C. Cherryh - Stirpe di alieno

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Stirpe di alieno: краткое содержание, описание и аннотация

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Lo avevano chiamato Thorn, e ancora neonato lo avevano affidato al più grande giudice-guerriero di quel mondo, Duun, perché lo allevasse come un membro della loro razza. Ma ben presto Thorn si rende conto di essere diverso; la sua pelle è chiara e priva di morbida pelliccia argentea, le sue mani mancano di artigli, e in tutto quel mondo non esiste un’altra creatura simile a lui. Quando poi gli attentati alla sua vita si moltiplicano, fino a condurre l’intero pianeta a una strenua guerra civile, Thorn capisce che deve cercare nello spazio la risposta all’enigma della sua origine, ben sapendo che da lui può dipendere il futuro di due lontane civiltà.
Nominato per i premi Hugo e Locus in 1986.

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Rimase lì fermo, in quel luogo pulito e sterile, stivato di provviste e arredato di mobili nuovi giunti dalla città.

Per il bambino. Naturalmente, per il bambino. I medici temevano per la sua salute e volevano igiene.

E distruggevano, distruggevano.

Rimase lì per lungo tempo, nel dolore. Il bambino si agitò e cominciò a piangere. Sebbene in collera, Duun fu molto delicato con lui, delicato come sempre. Frugò negli armadi alla ricerca di panni puliti; trovò la culla e la preparò…

Il bambino si sporcò. Duun lo sentì piangere e avvertì nell’aria una puzza più forte dell’odore di pittura e di quello secco della sabbia.

Lo appoggiò sulla sabbia; si tolse il mantello e appoggiò le armi su un rialzo vicino al focolare. Lo ascoltò gridare. Era cresciuto. La voce era più forte e più roca, la faccia contorta dalla rabbia.

Prese dei panni, li bagnò, s’inginocchiò e pulì gli escrementi con la più assoluta pazienza; fece scaldare il latte sintetico e glielo diede, finché il bimbo non si addormentò. Poi si aggirò senza scopo nelle sale, odorando la puzza che il bambino aveva lasciato su di lui, e la puzza del nuovo intonaco, della nuova pittura e dei nuovi mobili.

Aveva corso a piedi nudi in quelle sale, aveva riso, aveva giocato con una decina di fratelli, sorelle e cugini, e si era rotolato sul pavimento di sabbia. Ogni volta fino all’arrivo di qualche adulto esasperato che li buttava fuori, in un cortile ombreggiato da diversi alberi.

Ora gli alberi non c’erano più. La nuova ala era sorta proprio dove un tempo c’era l’albero più vecchio. Davvero un bel ritorno a casa.

Accese il fuoco. Quello almeno non era stato toccato; così come le vecchie pietre del camino presso cui sedeva da piccolo. C’erano resti di costruzioni in legno e di recinzioni, in un mucchio vicino alle rocce: li usò per il fuoco, bruciando ricordi di casa altrui.

Portò fuori il bambino, coperto bene per via del freddo; lo portò in giro con sé per casa, in cucina, infine davanti al fuoco; si sedette sulla sabbia pulita e profonda, davanti al focolare, e tenne il bambino in grembo.

Si era abituato a lui. La faccia piatta e rotonda non lo disturbava più e l’odore del bimbo era indistinguibile dal suo, formato com’era dalla mescolanza dei loro due sudori. Occhi di demone lo guardarono. La faccia fece alcune smorfie prive di significato per entrambi nella luce ondeggiante del fuoco, delle fiamme che balzavano.

Gli prese delicatamente la testa fra le mani, con quella sana e con quella mutilata, come se il cranio fosse fatto di guscio d’uovo, anziché di materia ossea. Duun sorrise mostrando i denti e fissò gli occhi che forse lo vedevano, forse no.

— Wei-na-ya — cantò — wei-na-mei — con una voce rauca e maschile, non adatta alle ninnenanne: uccellino, pesciolino… la casa aveva già sentito quella canzone. — Hei sa si-lan-nei… — Non andartene. Il vento è freddo, l’acqua cupa, ma qui è caldo. - Wei-na-ya, wei-na-mei.

Cantò anche “Sha-khe’a”, una canzone hatani, ma a bassa voce, come se fosse una ninnananna.

Era un canto di morte. Lo cantò come una ninnananna. Sorrise al bambino.

— Tu sei Haras — disse alla spaventosa faccia di demone i cui occhi sembravano due fessure con al centro una nuvola temporalesca. Duun gli parlava in sadoth, la lingua dei suoi antenati abitatori delle colline. — Tu sei Haras. Thorn è il tuo nome.

Il bambino lo guardò con aria solenne.

Senza timore.

Poi agitò le mani. Haras. Thorn. Il vento ululava attorno alla casa e sibilava nel camino dove faceva ondeggiare le fiamme.

Duun sorrise, cullò il bambino e fece una cosa che ai contadini, ai medici e a Ellud nel suo bell’appartamento di città avrebbe senz’altro fatto gelare il sangue nelle vene.

Lo tenne come se fosse un bambino shonun e gli lavò gli occhi con la lingua (sapevano di sale e di muffa). Non si risparmiò nulla, non c’era alcuna ripugnanza che non superasse. Tale era la sua sopportazione.

2

Arrivarono dalla capitale. Gli elicotteri atterrarono, e i medici percorsero la lunga strada in salita portando i loro strumenti; poi ridiscesero. Non erano contenti. Forse i contadini li avevano spaventati raccogliendosi a guardare con aria torva sulla strada, vicino a dove era atterrato l’elicottero.

Vennero e se ne andarono.

Tenendo fra le braccia il bambino, Duun gli parlò mentre li guardava allontanarsi: discorsi senza un senso particolare, come si fa coi bambini.

Haras. Thorn.

— Duun — disse Thorn, in un balbettio infantile. — Duun, Duun, Duun.

Thorn faceva buche nella sabbia davanti al camino. Le sue grida erano forti, da spaccare i timpani; gli shonunin erano più controllati. Si sporcava ancora. Quando avrebbe smesso, Duun non lo sapeva. Né sapeva come insegnargli a comportarsi diversamente. I suoi orari di pasto erano cambiati, dormiva più a lungo, con grande sollievo di Duun.

— Duun, Duun, Duun — cantilenava il bambino, davanti al fuoco. Sorrideva e rìdeva quando Duun gli schiacciava la pancia, e lanciava gridolini quando lo solleticava con la punta di un artiglio. Rise ancora. Si divertiva a farsi strofinare la pancia, la pancia rotonda, e grassoccia, che adesso cominciava ad appiattirsi, mentre le membra si allungavano. — Duun. — Duun si chinò in avanti e mordicchiò il collo del piccolo. Thorn gli afferrò gli orecchi e Duun si tirò indietro, sfuggendo alla presa del bambino, le cui manine gli spettinavano ogni volta la cresta che si era lasciato crescere e che adesso gli copriva disordinatamente la schiena e gli orecchi.

Gli si avventò di nuovo alla gola, a quattro zampe, e Thorn si mise a lanciare gridolini e a scalciare. Cercò di graffiare con le mani piccole e grassocce, con le unghie che erano l’unica difesa in suo possesso.

Duun rise a voce alta, contento.

Thorn correva, correva, correva, sulle gambe vacillanti, fuori dalle porte, sulla terra polverosa dove c’erano state le costruzioni annesse alla casa; nudo nel tepore della primavera.

Duun s’inginocchiò. Nessuno in quei giorni vedeva il corpo di Duun, le cicatrici lasciate dal fulmine sul suo braccio destro, le cicatrici che si intrecciavano sul fianco e sulla gamba. Lì non indossava che il piccolo kilt, nel caldo, con l’hiyi che fioriva accanto alla porta posteriore, e spargeva boccioli lanuginosi, rosei come la pelle liscia di Thorn. I capelli infantili erano spariti, avevano preso il colore dell’oro, e si erano scuriti di nuovo in una metamorfosi invernale. Forse era un fenomeno stagionale; forse una fase nella vita di Thorn. Duun allargò le braccia e Thorn corse ridendo verso di lui, odoroso di polvere.

— Ancora — disse Duun, e lo mise in piedi, accoccolandosi nuovamente a qualche metro di distanza, per far correre Thorn. Le sue gambe di bambino ci provarono, e si piegarono, esauste. Duun lo prese al volo, lo strinse a sé, gli leccò la bocca e gli occhi. E Thorn lo fece a lui, quando ebbe smesso di ridere e di ansimare, stringendo fra i piccoli pugni a cinque dita la cresta lunga di Duun e i peli più corti del ciuffo anteriore, e affondando la faccia nel collo per dare un morso; ma Duun piegò la testa e lo mordicchiò per primo.

Piccoli piedi senza artigli affondarono nel grembo di Duun, il piccolo corpo si tese e Thorn si abbassò per morderlo senza complimenti sul petto.

— Ah! — gridò Duun, afferrandolo con tutte e due le mani, inginocchiandosi, e sollevandolo in alto che gridava e sgambettava. — Ah, furbacchione!

Se lo strinse ancora al petto, e Thorn morsicò ancora. Aveva acquistato forza e denti, ma non erano denti come quelli di Duun. Duun gli morsicò le dita e Thorn afferrò la bocca di Duun, allargandogli le labbra per provare le sue dita contro i denti aguzzi. Duun morse e Thorn tirò via le mani, con un gridolino.

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