Ci furono altre visite. — Ciao, ciao, ciao — Thorm salutò imbronciato i medici dalla veranda. Era accovacciato nudo e faceva le boccacce. Aveva morsicato il capo dell’equipe, e questi per poco non gli aveva dato uno schiaffo sul naso.
Ma si era trattenuto. Duun era lì vicino, nel suo mantello grigio di hatani, con le braccia incrociate.
I medici se ne andarono. Thorn emise un suono scortese e fece la pipì sui gradini. Duun andò da lui e gli diede un sonoro ceffone sull’orecchio, col pollice e l’indice. Thorn si mise a piangere.
— Cattivo — disse Duun. Il pianto continuò. Duun entrò in casa, andò in cucina e si bagnò le mani nel lavandino. Thorn lo seguì, nudo, tendendo le mani, sempre piangendo e saltellando per il dispiacere.
— Zitto — disse Duun, e gli spruzzò la faccia con l’acqua fredda. Thorn sbatté gli occhi, urlò e si aggrappò freneticamente alle gambe di Duun, non con rabbia. Prendimi in braccio, voleva dire.
Duun lo prese. Adesso aveva bisogno di tutte e due le braccia. Lo cullò facendo oscillare il corpo, come piaceva al piccolo. Il faccino gli si introfulò nell’incavo del collo; questo non voleva sempre dire un morso. Questa volta no. Thorn gli si strinse addosso e tirò su col naso, bagnandogli il mantello col liquido che gli usciva dal naso e dagli occhi.
— Sei stato cattivo — disse Duun. A queste piccolezze si abbassava la filosofia hatani, in quei giorni. Cullò il bambino e i singhiozzi cessarono. Thorn s’infilò un dito in bocca: inevitabile, anche se adesso Thorn mangiava carne, che Duun masticava per lui e gli sputava in bocca. (“Non è consigliabile,” dicevano i medici, ossessionati dal pericolo di malattie. Ma lui lo faceva lo stesso: era un vecchio costume, un costume delle colline, ed era più facile che infilargli un cucchiaio in bocca quando lui non voleva, o pulirlo quando mangiava da solo e si sporcava tutto. La madre e il padre di Duun l’avevano fatto per lui. E ora provava un perverso piacere nel farlo per Thorn. I medici erano orripilati. Anche questo gli dava un perverso piacere. Sorrideva ai medici. Era strano: i medici si comportavano familiarmente con lui. Durante le visite ormai lo guardavano negli occhi, senza titubanza. — Ellud-mingi vi manda i suoi saluti — gli avevano riferito in un’occasione. — E io i miei — aveva risposto lui. Aggiungendo subito dopo: — E anche mio figlio. — Questo li aveva fatti andare via in fretta e furia. Senza dubbio per prendere appunti.
Cullò Thorn, cantandogli distrattamente: — Wei-na-ya, wei-na-mei. — E Thorn si quietò fra le sue braccia. — Stai diventando troppo grande per tenerti in braccio — disse. — E per fare pipì sui gradini.
Quella sera, sedendo vicino al fuoco (le sere di primavera erano fredde) Thorn gli strisciò in grembo e ci rimase un po’; poi si alzò in piedi, nel triangolo formato dalle gambe incrociate di Duun, e gli toccò la faccia, dalla parte delle cicatrici. Duun prese la mano del piccolo con la destra, quella mutilata, e poi la lasciò.
— È una cicatrice — disse Duun.
Non impedì affatto l’esplorazione. Si fece paziente. Chiuse gli occhi e lasciò fare a Thorn ciò che preferiva, fino a quando il bambino non gli tirò con violenza entrambi gli orecchi: un segno di sfida e Duun aprì di scatto gli occhi.
— Ah! - gridò, scoprendo i denti. Thorn si ritrasse e inciampò sulle gambe di Duun; Duun lo afferrò al volo, e rotolò insieme a lui, tenendolo fra le braccia, senza mai schiacciarlo col suo peso. Thorn gridò e ansimò. E quando si sentì mordere, morsicò a sua volta, e urlò finché Duun non gli mise una mano sulla bocca.
Thorn restò immobile. Aveva gli occhi spalancati per il terrore.
Duun se lo strinse al petto e gli leccò gli occhi, fino a quando Thorn non cominciò ad ansimare, riprendendo il fiato. Per un momento Duun fu preoccupato. Le piccole mani lo stringevano.
Duun lo afferrò per le braccia e lo sollevò. Sorrise. Thorn rifiutò di farsi placare.
Quella notte Thorn si svegliò affannato lamentandosi, a fianco di Duun, con mugolii acuti e sommessi. — Thorn! — urlò Duun. Accese la luce e lo prese in braccio, pensando di essersi rotolato su di lui nel sonno e di avergli fatto male; ma era soltanto un incubo.
Thorn gli si strinse addosso. Era di Duun che Thorn aveva paura. Era quello l’incubo.
— Ah — gridò Duun, cadendo all’indietro e tirandosi addosso Thorn. — Ah! Mi fai male. Mi fai male… — Per dargliela vinta. Non aveva orgoglio in queste cose.
— Duun — chiamò Thorn, e gli si rannicchiò addosso.
Qualche volta i geni erano più corretti dell’insegnamento. Alieno. Thorn si rannicchiò su ciò che l’aveva spaventato.
— Duun, Duun, Duun…
Duun lo strinse a sé. Era tutto ciò che Thorn comprendeva.
Un mattino, mentre si lavava, Thorn si accorse della propria pelle nuda. Thorn fregò la pancia di Duun, e poi la propria, con una spugna ruvida. Lasciò cadere la spugna e appoggiò entrambe le mani alla sua pancia, fregandosela pensierosamente. Quando alzò lo sguardo, dei pensieri passavano nei suoi occhi latte-e-tempesta, e aveva una piega fra le sopracciglia. — Liscia — disse di se stesso. Non si esprimeva ancora come un bambino shonun per la differenza che c’era nella bocca e nella lingua. — Liscia.
Forse Thorn voleva sapere quando gli sarebbe cominciata a crescere la pelliccia. I capelli sulla sua testa erano abbondanti, ricci arruffati che alla fine si erano stabilizzati su un colore marrone sbiadito. Gli occhi non erano mai cambiati. Era un momento pericoloso.
Duun portò Thorn fuori dal bagno e lo strinse a sé col braccio sinistro, tenendolo sollevato di fronte allo specchio. Thorn aveva già visto altri specchi. Ne aveva uno come giocattolo. Quello l’aveva già visto parecchie volte.
Quel giorno c’era del disagio negli occhi del piccolo Thorn e molti pensieri gli balenavano in testa. Thorn non aveva mai visto un bambino shonun. Non aveva mai visto altri shonunin, a parte i medici. Forse una cosa terribile cominciava ad affacciarsi nella sua mente: un puzzle composto di piccoli pezzi senza parole, immagini negli specchi, pance lisce, la capacità di fare la pipì in un lungo arco, che per un certo periodo era stato il suo gioco preferito. Allungò la mano a cinque dita verso Thorn-nello-specchio, in modo da fare uscire gli artigli, ma non ne venne fuori nulla. Mostrò i denti a questo Thorn, come per spaventarlo e farlo scappare. (Vai via, brutto Thorn.). Contrasse ancora le dita e fece delle smorfie.
Duun si voltò insieme a lui. Lo fece sobbalzare per distrarlo.
Dopo quel giorno Thorn non parlò più della differenza fra le loro pelli, a eccezione di qualche raro momento: uno, fu durante una pausa di riposo in cui Thorn, steso vicino a Duun, gli accarezzò il braccio piegando il consistente pelo di qua e di là. Un altro fu quando Thorn, trovando la mano di Duun con il palmo verso l’alto, se la tirò vicino e ci giocò, passando le dita sulla diversa conformazione del palmo, ed estendendole per fare uscire gli artigli. Duun cooperò. Era la mano destra. Non era la deformità che attirava Thorn, ma un’abilità che senza dubbio lui invidiava. E Duun si rese improvvisamente conto che i silenzi del bambino nascondevano la consapevolezza, fattasi giorno dopo giorno più profonda, di possedere una mente indipendente. Thorn aveva dunque scoperto la propria individualità. Grazie a essa, usciva a esplorare il mondo e si ritraeva con frammenti di cose che dovevano essere esaminate con cura e paragonate (segno di una mente complessa) ad altre verità: Thorn era giunto all’auto-difesa. Deluso del proprio corpo, era consapevole della propria deformità e non di quella di Duun. Duun era Duun. Duun aveva sempre avuto cicatrici; erano parte di Duun come il sole era parte del mondo. Per Thorn non c’era passato. Non poteva quindi immaginare come stavano le cose.
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