Altri dieci omini verdi saltarono giù con Mahnmut, trovarono punti d’aggancio nel guscio butterato e crepato di Orphu, infilarono a forza braccia e gambe sotto la sagoma irregolare del moravec. Trovarono un punto d’appoggio e fecero leva tutti insieme. Lavorando in silenzio, senza mai farlo scivolare o lasciarlo cadere, tirarono fuori Orphu, avvolsero intorno a lui dei cavi, lo trascinarono lungo lo scafo ricurvo del Dark Lady , lo calarono in acqua, infilarono sotto di lui dei rulli galleggianti che legarono insieme per formare una zattera e la spinsero dolcemente fin sulla spiaggia.
I piccoli omini verdi, ora almeno un migliaio sulla spiaggia, si spostarono e lasciarono spazio a Mahnmut che cercava di capire se Orphu era vivo o morto. Il moravec di Io giaceva immobile sulla sabbia rossa, come un trilobite fuori misura, ammaccato dalle tempeste e gettato a riva in un’oscura epoca preistorica terrestre.
Scrutando il cielo alla ricerca di cocchi volanti che parevano in ritardo sul solito orario, Mahnmut tolse dallo zaino e dalle sacche impermeabili le attrezzature ricuperate sul Dark Lady. Allineò per terra cinque piccole e potenti batterie, le collegò in serie e inserì il cavetto in uno dei superstiti connettori input di Orphu. Non ci furono reazioni dal moravec, ma la spia luminosa virtuale indicava che la corrente fluiva da qualche parte. Allora Mahnmut strisciò sul guscio ricurvo di Orphu (meravigliandosi nel vedere chiaramente per la prima volta, nella forte luce del mattino, i danni fisici) e avvitò nella presa il ricevitore radio. Provò il collegamento (ottenne un ronzio d’onda portante) e accese il microfono. «Orphu?»
Nessuna risposta.
«Orphu?»
Silenzio. Le decine di piccoli omini verdi guardavano impassibili.
«Orphu?»
Per cinque minuti continuò a chiamare ogni dieci secondi, su tutte le frequenze, ricontrollando il collegamento del ricevitore. L’intercom riceveva. Era Orphu a non rispondere.
«Orphu?»
Non c’era un vero silenzio. Dai ricettori esterni Mahnmut captava più rumori ambientali di quanto non gli fosse mai accaduto in vita sua: il lambire di onde sulla sabbia, il lieve rumore dei piccoli omini verdi che di tanto in tanto cambiavano posizione, le migliaia di sfumature di vibrazioni in una così densa atmosfera planetaria. Erano solo l’intercom e Orphu a restare morti.
«Orphu?» chiamò di nuovo Mahnmut. Controllò il cronometro. Ripeteva il tentativo da più di trenta minuti. Con riluttanza, lentamente, scese dal guscio dell’amico, mosse quindici passi sulla spiaggia e si sedette sulla sabbia bagnata, dove giungeva l’acqua. I piccoli omini verdi gli lasciarono spazio e poi lo circondarono di nuovo a rispettosa distanza.
Mahnmut li guardò, guardò la muraglia di piccoli corpi verdi, di facce inespressive, d’imperturbabili occhi neri. «Non avete niente da fare?» disse, con voce che suonò strana e soffocata ai suoi stessi ricettori uditivi. Forse era l’acustica dell’atmosfera marziana.
I POV non si mossero. La testa di pietra era ridotta in pezzi alla base della scogliera, ma i piccoli omini verdi non ci badavano. Una ventina di cavi andavano ancora al sommergibile immobile nei bassi frangenti.
Mahnmut si sentì travolgere da un’improvvisa e pesantissima ondata, una sensazione di perdita e di nostalgia. Nei tre decenni gioviani (più di trecento anni marziani) d’esistenza aveva avuto tre amici intimi. Primo, il Dark Lady , che era solo un macchinario semisenziente, ma per il quale lui era stato progettato e nel quale si adattava alla perfezione; il Lady era morto. Secondo, il suo compagno d’esplorazione, Urtzweil, ucciso quindici anni gioviani prima, metà della sua vita fa. E ora Orphu.
Mahnmut si trovava a centinaia di milioni di chilometri da casa, da solo, disadatto, non addestrato e impreparato per la missione che gli era stata affidata. Come avrebbe percorso i cinquemila e più chilometri fino a Olympus Mons per installare il Congegno? E se ci fosse riuscito? Forse Koros III sapeva cosa fare lassù, il vero motivo della missione, ma luì, il modesto Mahnmut, ex capitano del Dark Lady , non aveva nemmeno un fottutissimo indizio.
"Smettila di piangerti addosso, idiota" pensò. Diede un’occhiata ai POV. Di sicuro era un’illusione, ma gli parevano giù di morale, perfino rattristati. Non avevano pianto la morte di uno della loro specie: come potevano ora mostrare quell’emozione per la fine di un moravec, una macchina senziente che neppure si erano mai sognati che esistesse?
Mahnmut si rese conto che avrebbe dovuto comunicare di nuovo con i piccoli omini verdi, ma odiava il pensiero di dover infilare la mano nel torace di una di quelle creature e dì ucciderla per parlarle. No, l’avrebbe fatto solo quando sarebbe stato indispensabile.
Si alzò, tornò al cadavere di Orphu e iniziò a staccare le batterie.
«Ehi, non ho ancora finito di mangiare» disse Orphu nell’intercom.
Mahnmut fu così sorpreso da fare realmente un salto indietro. «Gesù, sei vivo!»
«Quanto può essere "vivo" uno di noi moravec.»
«Dio ti maledica!» sbottò Mahnmut, tra il riso e il pianto, ma soprattutto con la voglia di prendere a pugni quel granchio tutto ammaccato. «Perché non hai risposto? T’ho chiamato, chiamato, chiamato, chiamato…»
«Cosa vuoi dire? Ero in ibernazione. Da quando l’aria e l’energia si sono esaurite sul Dark Lady. Ti aspetti che chiacchieri con te, mentre sono in ibernazione?»
«Cos’è questa stronzata dell’ibernazione?» disse Mahnmut, girando intorno a Orphu. «Non ho mai saputo che i moravec si ibernassero.»
«Voi moravec di Europa non vi ibernate?»
«No, è ovvio.»
«Be’, cosa posso dire? Lavorando da soli nel toro di radiazioni di Io o in qualsiasi altro punto dello spazio gioviano, noi moravec da vuoto spinto a volte incappiamo in situazioni che ci impongono di spegnere tutto per un poco, finché qualcuno non viene a ripararci e a ricaricarci. Succede. Non spesso, ma succede.»
«Quanto saresti potuto restare in… ibernazione?» chiese Mahnmut, sentendo l’ira mutarsi in una sorta di vertigine.
«Non molto. Circa cinquecento ore.»
Mahnmut estese le dita nei cuscinetti manipolatori, raccolse un sasso e lo tirò a rimbalzare sul guscio di Orphu.
«Hai sentito un rumore?» disse il moravec di Io.
Mahnmut sospirò, si sedette sulla sabbia accanto alla parte di Orphu che un tempo ospitava gli occhi e cominciò a descrivere la situazione.
Orphu convinse Mahnmut che era necessario comunicare di nuovo con i POV mediante un interprete. Anche lui odiava quanto Mahnmut l’idea di causare la morte di uno dei piccoli omini verdi (soprattutto dal momento che i POV l’avevano salvato) ma sostenne che per la missione dovevano assolutamente comunicare, e in fretta.
Mahnmut aveva riprovato a parlare con loro, usando il linguaggio dei segni e facendo disegni sulla sabbia (la mappa della costa dove si trovavano e il vulcano che dovevano raggiungere) e aveva perfino tentato la versione idiota di chi parla una lingua straniera… aveva urlato. Tutti i POV l’avevano fissato con calma, ma non avevano reagito. Alla fine uno di loro prese l’iniziativa: venne avanti, afferrò la mano di Mahnmut e se la tirò al petto.
«Lo faccio?» chiese Mahnmut a Orphu, nell’intercom.
«Devi farlo.»
Mahnmut trasalì, mentre si sentiva tirare la mano dentro la carne cedevole, mentre con le dita circondava e poi stringeva quello che poteva essere solo un cuore pulsante nel tiepido, sciropposo fluido interno del piccolo omino verde.
COME
POSSIAMO
AIUTARTI?
Mahnmut avrebbe voluto porre un centinaio di domande, ma Orphu lo aiutò a dare la precedenza alle cose necessarie.
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