— Questa è una foresta molto vasta — osservò Pipo con calma. — Ti prego di limitare le tue ipotesi a ciò che è almeno concepibile. — Il suo tono pacato e l’invito sottinteso a mantenere intatto anche in quel momento il loro spirito scientifico, raffreddarono le emozioni dei due giovani.
— Cosa possiamo fare? — chiese Novinha.
— Intanto dovremmo rispedirti subito all’interno del recinto — rispose Pipo. — Tu non sei autorizzata a uscirne.
— Ma voglio dire… con il corpo, cosa si deve fare?
— Niente — stabilì Pipo. — I maiali hanno fatto ciò che fanno i maiali, e per le ragioni per cui i maiali agiscono. — Aiutò Libo a tirarsi in piedi.
Il ragazzo ebbe qualche difficoltà a non piegare le gambe, e per alcuni passi dovette sostenersi agli altri due. — Cosa gli avrò detto? — mormorò. — Non so neppure cosa sia stato, fra quello che ho detto, a causare la sua morte.
— Tu non c’entri — affermò Pipo. — La responsabilità è mia.
— Cosa? Pensa che loro le appartengano? — intervenne Novinha. — Crede che il loro mondo ruoti intorno a lei? Sono stati i maiali a farlo, qualunque ragione avessero. Mi sembra chiaro che non si tratta della prima volta: c’è troppa abilità e troppo rituale in questa vivisezione per far supporre che sia una cosa nuova per loro.
Pipo riuscì a trovare un sorriso cupo. — Stiamo diventando vecchi, Libo. Ora è Novinha che ci fa lezione di xenologia.
— Ha ragione — annuì il ragazzo. — Qualunque sia il motivo che li ha spinti, è qualcosa che fanno da sempre. Un’usanza. — Si sforzò di sembrare più sicuro di sé.
— Ma in tal caso è ancora peggio, no? — disse Novinha. — Voglio dire, l’usanza di farsi a pezzi l’un l’altro mentre sono ancora vivi. — Si volse a guardare gli alberi della foresta, che ricoprivano i versanti delle colline fino alla cima, e si chiese quanti di loro avessero affondato le radici nel sangue.
Pipo mandò il rapporto via ansible, e il computer non gli diede problemi con le priorità di trasmissione. Riferì i fatti precisi e lasciò che fosse il comitato di supervisione a decidere se il contatto con i maiali dovesse essere interrotto o meno. Il comitato non individuò alcun errore decisivo. — Non è possibile né opportuno celare le relazioni fra i sessi della nostra razza, dal momento che prima o poi gli indigeni lusitani potrebbero dover essere contattati da una xenologa — fu la risposta, — e non si è trovata nessuna situazione in cui la sua condotta sia stata meno che prudente e ragionevole. La nostra conclusione provvisoria è che siate stati involontari spettatori di una sorta di contrasto intestino, dal quale è emersa la decisione contro Rooter, e che dobbiate proseguire i vostri contatti con le necessarie precauzioni.
Era una netta discolpa per l’accaduto, e tuttavia non li sollevò molto. Libo era cresciuto in stretta vicinanza con i maiali, o quantomeno sentendone parlare ogni giorno da suo padre. Aveva conosciuto Rooter forse meglio della gente della colonia, a parte la sua famiglia e Novinha. Gli occorsero giorni per tornare con animo tranquillo nella Stazione Zenador, e settimane prima di rimetter piede nella foresta. Ma i maiali non davano alcun segno che per loro qualcosa fosse cambiato, semmai erano anzi più aperti e amichevoli che in passato. Nessuno di loro, e meno che mai Pipo e Libo, menzionò più il nome di Rooter. Ci furono però dei mutamenti nella prassi dei due umani: quando erano al lavoro nella radura, padre e figlio non si allontanavano mai per più di pochi passi l’uno dall’altro.
Il rimorso e il disagio rimasti da quel giorno spinsero Libo e Novinha a una maggior vicinanza reciproca, quasi che la tenebra fosse un catalizzatore pù efficace della luce. Alla ragazza i maiali sembravano ora esseri imprevedibili e pericolosi, come un tempo le erano parsi i suoi conoscenti umani, e fra Pipo e Libo continuava ad aleggiare la questione di chi avesse avuto la colpa, benché cercassero di rassicurarsi a vicenda. Così la sola entità positiva e affidabile nella vita di Libo divenne Novinha, e per la ragazza lui cominciò a rappresentare la stessa cosa.
Libo, certo, aveva una madre e una parentela, e quando tornava a casa con suo padre si riuniva a loro, ma Novinha e il ragazzo si comportavano come se la Stazione Zenador fosse un’isola, con Pipo nelle vesti di un affettuoso ma remoto protettore. E sentendosi una sorta di Prospero, Libo si chiedeva: che i maiali non siano per loro un’incarnazione di Ariel, una presenza capace di portare due giovani amanti alla felicità? Oppure non sono che piccoli Calibani, sempre pronti a sfuggire al controllo e ad esplodere nell’improvvisa violenza omicida?
Dopo qualche mese la morte di Rooter si affievolì nella memoria dei due ragazzi, e le loro risate tornarono a farsi sentire, anche se non avevano più quella spensierata nota di allegria infantile. Il tempo trascorse, e all’età di diciassette anni Libo e Novinha erano così sicuri l’uno dell’altra che discutevano con naturalezza di ciò che avrebbero fatto insieme da lì a cinque, dieci e vent’anni. Pipo non si prese mai la briga di sondarli circa i loro progetti di vita in comune. Dopotutto, si disse, studiavano biologia dalla mattina alla sera. Parte del loro lavoro consisteva nell’ipotizzare relazioni sessuali socialmente funzionanti, e trascorrevano molto tempo a cercar di capire quando e come i maiali si accoppiassero, cosa non certo facile da estrapolare, dal momento che i maschi non avevano organi riproduttivi visibili. Le loro speculazioni sui metodi con cui i maiali combinavano il proprio materiale genetico finivano invariabilmente con scherzi e battute, non di rado così audaci che a Pipo serviva tutto il suo autocontrollo per restare severamente accigliato e non scoppiare a ridere anch egli.
Così, in quei pochi brevi anni, la Stazione Zenador fu come un caldo focolare per due brillanti e giovani spiriti che altrimenti sarebbero stati condannati a una fredda solitudine. Nessuno di loro pensò mai che quell’idillio avrebbe potuto finire bruscamente e per sempre, e in circostanze tali da risvegliare un’eco dolorosa per tutti i Centi Mondi.
Ogni cosa era talmente semplice, addirittura banale. Novinha stava analizzando la struttura genetica delle canne che crescevano lungo il fiume, infestate dalle mosche, quando si accorse che gli stessi esseri unicellulari da cui era stata provocata la Descolada allignavano nelle cellule delle canne. Costruì diverse altre strutture cellulari nel campo olografico sopra il computer e le fece ruotare. Tutte contenevano l’agente che aveva causato la Descolada.
Chiamò al terminale Pipo, che era intento a rielaborare il rapporto sulla visita ai maiali fatta il giorno prima. Il computer paragonò la struttura di tutte le cellule viventi di cui avevano campioni. Qualunque fosse la loro funzione, e da qualunque creatura animale o vegetale fossero state prelevate, le cellule evolutesi negli ecosistemi lusitani contenevano l’agente della Descolada, e il computer stabilì che in ciascuna di esse le sue proporzioni chimiche erano identiche.
Novinha si aspettava che Pipo annuisse nel solito modo, dichiarasse che la cosa era interessante e poi venisse fuori con un’ipotesi o due. Invece l’uomo sedette al suo posto e ricontrollò tutti i test da lei fatti, volle sapere esattamente da quali concetti di base fosse partito il computer, e poi le chiese in quale forma l’agente della Descolada fosse operativo in quel momento.
— Mamma e Papà non hanno mai scoperto cosa l’abbia fatto diventare operativo, tuttavia l’agente della Descolada rilascia delle minuscole proteine… be’, almeno suppongo che siano proteine, e queste attaccano la spirale del materiale genetico, partendo da una delle estremità e aprendola in due trecce separate nel mezzo. È per questo che lo chiamarono descolador… perché «scolla» la doppia elica del DNA umano, anche.
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