna scialba e incolore che si chiamava Lauria — venne ad annunciare, in tono deferente, che la signora di Arilinn desiderava parlare da sola con Domna Callista. Riluttante, Callista si alzò, tendendo le dita a Andrew. Aveva un’espressione di paura negli occhi, e lui disse, con una sfumatura cupa nella voce: — Non devi affrontarla da sola, se non vuoi. Non permetterò a quella vecchia di spaventarti! Vuoi che venga anch’io a dirle ciò che penso?

Callista si avviò verso la scala. Quando fu nel corridoio, fuori dalla sala, si voltò verso di lui e disse: — No, Andrew, devo affrontarla da sola. Non puoi aiutarmi. — Andrew avrebbe voluto prenderla tra le braccia per consolarla. Gli sembrava così piccola e fragile, sperduta e spaventata. Ma aveva imparato, dolorosamente, a prezzo di frustrazioni, che non poteva confortarla così, che non poteva neppure toccarla senza scatenare un complesso di reazioni che non comprendeva ancora ma che avevano l’aria di atterrire Callista. Perciò le disse, dolcemente: — Sia come vuoi tu, amore. Ma non lasciarti spaventare da lei. Ricorda, io ti amo. E se non lasceranno che ci sposiamo qui, fuori Armida c’è tutto un mondo. E nella galassia ce ne sono tanti altri, nel caso che l’avessi dimenticato.

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