Dan Simmons - Ilium

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Ilium: краткое содержание, описание и аннотация

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Attenzione! Thomas Hockenberry è stato un insegnante universitario di storia, con una vita assolutamente normale. Per quale motivo, allora, si trova adesso ad assistere alla Guerra di Troia, al servizio degli dèi dell’antica Grecia? E perché gli stessi dèi sembrano padroneggiare una tecnologia avanzatissima, con la quale cercano di alterare il corso degli eventi e di uccidersi a vicenda? Intanto, in un futuro lontano migliaia di anni, su una Terra dove i pochi abitanti rimasti hanno come sola occupazione il divertimento, solo un uomo ricorda ancora l’antica arte della lettura e la sfrutta cercando di risolvere l’enigma più grande di tutti: chi ha costruito le macchine che governano il pianeta? Dall’autore che ha cambiato la fantascienza, la sua saga più intensa e appassionante, dove il gusto per la ricostruzione storica si mescola con i grandi scenari di un futuro apocalittico e affascinante.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo di fantascienza in 2004.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 2004.

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Cerco di alzarmi, ma sento un tremendo dolore alla testa, alla gamba sinistra e alla spalla destra; ricado sul pavimento e striscio di lato, cercando di tenermi lontano dall’appiccicoso liquido viola. Non per paura di ciò che potrebbero farmi i prodotti chimici, ma perché nella pozza di liquido sul pavimento sarebbe visibile il contorno del mio corpo. Puntini neri mi ballano davanti agli occhi e capisco di essere sul punto di perdere i sensi. Dèi e robot librati a mezz’aria accorrono nella grande sala di ricostruzione.

Negli ultimi istanti prima di perdere conoscenza, vedo entrare a grandi passi il possente Zeus, manto ondeggiante, fronte aggrottata.

Qualsiasi cosa accadrà in seguito, accadrà senza di me. Poso la fronte sul freddo pavimento, chiudo gli occhi e mi lascio travolgere dalle tenebre.

22

COSTA DI CHRYSE PLANITIA

«Ho ucciso il mio amico, Orphu di Io» disse Mahnmut a William Shakespeare.

I due camminavano nei quartieri lungo la riva del Tamigi. Mahnmut sapeva che era la tarda estate dell’AD 1592, ma non sapeva come mai lo sapesse. Il fiume era pieno di chiatte, traghetti e imbarcazioni fluviali dal basso albero maestro. Al di là degli edifici Tudor e dei cadenti caseggiati sulla riva nord, si alzavano una moltitudine di campanili londinesi e alcune torri che parevano; distorte: una foschia di calore incombeva sul fiume e dietro le catapecchie su entrambi i lati.

«Avrei dovuto salvare Orphu, ma non ci sono riuscito» disse Mahnmut. Doveva camminare velocemente per tenere il passo del drammaturgo.

Shakespeare era un uomo dal fisico compatto, quasi sulla trentina, affabile e vestito in un modo più dignitoso di quanto Mahnmut non si sarebbe aspettato da un attore e commediografo. Il suo viso, un ovale affilato, con l’attaccatura dei capelli che già si ritraeva, sfoggiava i favoriti e quattro peli di barba e di baffetti sottili, forse il tentativo di un vero onor del mento. Shakespeare aveva capelli castani, occhi di un verde grigiastro e indossava un farsetto nero che lasciava vedere il largo colletto morbido della camicia bianca e le penzolanti stringhe bianche. All’orecchio sinistro portava un cerchietto d’oro.

Mahnmut avrebbe voluto fargli mille domande (cosa scriveva adesso? com’era la vita in questa città che presto sarebbe stata sopraffatta dalla pestilenza? qual è la struttura nascosta dei sonetti?) ma riusciva solo a parlare di Orphu.

«Ho cercato di salvarlo» spiegò. «Il reattore del Dark Lady si è spento e le batterie sono morte a meno di cinque chilometri dalla costa. Cercavo un canale d’accesso in una delle numerose grotte lungo la scogliera, un posto dove nascondere il sommergibile.»

«Il Dark Lady ?» ripeté Shakespeare. «È il nome della tua nave?»

«Sì.»

«Continua, prego.»

«Orphu e io parlavamo delle facce di pietra. Era notte, ci avvicinavamo alla costa con la copertura del buio, ma usavo il periscopio a visione notturna e descrivevo al mio amico le facce di pietra. Lui era vivo. La nave forniva O 2appena sufficiente per lui»

«O 2?»

«Aria» spiegò Mahnmut. «Come ho detto, gli descrivevo le grandi teste di pietra…»

«Grandi teste di pietra? Statue?»

«Monoliti alti circa venti metri» disse Mahnmut.

«Hai riconosciuto il sembiante della statua? Era uno che conoscevi o forse un famoso sovrano o un conquistatore?»

«Mi trovavo troppo lontano per distinguere i particolari» disse Mahnmut.

Erano giunti a un ampio ponte di varie campate, sovrastato da edifici a tre piani. Un passaggio largo circa quattro metri correva sotto gli edifici come una strada in un tunnel; in quel momento, pedoni in abiti variopinti schivavano una massa di pecore spinte a nord nella città. Lungo tutto il passaggio, teste umane (alcune secche e mummificate, altre ridotte quasi al solo teschio, a parte ciuffi di capelli o brandelli di carne putrefatta, altre sorprendentemente fresche, tanto da mostrare ancora un tocco di rosso sulle guance o sulle labbra) erano infilate su pali.

«Cos’è questa roba?» chiese Mahnmut. Con le parti organiche provava un senso di nausea.

«Il ponte di Londra» disse Shakespeare. «Dimmi cos’è accaduto al tuo amico.»

Stanco di guardare dal basso in alto il drammaturgo, Mahnmut salì sul muricciolo di pietra che fungeva da parapetto. Vedeva a est una torre minacciosa e pensò che fosse la famosa Torre del Riccardo III. Sapeva di sognare o d’essere in punto di morte per mancanza d’aria; si augurò che il sogno non finisse prima che lui avesse la possibilità di porre a Shakespeare un paio di domande. «Hai già iniziato a scrivere i sonetti, mastro Shakespeare?»

Il drammaturgo sorrise e guardò il fetido Tamigi; poi si girò a guardare la puzzolente città. Dappertutto c’erano liquami, nonché carcasse di cavalli e di bestiame che marcivano nelle piane di fango, mentre un forte effluvio di pezzi di pollo sanguinolenti rifluiva da canali di scolo aperti e aleggiava in acque stagnanti. Mahnmut aveva in pratica spento il proprio olfatto. Non capiva come quell’uomo, col naso in funzione a tempo pieno, potesse sopportare la puzza.

«Come sai del mio esperimento con i sonetti?» chiese Shakespeare.

Mahnmut imitò come meglio poteva una scrollata di spalle umana. «Ho tirato a indovinare. Allora hai cominciato a scriverli.»

«Ho preso in considerazione l’idea di giocare con quella forma letteraria» ammise il drammaturgo.

«E chi è il Giovane dei sonetti?» chiese Mahnmut, quasi incapace di respirare all’idea di risolvere l’antico mistero. «Henry Wriothesley, conte di Southampton?»

Shakespeare batté le palpebre, sorpreso, e guardò con attenzione il moravec. «A quanto pare mi segui da presso in simili cose, piccolo Calibano.»

Mahnmut annuì. «Allora Wriothesley è il Giovane dei sonetti?»

«Sua Signoria avrà visto diciannove anni questo ottobre e la peluria sul suo labbro superiore, dicono, si è mutata in ispido pelo» replicò il drammaturgo. «Non è più un giovane.»

«William Herbert, allora» suggerì Mahnmut. «Ha solo dodici anni e fra nove diventerà terzo conte di Pembroke.»

«Conosci la data della futura successione e investitura?» chiese Shakespeare, ironico. «Mastro Calibano naviga forse anche il mare del tempo, oltre l’oceano di Marte di cui parla?»

Mahnmut era troppo esaltato dalla soluzione del mistero per rispondere a quelle parole. «Dedicherai il grande volume in-folio del 1623 a William Herbert e a suo fratello; e quando i tuoi sonetti saranno stampati, li dedicherai a "Mr WH".»

Shakespeare fissò il moravec come se fosse un sogno causato dalla febbre. Mahnmut avrebbe voluto dire: "No, sei tu il sogno di un cervello in punto di morte, mastro Shakespeare, non io." Invece disse: «Penso solo che sia interessante che tu abbia come amante un giovanotto o un ragazzo».

Fu sorpreso dalla reazione del poeta: Shakespeare si girò, estrasse dalla cintura un pugnale e lo tenne sotto la testa del moravec. «Hai un occhio, piccolo Calibano, dove possa affondare la mia lama?»

Attento a non premere la carne sintetica sulla punta della lama, Mahnmut scosse appena la testa e disse: «Chiedo scusa. Sono estraneo alla tua città, al tuo paese e alle usanze locali».

«Vedi quelle tre teste impalate sul ponte?» chiese Shakespeare.

Mahnmut spostò lo sguardo, senza muovere la testa. «Sì.»

«A quest’ora della scorsa settimana erano estranee alle nostre usanze» mormorò il poeta.

«Ho colto il punto» disse Mahnmut.

Shakespeare rimise il pugnale nel fodero di cuoio. Mahnmut ricordò che il drammaturgo era un attore, abituato a infiorettare ed esagerare i gesti, anche se il pugnale non era un oggetto scenico. D’altra parte, la reazione di Shakespeare non era stata una smentita alla precedente affermazione di Mahnmut.

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